Spam: il contrattacco parte dalla Cina

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Dalla Cina parte la maggior parte dello spam e dalla Cina partirà  l’offensiva per fermare questo fenomeno. Spamhaus, uno dei principali operatori per la prevenzione e repressione del fenomeno della posta spazzatura decide di lanciare l’offensiva proprio dal più grande e popoloso paese del mondo. Intanto negli USA finisce in galera il più famoso degli spammers.

ChinaTech News informa che da due giorni è attivo in Estremo Oriente il nuovo quartier generale di Spamhaus, uno degli operatori specializzati per la caccia alle email indesiderate.

“La nostra missione – ha dichiarato Danny Levinson, responsabile dell’azienda al giornale online – è quella di aiutare i fornitori di email e tecnologie cinesi a mettere a regime quelle aziende i cui server vengono utilizzati per spedire in tutto il mondo lo spam”.

Il mese scorso la Internet Society cinese (Isc) aveva invitato l’amministratore delegato di Spamhaus, Richard Cox, per un meeting di altissimo livello con rappresentati del governo di Pechino per prendere visione di una delle situazioni più esplosive sulla scena del dilagare delle email non sollecitate in tutto il mondo.

Tre dei peggiori network da cui parto le spam destinate a tutto il mondo sono cinesi: Pccw, Chinanet Chongquing e Chinanet Guangdong. Chi spedisce le spam, generalmente dagli Stati Uniti, si basa sulle debolezze infrastrutturali di provider come quelli cinesi per poter inviare ondate di mail non desiderate con l’ulteriore certezza di non essere perseguibile dalla legislazione statunitense.

Ma a qualcuno non è andata bene. Howard Carmack, meglio conosciuto come “Buffalo Spammer” e responsabile dell’invio di qualche miliardo di messaggi di spam, è stato condannato a sette anni di prigione da un tribunale dello stato di New York.

Singolarmente, l’uomo non è stato condannato per l’attività  di spammer (che la legislazione locale non conosceva un anno fa quando l’uomo è stato incriminato) ma per furto di identità  digitali. Carmack, infatti, si è appropriato di almeno 14 indirizzi di posta elettronica di altri, rubando o forzando accessi e password. Un reato, quest’ultimo, perseguito da tempo nei tribunali statunitensi.