Addio al papà  del bancomat, scomparso a 84 anni

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La notizia è passata in sordina sui giornali di tutto il mondo. Ma una settimana fa è morto John Shepherd-Barron, scozzese doc, uno degli inventori degli Atm (automatic teller machine), conosciuto nel nostro paese con la felice espressione di “bancomat”.

Lo usiamo tutti i giorni o quasi, sia per prelevare denaro che anche per pagamenti nei negozi. Il bancomat, la “carta di debito” (all’opposto delle carte di credito o di quelle revolving) è una delle invenzioni più importanti per rendere “liquida” l’economia, cioè per aumentare le transazioni e permettere di far correre l’economia e i consumi, senza contare la praticità del sistema che consente di estendere il prelievo di denaro all’intera rete bancaria nazionale, europea e internazionale. Eppure, il suo inventore non lo conosce nessuno e tantomeno nessuno o quasi si è accorto che era scomparso, pochi giorni fa, all’età di 84. Eppure, la storia di John Shepherd-Barron merita di essere raccontata, a partire dal modo in cui è arrivato all’invenzione del bancomat.

L’idea gli era venuta un giorno, tramanda la cronaca della stampa internazionale alla quale più volte aveva raccontato l’episodio, mentre era nella vasca da bagno. Stava pensando alle macchine automatiche per distribuire cioccolatini: l’idea era di applicarla in maniera analoga ai soldi in denaro contante. Fu così che a metà anni Sessanta nacque il bancomat. Il padre del bancomat è John Shepherd-Barron, anche se non ha mai ricevuto dei riconoscimenti per questo fino al 2005. E in realtà l’idea di creare un apparecchio che potesse distribuire in maniera sicura e solo ai legittimi destinatari somme di denaro concordate con la banca anche a sportelli chiusi in realtà erano stati in molti.

Alla fine degli anni cinquanta e poi all’inizio degli anni sessanta se ne parlava molto già in Europa, dove i britannici capitanati dalla Barclays Bank ottennero nel 1967 il primato di aver installato il primo bancomat a Londra-Enfield (il primo cliente fu una star televisiva, Reg Varney) grazie a Shephered-Barron. Ma anche gli americani e addirittura i giapponesi, avevano pensato a lungo a un sistema che si potesse affiancare al nascente circuito delle carte di credito e degli altri strumenti di pagamento. Per questo motivo a New York vennero sperimentati, anni prima di Shephered-Barron, degli apparecchi chiamati Bankograph per conto della City Bank of New York. Il merito è  quello dell’ingegno di Luther George Simjian, mentre i giapponesi avevano costruito nei primi anni sessanta uno strumento automatico per la distribuzione di denaro, basato però su carta di credito e che quindi non aveva accesso diretto al conto del cliente.

La storia di Shephered-Barron è invece meritevole di essere raccontata perché, nonostante le varie innovazioni e intuizioni che in quegli anni stavano facendo nascere il mercato della distribuzione meccanizzata del denaro, fu solo l’ingegnere scozzese a mettere insieme i pezzi fondamentali di quello che adesso è considerato il bancomat standard. Il bancomat ideato e progettato per la De La Rue Instruments da Shepherd-Barron fu infatti innovativo proprio perché consentiva di mettere in rete lo sportello automatico con il sistema informativo della banca e quindi di poter verificare in tempo reale la effettiva disponibilità dei clienti, erogando in prima battuta solo una banconota da 10 sterline per volta.

Dal momento che non esistevano ancora le tessere magnetiche in plastica, Shepherd-Barron aveva ideato un ingegnoso sistema per realizzare il meccanismo di autenticazione: si utilizzavano come primi “bancomat” degli assegni cartacei dal valore prefissato di 10 sterline e trattati con un isotopo attivo in maniera tale da essere pochissimo radioattivi: niente che potesse creare problemi in una persona, ma abbastanza da far reagire un sensore/lettore di radioattività e così attivare il macchinario dell’ATM e richiedere l’inserimento del Pin, il codice dell’utente.

Anche la storia del pin è interessante: Shepherd-Barron l’aveva pensato con una serie di sei cifre, ma la moglie Carolina insistette moltissimo per vederle ridurre a quattro, dato che temeva di non riuscire a ricordarne nessun’altra. E così quattro cifre furono, sino ai tempi più recenti quando, con l’arrivo delle tessere magnetiche, le cifre vennero portate a 5 (ma spesso ne rimangono 4 per le sole carte di credito, ad esempio). Fu tuttavia un altro ingegnere, James Goodfellow, anche lui scozzese, a brevettare la moderna tecnologia di utilizzo del Pin su un modello di apparecchio bancomat commercializzato poco dopo quello di Shepherd-Barron.
 
Shepehered-Barron, pur non avendoci mai guadagnato nulla, non è però rimasto sempre un eroe sconosciuto. Un riconoscimento di paternità gli venne dato dalla Regina d’Inghilterra, che gli conferì nel 2005 l’onorificenza dell’Ordine dell’Impero Britannico, e dalla Atm Industry Association, che lo insignì invece di un singolare “premio alla carriera”. Oggi il bancomat, con quasi due milioni di macchine installate nel mondo, rimane il sistema tecnologico più diffuso per la distribuzione del denaro contante. Sono però aumentati i servizi che passano attraverso queste macchine: si spazia dalla classica erogazione di soldi fino ad operazioni sempre più complesse per il pagamento che di gestione sul proprio conto corrente.

Un grande cambiamento è poi arrivato non soltanto con l’introduzione delle carte plastificate con banda magnetica. A fare la differenza sono stati infatti i sistemi informatici. Sono i grandi circuiti internazionali a rendere infatti interoperabili in tempo reale gli sportelli delle singole banche nei diversi paesi. In Italia, Grazie a reti dedicate e a complessi sistemi di gestione dietro le quinte, in pochi secondi un bancomat (o un POS, un terminale per il pagamento) sono in grado di negoziare la connessione con il circuito di pagamento, la banca della persona che deve pagare, verificare il PIN, la presenza del credito sul conto ed eseguire la transazione. Il primo sportello bancomat venne aperto nel 1976 dalla Cassa di Risparmio di Ferrara.