Ma allora Ibm vuol davvero mordere la mela?

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Le speculazioni lanciate due giorni fa in rete da un sito britannico di news stanno facendo rumore: Big Blue potrebbe aver venduto la sua divisione pc per cercare una inedita joint venture con Apple (per la quale produce due categorie di processori su tre). Cosa c’è dietro? Cosa è stato veramente scritto al riguardo?

Da tempo, per chi segue la storia di Apple, le voci di possibili acquisizioni si rincorrono. Una volta è Sony, un’altra Oracle, ogni tanto Ibm. Tentativi, come viene documentato da vari storiografi della casa della mela, ce ne sono anche stati. Ma nessuno ha mai concluso niente. Adesso, è tempo di nuovi rumors, questa volta ispirati da Ibm e dalla sua decisione di vendere in Cina la sua divisione Pc. I dietrologi non sono solo una categoria dell’italianità , ma si annidano un po’ dovunque. Vediamo cosa bollirebbe in pentola, secondo questi spiriti molto riflessivi.

La spiegazione fornita è semplice: la vendita della divisione Pc precede di pochi giorni (sarebbe quindi questione di pochissimo) l’annuncio di un accordo o addirittura di una scalata di Ibm dentro Apple. Perché, si sostiene, l’obiettivo sarebbe unire la capacità  di vendita, di consulenza e la credibilità  di Ibm con le risorse software e hardware prodotte da Apple, in sinergia con la stessa Ibm per quanto riguarda i processori.

Perché, tuttavia, Ibm dovrebbe scegliere di portar fuori dal suo diretto controllo la divisione Pc (che è costata quasi due miliardi di dollari e ne produrrà  almeno 10 all’anno di fatturato, secondo le analisi) solo per rientrare nel business con Apple?

Questione di sinergie, ma anche di scontro duro con l’avversario di sempre, cioè Microsoft. Ibm ha scelto da tempo di non divenire un produttore di sistemi operativi. Quasi per una idiosincrasia non eliminabile, l’azienda ritiene infatti che sia meglio competere e al limite aiutare chi produce sistemi operativi a competere.

Nel settore hardware in cui sta dando il meglio, cioè i server, Ibm si appoggia pesantemente a Linux, che sovvenziona sia in termini economici (gli investimenti per lo sviluppo di soluzioni per il pinguino sono Open Source e quindi rientrano poi a disposizione di tutta la comunità  del mondo del codice aperto) che psicologici questo mondo.

Ma nel settore desktop, quello dei client aziendali e non solo, Ibm non riesce a sfondare. Pc basati su Linux non si vendono. E dopotutto, non solo i Pc basati su Windows propagano la filosofia e l’abitudine al consumo dei prodotti di Micorosft, ma introducono surrettiziamente in azienda anche un cavallo di Troia (tipo Explorer od Outlook) che poi costringe a montare anche lato server prodotti Microsoft.

Infine, ma non è cosa da poco, è quasi un paradosso che un produttore di Cpu si trovi a vendere computer basati sui processori di un concorrente (Intel, in questo caso). Perché tale è la situazione di chi compra un fisso o un ThinkPad di Ibm.

Ma se queste che abbiamo scritto sino ad ora sono le ipotesi da cui si parte per costruire il rumor di un interesse di Ibm per Apple (che giustificherebbe addirittura la forte crescita del titolo di Cupertino nelle scorse settmane), c’è anche chi la pensa molto diversamente.

Si ritiene infatti che non solo l’accordo tra Ibm e Apple non sarebbe economicamente invogliante (in pratica perché Apple costa molto cara, in questo momento), ma anche che difficilmente la mentalità  di quelli di Cupertino (passionali, innovativi, fuori dalle regole, anche un po’ snob) riuscirebbe a mixare con quella degli uomini in blu di Ibm (i manager seri, gli impiegati diligenti, i venditori che hanno ispirato con il loro look Men in Black).

Certo, sarebbe interessante vedere crescere nel mondo una nuova generazione di architetture, quelle basate sulla piattaforma dei PowerPc che sta regalando una soddisfazione via l’altra), a scapito dell’x86. Ma forse la via di un matrimonio – o anche solo di un fidanzamento – tra Ibm ed Apple è solo un’illusione.