Caro Diario, storia dell’iBook (che non c’era) e del suo disperato padrone (1/3)

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Edoardo Desio ci invia questa storia “assolutamente vera” su come il rapporto di dipendenza dal proprio Mac raggiunga effetti parossistici. Il computer ormai pervade la nostra esistenza e la sua temporanea mancanza porta ad effetti secondari inaspettati.

Avvertenze.
Scrivo queste note in un modo che più avanti spiegherò. E’ il mio diario attraverso un’odissea: quella di un utente Apple totalmente dipendente dal proprio iBook, il suo unico computer, mandato in riparazione.
PS: la lettura è sconsigliata agli ansiosi e ai deboli di cuore. Soprattutto se il vostro iBook cigola quando lo aprite.

E’ iniziato tutto di giovedì mattina presto, a Milano, dove vivo. Il mio iBook, il modello Ice 500 Mhz, con 256 Mb di ram e un capiente (ne sono orgoglioso in modo particolare) disco rigido da 20 Gigabyte, ha un problema. Consulto su Internet un po’ di siti e scopro che è in realtà  il punto debole di questo modello: il coperchio scricchiola quando viene aperto o chiuso. Sono le cerniere, maledette loro. Il mio lo ha sempre fatto, fin dall’inizio. Ogni tanto di più, ogni tanto di meno.
Mi spiegano che è un difetto che può avere ripercussioni drammatiche: rotture dello chassis, della scheda, dei contatto tra display e scheda madre. Ma sono ancora in garanzia (un anno, come per tutti). Cedo, decido di portarlo a riparare. Sono colto dai primi sintomi dell’ansia da separazione: ancora non ho idea di quanto sia lungo e buoi il tunnel dove mi sto infilando.

Giovedì mattina sono lì, al centro di assistenza. Una signorina gentile recupera la mia macchina, mi dice di non preoccuparmi: un viaggetto in Olanda presso l’assistenza Europea e la prossima settimana è tutto a posto. Ci salutiamo, me ne vado triste.

I dubbi iniziano la notte: non ho nessun altro computer. Per il mio lavoro dipendo da due cose: computer e telefono. Sempre per lavoro vado spesso all’estero, viaggi veloci di due-tre giorni al massimo. Il portatile è metà  della mia testa (e il 100% del mio reddito). Togliermi l’iBook è come togliere la vanga a un contadino subito dopo la semina: come posso zappare il mio orto senza l’apposito strumento?

La fiducia zen che ho nel sistema tentenna il giorno dopo: manca un foglio alla mia pratica (che provvedo a faxare subito) e quindi l’iBook ancora non è partito. Poco male, parte di venerdì. In un flash mi torna in mente prima mia nonna (“di Venere e di Marte né si sposa né si parte”). Subito dopo rivedo l’immagine del mio desktop. Avere un hard disk da 20 Giga pone un problema (che io non ho mai risolto): il backup.
Prima di dare agli angeli dell’assistenza il portatile, non ho salvato praticamente niente se non 16 Mb di documenti in una piccola memoria flash Usb. Un’inezia, rispetto a tutto quello che è stipato là  sopra. Il problema non è solo se li perdo. Ma anche chi li trova.
C’è un’utility per bloccare il firmware e impedire di avviare la macchina (tranne che smontandola e cambiando l’Hd). Ma non ho avuto il coraggio di installarla: e se poi ci sono problemi e mi blocca l’iBook? Guardo il foglio che scompare dentro il fax e tremo: il rischio valeva la candela.

Sabato mi sveglio bene: al lavoro ho usato i Pc per collegarmi a Internet e tutto è andato più o meno come al solito. Piccola crisi al tramonto. L’iBook di solito dorme su una seggiola accanto al mio letto, pronto a riaccendersi appena alzo il coperchio. Potenza di OsX e del G3. Stamani non c’erano. Mi sono svegliato bene, come chi è uscito lasciando il cellulare a casa: un senso di libertà  e indipendenza. Dura poco.

Domenica sono impallato: ho bisogno fisico di collegarmi a Internet. Guardare la posta, monitorare un sito, sostanzialmente essere connesso. A qualunque cosa. Per distrarmi penso che potrei guardare uno dei tre o quattro Dvd che ho comprato ma non ho ancora visto. Errore, il mio unico lettore è l’iBook. Idem per la musica: vengo da un’altra città  dove ho lasciato tutti i miei cd. Invece, ho stipato 5 Gb di musica in quel piccolo gioiellino. Quando stiro o lavo i piatti lo faccio partire e funziona meglio della radio. Alle sei del pomeriggio sono uno straccio. Vado a cena da un amico e lo costringo a farmi controllare la posta con la scusa che aspetto una mail urgente. Penso che sia come il metadone: mi collego col suo Pc fisso e mi da sollievo lo stesso. Simile alla sensazione descritta da Melville riguardo ai suoi marinai, imbarcati per mesi, lontani dalle loro donne. Sbarcano da qualche parte per pochi giorni, le ragazze del villaggio sono bruttine, ma…

Lunedì di lavoro, martedì anche. Mercoledì devo partire. Martedì telefono, nessuna notizia. Mi viene da riflettere sul fatto che quel diabolico Steve Jobs non ha proprio il pallino per gli affari. Fabbrica computer che durano una vita, che danno dipendenza, che la gente non cambia mai. Penso che il 5% del mercato è composto da – mettiamo – 5 milioni di utenti che da anni non cambiano il Mac. Il 95% di utenti Intel-Amd invece sono solo 10 milioni e cambiano macchina due volte l’anno (“Mi spiace, ma con Windows Xp un Pentium III non basta più. Se poi vuole usare Explorer 6 e Office Xp deve cambiare anche Hard disk e scheda video. La scheda audio può tenerla, tanto è incompatibile con i nuovi modelli… come la stampante, del resto”.). Mi risveglio sudato, tra poco ho un aereo per Copenaghen.

All’aeroporto succedono due cose: il volo decolla e – tre ore dopo – atterra perfettamente (ho il panico dell’aereo), e mi telefona il tecnico dell’assistenza. Il senso del messaggio è che in Olanda la riparazione va per le lunghe, e difficilmente riavrò l’iBook prima della prossima settimana. Sono troppo contento per essere sopravvissuto al volo (e oltretutto in roaming la telefonata la pago pure io) per approfondire il concetto. Poi, la sorpresa: non sono a Copenaghen ma a Stoccolma. Me ne accorgo la sera, dopo una giornata passata tra aeroporto e hotel. Mi sembrava che parlassero tutti svedese e non danese. Poco male, perché la città  è quella giusta, sono io che ho sbagliato credendo di andare a Copenaghen (l’agenzia per fortuna mi ha fatto il biglietto giusto).

Il dramma arriva poco dopo: l’intervista è nella cittadella della tecnologia svedese, dove ci sono Ericsson, Oracle, Intel e decine di start-up. E’ chiamata la “Wireless Valley”, perché stanno studiando tutte le migliori tecnologie senza fili per i portatili. Sul mio iBook ho la scheda Airport. Qui ci sono decine di punti di accesso, dappertutto, 802.11b come se piovesse. Ma io non ho il mio computer. Non ho nessun oggetto tecnologico a parte il telefono. E anche quello è quasi scarico.

Rientro a Milano e vengo accolto dal caldo. E’ giovedì sera, sono arrivate anche le zanzare (probabilmente hanno preso un volo di poco precedente al mio). Casa mia sembra il laboratorio di un luddista di fine ottocento. La cosa più tecnologica è la lampadina sul comodino (massima luminescenza, alto risparmio, cinque diverse gradazioni di intensità , le manca solo il riconoscimento vocale). Si fulmina poco dopo le 22.

E’ già  buio, sono dentro il letto con una risma infinita di stampe accumulate durante la settimana (con l’iBook salvavo tutto nel computer e me lo leggevo a letto, con calma), al buio. Le zanzare non sono in vena di conversazione.
Scelgo di dormire: abito al secondo piano e gettarmi dal balcone non avrebbe probabilmente gli auspicabili effetti radicali.

Continua…