Sun, Linux, Microsoft ed Apple, l’interfaccia marcia verso il futuro

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Cosa sta succedendo nel settore delle interfacce per i sistemi operativi? Qualcosa forse si muove. Giungono anticipazioni di (quel che resta di) Longhorn, di Looking Glass basato su Java di Sun, dei nuovi prodigi di Red Hat e Suse. Allora, la metafora delle icone e della scrivania sta forse per scomparire? Scopriamolo guardando quello che succede nel settore della ricerca

La finestra del browser è nel mezzo dello schermo. Pare quasi galleggiare. Sotto, una striscia simile al Dock di Apple. Nel quale, però, le icone sono messe di tre quarti, un po’ di profilo. Praticamente sospese. Il mouse si muove e il puntatore sfiora la sbarra della finestra. E questa oscilla. Poi, un colpo secco, e la finestra va di profilo, diventando tridimensionale e rivelando uno spessore che riporta il titolo del documento. Un altro colpo e si ribalta con un movimento elegante, ruotando su se stessa. Dietro, è possibile prendere appunti, segnare delle note per esempio sul contenuto della pagina web.

Siamo ancora ai primordi, ma Sun ce la sta mettendo tutta per dimostrare che l’interfaccia concettualizzata negli anni Settanta ai laboratori di Xerox, il famoso Parc di Palo Alto, ingegnerizzata da Apple prima con il Lisa e poi con il Macintosh e infine sfruttata per costruire l’impero di Bill Gates da Microsoft forse è arrivata alla frutta. Anzi, proprio al conto: tra poco si dovrà  alzare, uscire dal ristorante e lasciare la scena a qualcosa di nuovo. Oppure no?

Sun ci crede: nel suo ambiente basato su Java e messo come un cappello sopra al kernel di Linux, infatti, lo sforzo è quello di rendere disponibili a tutti non solo nuove tecnologie ma anche molta innovazione. Come si vede da una demo (scaricabile da qui, attenzione perché è un file da 40 MB e la parte della dimostrazione è circa a metà ), quello che si può fare non è mai stato tentato prima, almeno su questa scala.

Rendere l’ambiente della scrivania tridimensionale vuol dire aprire un mondo nuovo per la manipolazione dei dati, secondo gli ingegneri di Sun, e rendere disponibili agli sviluppatori le API (application programs interface) vuol dire riaprire i giochi dell’innovazione, dare fiato a migliaia, milioni di sviluppatori magari del mondo Open Source. E’ proprio questo il punto: l’innovazione. Che, a sentire molti, nel settore delle interfacce manca da molto tempo.

Tutto però è iniziato qualche mese fa, un annetto più o meno, quando Steve Jobs ha mostrato in anteprima una delle funzionalità  dell’allora inedito Mac Os X 10.3 Panther. Exposé. Un semplice tocco del tasto F11, oppure un movimento del mouse, e tutte le finestre scompaiono. Si ripete il gesto e ricompaiono. F10? Si miniaturizzano e dispongono intorno allo schermo quelle dell’applicazione corrente. F9 e ubbidienti si muovono tutte le finestre visibili (o invisibili) sulla scrivania. Una innovazione che ha provocato come un brivido giù per la schiena di molti, soprattutto a Redmond.

Mac Os X nei primi stadi di sviluppo dentro i segreti laboratori di Cupertino presentava una interfaccia assolutamente analoga a quella di Mac Os 9. Poi, un po’ per volta, con aggiustamenti e ritocchi che durano dal 2000, siamo arrivati all’attuale forma e gestione delle forme e dei volumi. Sempre tutto bidimensionale, con velati effetti di ombreggiatura per rendere il senso di una prospettiva minimalista. Ma sufficienti a far sembrare sia Mac Os 9 che Windows roba del secolo scorso (ed in effetti lo sono).

Il mondo Linux, soprattutto quello che si rivolge alle industrie, procede spedito senza tenere tanto di conto l’innovazione delle forme: gli ingegneri del software nascono programmando codice e considerano – forse – l’interfaccia qualcosa che arriva molto dopo. Eventualmente. Le aziende come Apple, Sun e Microsoft, invece, sono abbastanza accorte per quanto riguarda i temi dell’usabilità  e dell’aspetto esteriore, dove la forma si unisce alla funzione. Dato che, riflettono non a caso, la forma alle volte consente di usare meglio le funzioni, e talvolta di crearne di nuove.

Tanto è vero che a Redmond, nelle prime copie “monche” di tante funzionalità  di Windows XP2 (parrebbe questa la dizione più corretta per indicare Longhorn), ne è apparsa molto recentemente una per la riorganizzazione delle finestre con un sol colpo, anzi due colpi, di tastiera. Ed è stata presentata la scorsa settimana dallo stesso Bill Gates a una platea adorante di utenti e clienti Microsoft.

Qualche ingegnere che probabilmente a casa usa il Mac ed ha partecipato agli eventi di Sun, vedendo in anteprima un mondo di oggetti tridimensionali che si muovono a comando sullo schermo, ha pensato di implementare nell’ultima preview di Longhorn un nuovo effetto per la gestione della combinazione di tasti Alt-Tab, equivalente a Mela-Tab nel mondo di Apple, che serve a passare da una applicazione all’altra.

Dato che per Windows ogni singola finestra corrisponde a un task separato (anche se appartiene alla gestione di una unica applicazione, come si nota quando occorre terminare un task forzatamente perché si è bloccato e il sistema “uccide” tutti quelli dello stesso genere anche se funzionavano perfettamente) la combinazione di tasti consente di passare da una finestra all’altra nell’ordine con cui sono state aperte e a prescindere dalla applicazione che le gestisce.

Si premono i due tasti e tutte le finestre si mettono obbedienti di tre quarti, impilate come fogli magicamente sospesi a un lato dello schermo, consentendo di passare da una pagina all’altra con successivi “colpi” di Alt-Tab. Una piccola innovazione che non necessariamente verrà  inserita nelle versioni finali di Longhorn, ma che rappresenta bene lo spirito di Redmond, sempre pronto a cogliere lo spirito delle innovazioni “abbandonate a se stesse” nei prodotti di altri.

Quali saranno allora gli sviluppi dell’interfaccia che ci attende? Le evoluzioni di gran classe (ma un po’ spiazzanti sul piano dell’utilità  pratica) di Looking Glass made by Sun, oppure i giochi bidimensionali di Apple? Le finestre come pagine di un libro di Harry Potter, che magicamente galleggiano nel vuoto, di Microsoft, oppure il rigore di Red Hat e SuSE che cercano di realizzare grazie a Ximian e alle loro tecnologie derivate fa Gnome e KDE degli ambienti il più convenzionali possibili per vincere la paura degli utenti a utilizzare lo strano e sconosciuto Linux?

E’ possibile che nei prossimi anni assisteremo a una “diversificazione” ulteriore degli approcci; è possibile che entro il 2008 ne vedremo letteralmente delle belle. Oppure è possibile che Microsoft giuochi il suo ruolo di “colla” per mantenere uniforme il mondo delle interfacce prendendo quanto di meglio trova a giro e riproponendolo nel sistema attualmente più diffuso (ma domani chi potrà  dirlo?), come una sorta di buon samaritano della tecnologia?

Ancora è presto per fare previsioni, ovviamente, bisognerà  aspettare almeno questa estate per vedere cosa presenterà  Steve Jobs alla World Wide Developer Conference di San Francisco (quando farà  la sua prima apparizione pubblica Mac Os X 10.4 Tiger) e che cosa succederà  nel mondo Sun e in quello Linux più in generale. Di sicuro, in molti tra gli studiosi di interfacce, un campo che fino ad oggi non ha prodotto molte novità  rivoluzionarie dopo il “botto” delle finestre e delle icone, si stanno agitando.

L’era dei Web Services sta producendo una grande riduzione del modo in cui vengono usati i computer. Sempre più basata sulla metafora del browser. Si punta, si clicca, si passa da una pagina all’altra, da una finestra all’altra. Fino ad ora. Domani, magari, le finestre faranno le capriole dentro lo schermo, oppure si muoveranno obbedienti al suono della nostra voce. Chi può dirlo?