A scuola di virus

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Nei college del Nord America se si viene sorpresi a scrivere il codice di un virus c’è – di norma – l’espulsione automatica. Nell’Univeristà  di Calgary, invece, quest’anno è iniziato un corso di programmazione dedicato alla realizzazione di malicious software

La notizia è di quelle che di solito vengono riprese dalla stampa generalista con una certa enfasi, soprattutto nei periodi estivi quando le notizie “serie” latitano: un corso universitario per creare virus dagli effetti distruttivi, l’ennesima stranezza del mondo di Internet.

In realtà  il corso, intitolato “Computer Viruses and Malware”, risponde a una precisa logica, come spiega il direttore del dipartimento di computer science Ken Barker: “Oggi chi sostiene che stiamo facendo abbastanza per eliminare il problema dei virus, che cresce in modo esponenziale, mente a se stesso”. Aumentano i virus, aumentano gli “script kiddies” (i ragazzini che utilizzando tool precompilati fanno opera di bricolage creando nuovi virus) e i professionisti del codice maligno. Allora, un sistema per riuscire a capire cosa spinge tanti programmatori a comportarsi in questo modo e per capire come sono realizzati i virus è quello di partire da zero entrando nelle loro teste. Cioè, scrivendone di propri.

Le critiche all’iniziativa non mancano, soprattutto da parte dei professionisti dell’antivirus, come ad esempio Trend Micro (Pc-cillin negli anni novanta, adesso prevalentemente soluzioni per i server aziendali). Anche nel settore della sicurezza, seppure al livello più di base, si sta creando la stessa situazione che vede opposte le università  statunitensi da una parte e le aziende e il governo americano nel settore della tutela del copyright e della chisura delle reti per evitare lo scambio di materiale protetto, come ad esempio gli Mp3 e i film in Divx. Da una parte laboratori di sperimentazione e condivisione del sapere, dall’altra le esigenze di sicurezza e tutela degli interessi economici legalmente costituiti.