“E’ tutta colpa del mio BlackBerry”

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Piccolo incidente di percorso per l’attrice americana, Lindsay Lohan. Chiamata a comporre un articolo in gran fretta per la morte del regista Robert Altman con cui aveva lavorato, ha pubblicato una storia piena di refusi ed errori di sintassi sul Los Angeles Times. Tutta colpa degli errori di manipolazione della minuscola tastierina del suo telefono-palmare. E’ l’inizio della fine del bello scrivere?

Diciamoci la verità : chi legge qui probabilmente non ha bisogno di scrivere niente se non qualche missiva ad amici e qualche Sms. E proprio sui messaggini e sui presunti effetti negativi che hanno sulle menti e soprattutto sulla lingua dei giovani e fragili adolescenti è stato detto tutto e il contrario di tutto.

Anche la storia di cui vi abbiamo appena accennato, e cioè che l’attrice americana Lindsay Lohan abbia dato l’impressione a qualche milione di lettori del Los Angeles Times di essere ubriaca o non in possesso delle nozioni base dell’inglese scritto, vergando in velocità  un coccodrillo sul suo regista appena defunto, il notissimo Robert Altman da chissà  quale postazione remota talmente isolata da poterlo fare solo sul suo BlackBerry e farcendolo di errori, non è che sia poi una di quelle notizie che si fermano le rotative e si va in edizione straordinaria.

Invece, dentro, a ben guardare, c’è un angolo leggermente diverso e forse quello giusto da cui approcciare il problema e rendere più ampio il problema. Prima una considerazione di rigore per ridimensionare la notizia: il Los Angeles Times è un quotidiano tra i primi tre negli Usa. Che non ci sia nessuno, una volta messo in pagina il pezzo, che spenda dieci minuti di tempo a “passarlo” eliminando i refusi pare impossibile e se ciò non accadesse in Italia con una nostra attrice si sarebbe gridato all’agguato o quantomeno alla cattiveria mista a cialtronaggine della redazione. Detto questo e chiarito che nessuno o quasi tra i presenti – a parte ovviamente il vostro cronista – passa la giornata a picchiettare su qualsivoglia tastiera – c’è una notizia che arriva da un ragionamento. Vediamola.

Si dice, dunque, che la colpa è dei moderni mezzi elettronici. Soprattutto, del limitato spazio e delle limitate tastiere con cui si scrive. I 160 caratteri spazi inclusi disponibili in un Sms costringono a contorsioni con la grammatica e la fonetica che rasentano lo slang strapaesano. Ma non è il nostro caso: il BlackBerry spedisce email, mica sms.

Si dice che è colpa delle tastiere inadeguate, della fretta, della velocità , dell’incapacità  di gestire testi e comunicazioni di media o lunga durata. Soprattutto, i piccoli tastini porterebbero al moltiplicarsi degli errori. Ma non è mica il nostro caso: il BlackBerry ha di solito una tastiera straordinariamente ergonomica e funzionale.

Ma forse c’è dell’altro. Guardando gli errori capitati a Lindsay Lohan nel divertente pezzo di The Register, appare il sospetto che forse non di errori di battitura ma di errori di dizionario predittivo si tratti.

Spieghiamo il concetto: così come per i telefonini c’è un sistema – il più diffuso è il T9 – che permette di scrivere più velocemente i messaggi prevedendo la parola che si sta scrivendo con i soli nove tasti ognuno dei quali con tre lettere sopra, alla stessa maniera per i BlackBerry con la tastiera “compatta” (ovvero non quella estesa e dotata di tutti i tasti con le varie lettere dell’alfabeto) l’azienda produttrice Rim ha studiato un sistema di input predittivo che si chiama SureType. Molto buono ed accurato, non è tuttavia esente da pecche. Non è semantico, quindi non capisce quasi mai in base al contesto di quale parola serva la frase con quella particolare combinazione di tasti premuti. E siccome esistono queste strane parole tra loro diverse come fonetica e significato ma che hanno le stesse pressioni di tasto per essere composte (“nostro” e “mostrò”, ad esempio sul T9 del cellulare, ma ce ne sono di più insidiosi) la possibilità  di farsi prendere la mano dal sistema e inserire per errore quella sbagliata (e totalmente fuori contesto) esiste ed è purtroppo prassi comune.

Inoltre, i dizionari di questo tipo di apparecchiature difficilmente conservano certe parole. In italiano la cosa si nota di più perché, a differenza dell’inglese, da noi i suffissi soprattutto per i verbi abbondano: differenti persone e numeri, differenti particelle agganciate (“Amami” non viene fuori, ci si ferma ad “Ambo” e poi bisogna passare alla modalità  manuale d’inserimento del T9). Qual è l’effetto? Che la mente si adatta e comincia ad evitare parole e formule complesse o desuete. Vale a dire, si comincia a scrivere come si parlerebbe ad un bambino piccolo.

E’ certo che lo stile e l’eleganza nello scrivere non dipendono dalla desuetudine dei termini usati o dalla ricercatezza delle costruzioni, ma è anche vero che il pendolo in questo caso va nella direzione opposta. Troppi ostacoli portano alla scrittura piatta, smorta e sintatticamente poco brillante o mossa: si evitando costruzioni complesse, congiuntivi, condizionali, passati remoti e futuri anteriori. Insomma, non è tanto la ridotta dimensione dello spazio del testo o della tastiera, quando il cameriere non troppo intelligente che si agita all’interno del telefonino o del BlackBerry a fare la differenza in negativo. E la lingua avvizzisce…