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  1. #1
    Novizio federicos avatar
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    Hu Jintao va da Bush, ma si comporta come un mercantilista del ’600

    Interessante punto di vista di Geminello Alvi sul commercio e le politiche energetiche cinesi.


    Durante questa sua visita negli Stati Uniti, il presidente Hu Jintao s’è ritrovato ancora più intento del solito a dispensare i suoi orientali e finti sorrisi. Un rituale il suo dovuto non solo alle urla di sdegno che una buddista gli ha dedicato.

    Accanto a Bush già era nel dovere di imporsi di trascurare a memoria anzitutto la
    impennata del prezzo del petrolio. Come se nessuno si fosse accorto della strategia cinese di accaparrarsi le fonti energetiche in ogni dove e senza troppe remore. Quando invece di questa
    caccia al petrolio e al gas sono ampliamente consapevoli soprattutto gli americani. E anzi proprio loro in uno studio del National Security Council, apparso il mese scorso, la hanno chiamata col suo vero nome: mercantilismo.

    In questo studio, approvato tra l’altro da Bush, si legge infatti che i dirigenti cinesi “stanno espandendo il commercio cinese, ma agiscono come se potessero comunque ipotecare le forniture di energia del mondo o condizionare i mercati invece di aprirli. Come si potesse ancora obbedire
    a un mercantilismo preso a prestito da un’epoca superata”. Per la verità il termine che rimanda alle economie del Seicento, alla rarità dei metalli e a mercati da proteggere il più possibile, era già stato usato dagli americani negli anni Ottanta. Allora, per biasimare il Giappone. Ben misera, a ripensarci, rispetto alla politica di caccia all’energia dei cinesi, completata da un partito dei comunisti non meno assolutista del Re Sole, e da una politica del tasso di cambio non liberista.

    La Cina sfrutta insomma i benefici del libero commercio, ma insistendo in un potere dispotico all’interno il cui esito logico è una politica mercantilista all’estero. Dove per mercantilismo si intende una politica che manipola il quadro degli scambi. Volta quindi non a terminare i commerci, ma a collocarli in una geopolitica più favorevole ai propri interessi di potenza. Già gli inglesi del Seicento, perfetti mercantilisti facevano le guerre navali, non per limitare i commerci ma per imporli agli olandesi nel modo più vantaggioso per la loro potenza. E il ritorno a politiche mercantiliste negli anni Trenta
    del secolo trascorso, e alla guerra corrispose peraltro anch’esso agli stessi intenti: caccia all’oro, spartizione dei mercati e delle fonti di energia. Cacce che non sedussero tra l’altro solo Hitler, e di cui si era iniziato a parlare bene prima.
    La mania degli economisti all’apice del liberismo prima della Grande guerra, infatti, era proprio quella di preoccuparsi di ottenere mercati energetici e dunque colonie.

    E del resto il mercantilismo e il liberismo sono sistemi ricorrenti, fasi del pendolo della economia mondiale. Solo degli economisti che non sanno la storia, come la più parte oggi, possono credere che il liberismo non abbia altro esito che se stesso. Finora, da che esiste il capitalismo moderno, esso è stato invece ritmato piuttosto da mercantilismi, guerre o almeno da politiche per mutare il quadro dello scambio, come è quella cinese. La Cina peraltro importa solo il 12 per cento dell’energia che consuma. Nel 2004 però ha usato 6,5 milioni di barili di petrolio al giorno e superato il Giappone come
    secondo più grande consumatore mondiale.

    E siccome la domanda dei cinesi arriverà a 14 milioni di barili nel 2025, con metodicità il suo partito comunista provvede.
    Non usando in modo più efficiente l’energia, come auspica The Rivers Runs Black, studio sull’impatto ambientale del boom cinese. Ma col più mercantilista degli intenti: la caccia all’energia in Africa, America latina o medio oriente. Dunque soprattutto in quei luoghi dove l’occidente si ritira.
    Per debolezza geopolitica come avviene all’Europa, o per scelta avversa ai regimi autoritari o non omogenei, come avviene agli Stati Uniti.

    Ed è questo l’altro punto dolente: la politica cinese confligge con la globalizzazione americana, ch’è imposizione di modelli politici e non solo liberismo. Infatti la Cina innervosisce gli Stati Uniti non solo in Iran, ma in ogni dove, assecondando in cambio di petrolio i despoti di Sudan, Birmania, e i populismi dell’America latina. E perciò il vicesegretario di stato americano ha invitato già in settembre la Cina “a divenire un responsabile stakeholder” della scena mondiale”.
    Ma il partito comunista cinese già nel novembre 2004, per tutta risposta, ha firmato con gli iraniani contratti da 70 miliardi di dollari per lo sfruttamento dei campi petroliferi di Yadavaran.
    Per certo la visita di Hu Jintao si chiuderà col contentino, già annunciato e incassato, di uno studio comune sulle necessità di energia delle due nazioni. Ma c’è da dubitare che basterà a scansare i conflitti del mercantilismo nei prossimi decenni. E per l’intanto può solo dirsi che la dirigenza comunista cinese ha eluso il test strategico, ovvero il gesto che Bush e gli Stati Uniti si attendevano almeno sulla questione iraniana. Tutta la struttura di conquista geopolitica dell’energia cinese resta in piedi. Anzi la Cina vi insiste, con una finzione rischiosa: quella di un agire preteso alla pari e inoltre concorrente agli Usa, per ottenere mercati esclusivi. E del resto che cos’è il comunismo se non una forma ancora più estrema di mercantilismo? Come sorprendersi dunque se alla dirigenza cinese vengono ovvi il dispotismo verso i propri operai, un cambio addomesticato e la caccia all’energia.
    Mercantilismo e liberismo riprendono a rincorrersi come sempre è stato, pure grazie ai comunisti
    cinesi.


    Geminello Alvi

  2. #2
    Genesisiano matbard avatar
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    G. Lerner

  3. #3
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  4. #4
    Jani Giulio Guerrini avatar
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    Hu Jintao va da Bush, ma si comporta come un mercantilista del ’600

    Anche Bush, anche Bush, anzi, se vogliamo essere pignoli, ha cominciato prima Bush

  5. #5
    Guru doublemike avatar
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    Bisogna anche dire che gli USA hanno una cifra notevole (in dollari) di debito verso la Cina. La Cina, infatti, possiede un capitale in titoli di stato USA. I Cinesi hanno dato i soldi agli americani.

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