Gente che ama l’iPhone: ma com’è possibile?

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Secondo ricerche che stanno cercando di mappare il successo dei prodotti di Apple, molti consumatori non sarebbero “dipendenti” dal loro smartphone con la mela morsicata. Invece, da un punto di vista neurologico e comportamentale, ne sarebbero invece genuinamente innamorati. Ma come è possibile?

Amo et odi. Odi et amo. Catullo, già più di duemila anni fa deliziava il palato degli appassionati con il suo distico elegiaco più famoso, all’inizio del carme 85 del suo Liber.
Odi et amo. Quare id faciam, fortasse requiris.
Nescio, sed fieri sentio et excrucior.

(trad: Odio e amo. Forse mi chiedi come io faccia.
Non lo so, ma sento che ciò accade, e ne sono tormentato.
)
L’amore, il tormento, l’estasi, la difficoltà che viene a prescidere dalla volontà umana. Il groviglio dei sentimenti, la sofferenza che attanaglia. L’amore che tutto sbrana.

Sono sentimenti bellissimi, profondamente umani, struggenti per intensità. E al loro catalogo appartiene anche, secondo una scuola di pensiero e analisi che sta ottenendo molto spazio nelle pagine del New York Times, anche l’Phone rientra in questa categoria.

love iphoneLa nuova buzz-word è “neuro-marketing”: si studia il cervello, la fisiologia, gli impulsi elettrici, la biochimica. Insomma, si guarda cosa succede “dentro” la mente, e non si fanno più domande. Oppure si espongono bambini di 14-20 mesi a oggetti cercando di leggere a quali corde il design di questi prodotti si appelli più direttamente. Le scoperte fanno emergere un dato che appare davvero singolare, secondo molti, scandaloso secondo altri e inevitabile secondo tutti quanti.

Apple con il suo iPhone scodinzola dalle parti dei sentimenti più profondi: emozione, anzi amore. E l’amore che diventa romantico oppure passione oppure desiderio oppure anche odio, perché no. E persino amore religioso, come quello che si nutre per le immagini sacre e i simboli più profondi della civiltà. Comunque, sempre amore. Tanto amore. Troppo amore?

La passione che si manifesta al di fuori e al di là di quelle che sono le categorie classiche della dipendenza forte, estrema con un oggetto (la dipendenza del tossico, per intendersi, che porta agli “alcolizzati da shopping, gli “shopaholic”) qui diventa altro, più profondo. La scoperta non è straordinaria o rivoluzionaria come sembra: è la constatazione di un fenomeno che è già avvenuto, forse il suo giusto collocamento nel grande affresco delle esperienze a cui si espone l’animo umano.

Quel che sarebbe interessante capire è, secondo questa tesi, come mai sia accaduto questo strano fenomeno. Cosa ha fatto scattare questo meccanismo. Perché scoprire che si ama appassionatamente e senza pudore un marchio, una linea di prodotti, un oggetto, non è cosa necessariamente nuova. Ma svelare il modo in cui questa dedizione e passione nasce, la disciplina che la genera, la comunicazione che la innesca, la pianificazione volontaria o involontaria che la fa sorgere e sparge il contagio, ecco questo sarebbe davvero interessante da leggere e capire. Forse per replicarlo o forse per evitarlo, chi può dirlo. Ma è comunque la cosa da capire.