Crisi dei discografici e pirateria online: è tutto un bluff?

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Secondo un autorevole sito di informazione anglofono, la legislazione resitrittiva per chi “ruba” musica online sarebbe ingiustificata. Almeno, se la spinta è data dal fatto che il “furto” sta devastando le aziende discografiche.

Scaricare la musica uccide il mercato discografico? Gli artisti stanno finendo in mezzo a una strada? Le major vanno in miseria? Secondo una analisi di ArsTechnica firmata dal giornalista Ken Fisher, le cose forse non stanno proprio così. E visto che i legislatori un po’ in tutto il mondo stanno colpendo con durezza inusitata chi scarica, minorenni e vecchietti compresi, forse la notizia non è cosa da poco.

Ricapitoliamo. Fisher è andato, nella migliore tradizione del giornalismo investigativo anglosassone, a dare un’occhiata ai conti di BMI, una delle più grandi associazioni di autori mondiali. Il ragionamento è semplice: il download illegale viene penalizzato in modo molto duro perché sta uccidendo l’industria. I legislatori hanno accolto con partecipazione gli appelli degli esponenti del settore. Si usa la mano pesante per cercare di arginare il fenomeno. Ma quanto stanno perdendo le case discografiche? Quanto è profondo il , la ferita inferta dall’emorragia di vendite causate da una dilagante pirateria?

BMI, se non è una eccezione, indica che le cose potrebbero stare in maniera molto differente, racconta Fisher. L’anno fiscale 2004, appena conclusosi, è stato un anno record. 673 milioni di dollari di fatturato, con un incremento del 6,8%, cioè di 43 milioni. Royalties per 573 milioni, che vanno a compositori, editori e parolieri, con un aumento del 7,5% rispetto all’anno prima, pari a circa 40 milioni di dollari. Si tratta, secondo il Ceo di BMI, Frances Preston, della più grande distribuzione di diritti nella storia dell’azienda.

Ok, direte voi. E’ un caso. Anzi, è frutto di una sana legislazione restrittiva, che magari è andata a toccare in modo un po’ diretto un equilibrio di pene e multe che finora era gestito in modo differente (negli Usa si rischia di più a scaricare musica che non a scippare una vecchietta). Insomma, questi numeri hanno tutta un’altra spiegazione.

Certo, potrebbe essere così. Però, argomenta Fisher, BMI da dieci anni cresce a una media del 9% annuo. Tanta crisi non ci deve essere. E coloro i quali BMI foraggia, autori, compositori, parolieri ed editori, continuano a guadagnare come quando Napster non si sapeva neanche cosa fosse. Quindi, perché tanti aumenti di prezzo dei prodotti? Perché tanto astio contro chi scarica, neanche stesse sparando su di una folla di cantanti disarmati? A questo Fisher non risponde e neanche noi. Lasciamo spazio alle considerazioni personali di chi ci legge.