L’evoluzione della privacy su Facebook

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Negli ultimi tre anni la storia della privacy del social network più popoloso al mondo è stata conflittuale e ha riempito le cronache dei giornali. Ancora oggi destano scalpore gli articoli che indagano quale sia realmente il rispetto delle informazioni personali da parte del sito più “aperto” nella parte abitata della rete.

Se su Google si cerca “privacy” e “Facebook”, escono 756 milioni di risultati. Ci sarà un motivo, no? O meglio, ci sarà un problema. Perché di problema si parla, quando si fa riferimento alla privacy e a Facebook. L’azienda americana che è diventata l’attuale incarnazione dello spirito dei social network mantiene un aspetto trasgressivo: considera la privacy dei suoi adepti meno importante della pubblicità, e sostiene che è così anche per le giovani generazioni digitali.

Padri analogici, figli digitali. Privacy stretta, nessuna privacy. Mettiamo tutto online, e poi perdiamone il controllo. Lasciamo che le foto e i commenti e i video e tutto il resto poi torni un giorno contro di noi: quando un datore di lavoro vuole fare un controllo dopo un colloquio, quando una fidanzata vuole sincerarsi che il promesso sposo sia davvero appassionato solo di lei, quando un curioso vuole scoprire più cose su di noi per mille scopi: seguirci per la strada, scrutarci da dietro un angolo buio, denunciarci al vicinato della nostra personale Peyton Place. O chissà.

Le regole di Privacy di Facebook sono qui. Se Google e YouTube le avessero seguite sarebbero finiti sotto il fuoco incrociato dei media e dei carri armati di nazioni inferocite per il trattamento che i propri cittadini erano costretti a subire. Facebook, no. Vive in una zona del mistero, dove le normali leggi della fisica e del codice non si applicano. Si dirà: è la rete. Ma nel resto della rete non è così. È la spregiudicatezza di Facebook a fare in modo che legislatori e governi particolarmente restrittivi, codini e chiusi come quello italiano possano emanare leggi per “regolare internet”.

I padri fondatori della rete (non del web, proprio della rete negli anni sessanta) avevano immaginato le fondamenta di Internet come una cosa solida quanto bastava, flessibile quanto poteva e soprattutto aperta come niente altro, perché la comunità che la popolava era una comunità di persone per bene. Non serie (la sera al MIT attaccavano il calcolatore da 200 milioni di dollari a un plastico dei trenini, negli anni sessanta, e negli anni settanta su Internet c’era più mailing list di scienziati che discutevano di Star Trek che di fisica o di biologia) ma per bene.

Adesso, invece, le persone per bene ci sono sempre, e sono la maggior parte degli utenti. A fare in modo che la loro voce non sia udibile, è un nucleo di tecnologi che hanno capito che possono usare una “rete selvaggia” per guadagnare.

In un paio d’anni la privacy di Facebook è cambiata in maniera sostanzialmente negativa. Le aree in cui i dati dei profili degli utenti sono per default disponibili a tutti sono aumentate. I dati vengono forniti in maniera continua, la possibilità di influire e controllare il loro “ciclo di vita” diminuiscono costantemente. Facebook anche in Italia sta adempiendo al suo scopo istituzionale di far ricollegare migliaia di persone che non si vedevano più da tempo, oltre a creare spazio per i gruppi di interesse e dare la possibilità (stile MySpace) di promuovere e condividere informazioni, singoli eventi e fenomeni in maniera più o meno strutturata. Al prezzo di poter avere tutte le informazioni possibili e immaginabili. Con un settaggio per la maggior parte dei casi di apertura globale di default. Come dimostra questo articolo di Matt Mckeon.

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