Processo anti siti di rumors, Apple sulla graticola

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Il procedimento con cui Apple chiede ai giudici di imporre ai siti di rumors di rivelare le loro fonti non si mette bene per Cupertino. I giudici mettono in discussione la posizione di Apple: “Dovreste preoccuparvi prima di ogni cosa di scegliere meglio i vostri dipendenti”

Le cose nel procedimento con cui Apple sta cercando di ottenere l’autorizzazione ad ottenere il nome di chi ha dato in pasto ad Internet l’indiscrezione su Asteroid, non sembrano mettersi benissimo per Cupertino. I tre giudici chiamati a valutare le legittimità  della richiesta della Mela hanno infatti lasciato intendere, con un fuoco di fila di domande (qualcuna non troppo benevola) che piuttosto difficilmente si pronunceranno contro i siti di rumors, imponendo agli Internet provider di AppleInsider e di PowerPage di presentare la documentazione in loro possesso.

Nel mirino dei magistrati diversi aspetti della documentazione usata da Apple per richiedere il procedimento costrittivo.

In primo luogo non sembra che i giudici siano convinti dell’effettiva innovatività  di Asteroid e del fatto che la fuga di notizie sia, come dice Apple “un grave furto”. “Non starete mica sostenendo che questa è realmente una nuova tecnologia – ha detto il giudice Conrad Rushing, che presiede l’udienza – è solo un sistema per collegare una chitarra ad un computer”.

In secondo luogo i giudici hanno espresso perplessità  sulle procedure seguite da Apple per ottenere, come avrebbe dovuto, prima di rivolgersi al tribunale il nome dello “spione”. «In buona sostanza – ha detto il giudice Franklin Elia – quello che avete fatto è stato solo andare dai vostri dipendenti e dirgli: “Avete per caso diffuso informazioni segrete? Perché, se avete diffuso informazioni segrete sappiate che sarete licenziati”».

Successivamente poi lo stesso giudice, dopo avere ascoltato la posizione di Apple, ha ribattuto all’avvocato di Cupertino, Gorge Riley, dicendo: “In pratica questo caso è tutto orientato ad un solo scopo: tirare fuori il nome della gola profonda. E’ questo che volete?”. A Riley che replicava sostenendo che “quello che interessa ad Apple è scoprire chi ha commesso un crimine”, Elia replicava con asprezza: “Non dovreste assumere persone che pensate che possano infrangere la legge”, facendo così intendere che una (buona) parte di colpa è proprio di Apple stessa che dovrebbe prima di tutto accusare se stessa per non avere scelto bene i suoi dipendenti.

In chiusura una frase è parsa lasciar intendere che c’è già  un orientamento ben preciso teso a rivedere il procedimento precedente che aveva dato ragione ad Apple: “Se non facciamo qualche cosa – ha detto ancora Elia – il provvedimento della corte sarà  applicato e ci saranno dei danni”

Il caso è seguito con grande attenzione dai media americani. Molti di essi temono che una eventuale sentenza a favore di Apple possa minare alle fondamenta il diritto di segretezza dei giornalisti sulle fonti per i loro articoli. Un altro risvolto è quello inerente il mondo dell’informazione elettronica che ha modificato lo scenario del giornalismo estendendo il titolo di giornalista e i conseguenti diritti anche a bloggers e siti redatti da appassionati e semplici cittadini che fanno informazione. Questo diritto è negato da Apple (che per altro verso nega anche il diritto alla segretezza dei giornalisi se ci sono in gioco informazioni su processi e tecnologie industriali); proprio facendo leva sul fatto che AppleInsider e PowerPage sono siti di appassionati e non testate giornalistiche vere e proprie, aveva ottenuto in prima istanza una sentenza favorevole.

La Electronic Frontier Foundation, che partecipa alla difesa dei due siti oggetto del procedimento, partendo da questo presupposto sostiene che Apple non sta operando per punire gli autori della fuga di notizie e impedire il ripetersi dell’episodio, ma per tappare la bocca ai siti più piccoli sperando che una punizione esemplare li scoraggi per il futuro e costituisca un esempio per altri siti che avessero la tentazione di fare la stessa cosa. Ciò, secondo la EEF, sarebbe un duro colpo alla liberà  di parola e all’emendamento della costituzione americana che la garantisce.

“Sembra – ha detto l’avvocato della EEF Kurt Opshal – che la corte abbia colto la rilevanza della questione in gioco. La corte della California ha una lunga tradizione nel proteggere la libertà  di stampa”.

Al momento non è chiaro quando la sentenza finale sarà  pronunciata.