Non chiamateli hacker, altrimenti si arrabbiano

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Fenomenologia di un nome che viene spesso utilizzato a sproposito, soprattutto dai giornali. La parola “hacker” è diventata sinonimo di criminale, mentre la comunità  originale ha – al contrario – uno spirito assolutamente onesto e collaborativo

Non chiamateli hacker, altrimenti si arrabbiano. Il termine giusto per i pirati informatici di oggi, quelli che provocano danni alle aziende e terrorizzano gli utenti, è “cracker”, come spiega Raoul Chiesa, l’ex hacker più famoso d’Italia che oggi ha fondato una società  di consulenza, @mediaservice.net e viene pagato per testare la sicurezza delle reti dei suoi clienti.

La sua è una ricognizione sull’antropologia dell’hacker, anzi del “cracker” di oggi, che è completamente differente rispetto alla fine degli anni Cinquanta, quando il fenomeno descriveva solo gli studenti più brillanti delle facoltà  scientifiche Usa. Quelli, cioè, in grado di risolvere con originalità  ed eleganza le difficoltà  poste dai primi elaboratori elettronici.

“Oggi di “cracker” – spiega Chiesa – ce ne sono di tre tipi. Gli adolescenti che scaricano da Internet strumenti software fatti da altri e li usano senza capirne il funzionamento. Provocano danni e basta. Poi ci sono ex hacker, cioè persone con competenze di tutto rispetto, che a un certo punto hanno imboccato la strada del vandalismo: provano piacere a danneggiare i sistemi, al contrario di un hacker vero che, come spesso accade, quando individua una debolezza informatica la segnala all’azienda senza creare danni”.

Ma la terza categoria che indica Chiesa è quella più pericolosa per le aziende. Oltre agli attacchi indiscriminati, come i virus – vere e proprie bombe lanciate in Internet per rallentare tutte le macchine online di aziende e privati – ci sono anche gli attacchi mirati. Operazioni chirurgiche per creare danni specifici o, talvolta, rubare informazioni.

“In questo caso – dice Chiesa – si tratta spesso di insider aziendali, i dipendenti, giovanotti spesso prezzolati dalla concorrenza per acquisire un vantaggio ingiusto sia attraverso lo spionaggio industriale sia attraverso il sabotaggio. Se ne parla poco ma è un problema reale. All’elenco, infine, aggiungerei gli arrabbiati, quelli che reputano di essere stati licenziati ingiustamente, ad esempio, e che per vendetta si accaniscono contro l’ex datore di lavoro. E gli incompetenti, cioè gli impiegati che “smanettano” con i computer aziendali creando danni senza saperlo”.