97 aziende top USA, tra cui Apple, Google, Microsoft e Intel, contro il decreto Trump

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I colossi del mondo tecnologico schierati contro Trump. Un centinaio di aziende hanno preparato un documento presentato alla Corte di Appello del nono circuito, a supporto degli stati di Washington e Minnesota che hanno per primi chiesto il blocco dell’ordine esecutivo di Trump contro l’immigrazione.

Il mondo della Silicon Valley è apertamente schierato contro Donald Trump: i dirigenti di Apple, Google, Microsoft e decine e decine di altri colossi del mondo tecnologico, hanno preparato un documento in qualità di amicus curiae presentato alla Corte di Appello del nono circuito, a supporto degli stati di Washington e Minnesota che per primi hanno presentato il ricorso per bloccare il provvedimento voluto da Trump ripristinando circa 60.000 visti per gli Stati Uniti che erano stati revocati in seguito al decreto del presidente che vietava l’ingresso negli Usa ai cittadini provenienti da sette paesi a maggioranza musulmana.

Nel documento presentato alla Corte d’Appello si legge che “l’ordine esecutivo di Trump è discriminatorio in base alla nazione di origine e alla religione” evidenziando il danno per gli Stati Uniti e le aziende alla ricerca in tutto il mondo dei migliori talenti da assumere.

Oltre ai nomi già citati, nell’elenco riportato da Reuters figurano quelli di Facebook, eBay, Microsoft, Netflix, Intel, Twitter e Uber ma anche di aziende quali Levi Strauss e Chobani (brand noto negli USA per i yogurt). Assenti dalla lista nomi quali: Amazon, HP, Oracle e Yahoo anche se il CEO di Amazon ha già fatto sapere che metterà in capo tutte le possibili risorse per aiutare i dipendenti colpiti dal decreto. La vice presidente delle risorse umane, Beth Galetti, ha inviato un messaggio allo staff raccomandando ai dipendenti di evitare, almeno per ora, di lasciare gli Stati Uniti, chiedendo a chiunque sia all’estero di contattare l’azienda in caso di necessità e aggiungendo: “Abbiamo lavorato duro per portare qui persone provenienti da ogni parte del mondo e crediamo che questa sia una delle cose che rendono grande Amazon”.

Mark Zuckerberg, il CEO di Facebook, pochi giorni addietro ha scritto sul suo profilo di essere “preoccupato” evidenziando che “è necessario salvaguardare la sicurezza del nostro Paese”, ma che “dovremmo farlo concentrandoci sulle persone che rappresentano un pericolo vero”.

Satya Nadella, CEO di Microsoft, in un post su LinkedIn ha scritto: “In quanto immigrato e come amministratore delegato del gruppo, ho visto con i miei occhi e sulla mia pelle l’impatto positivo che l’immigrazione ha sulla nostra azienda, sul Paese, e sul mondo”.

Apple è da giorni schierata contro il decreto e il CEO Tim Cook ha inviato una mail ai dipendenti per condividere le preoccupazioni e spiegare che l’azienda “non esisterebbe senza l’immigrazione”.

Intanto il decreto presidenziale, bloccato da un giudice federale, è diventato bersaglio degli attacchi del presidente. A preoccupare i giganti della new economy sono i visti di lavoro per gli esperti del mondo IT, persone estremamente qualificate che arrivano da ogni parte del mondo, inclusi i paesi oggetto del “muslim-ban”. Uno studio della National Foundation for American Policy evidenzia che in questo momento nelle università americane il 71% degli studenti di informatica e il 77% degli studenti di ingegneria sono stranieri: persone destinate per la maggior parte a essere assunti da aziende della Silicon Valley. Nel 2013 gli Stati Uniti hanno concesso quasi 274.000 visti H-1B (quelli concessi a chi è in possesso di qualifiche accademiche), 1.220 dei quali destinati a lavoratori altamente qualificati provenienti dai Paesi oggetto del divieto d’ingresso voluto da Trump. In particolare 810 di quei visti sono stati rilasciati a cittadini iraniani, 280 a siriani e 53 a libici.

La decisione di Trump, insomma, rischia di mettere in pericolo uno dei settori più importanti degli USA. Toccherà ora alla corte d’Appello di San Francisco decidere se accettare o no il ricorso del Presidente contro la sentenza di giudice James Robart di Seattle che aveva  momentaneamente sospeso il divieto sull’immigrazione.

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