L’assenza in Iran di un sistema nazionale di allarme pubblico (alla stregua del nostro IT-Alert) ha portato alcuni volontari a sviluppare Mahsa Alert, un sito web e un’app crowdsourced che offre ai cittadini iraniani informazioni sulla guerra in corso con Stati Uniti e Israele, tenendo conto che molte persone, tra le altre cose, devono affrontare il problema del blackout di Internet.
Lo riferisce Wired spiegando che l’assenza di un sistema nazionale di allarme pubblico e il blackout imposto dalle autorità su internet comporta un impatto su decine di milioni di persone, creando un costante clima di paura e incertezza.
Dall’inizio dell’offensiva israelo-statunitense contro Teheran un gruppo di volontari e attivisti per i diritti digitali ha iniziato a lavorare colmando la lacuna con una piattaforma di mapping costantemente aggiornata denominata Mahsa Alert. Il progetto può sostituire tecnicamente una vera e propria piattaforma di alert nazionale in tempo reale (quella che potrebbero offrire servizi governativi coordinati) ma è in grado di inviare notifiche push quando le forze israeliane avvertono di attacchi, indicando in alcuni casi in anticipo luoghi che intendono colpire.
“Non esiste l’allerta di emergenza in Iran”, spiega Ahmad Ahmadian, presidente e CEO di Holistic Resilience, gruppo che ha sede negli USA, si occupa di diritti digitali ed è dietro lo sviluppo di una piattaforma concepita la scorsa estate. “Abbiamo compreso l’interesse e la necessità, e abbiamo continuato a lavorarci con volontari e alcuni esperti di intelligence su fonti aperte, utilizzandola per mappare l’ecosistema dell’apparato repressivo e della sorveglianza in Iran.”
“Mahsa Alert è un sito web, ma anche un’app per iOS e Android, progettate intenzionalmente per essere leggera e facile da usare su qualsiasi dispositivo. Considerato il pesante controllo governativo sulla connettività in Iran e l’accesso instabile alla rete, i volontari hanno preferito dare priorità alla progettazione della piattaforma per l’uso offline. L’app è pensata per essere facilmente aggiornata se un utente riesce a collegarsi anche per un breve periodo, scaricando file che contengono i nuovi dati. Il team lavora per mantenere questi aggiornamenti estremamente leggeri; una recente update era di appena 60 kilobyte e Ahmadian spiega che solitamente non superano i 100 kilobyte.
La piattaforma è in grado di tenere conto degli “attacchi confermati” tenendo conto di dati caricati dal team di sviluppatori o dati provenienti da fonti pubbliche e aperte; sono mostrati anche avvisi relativi alle aree in cui le forze israeliane hanno emesso ordini di evacuazione, ma anche segnalazioni inviate di utenti su ciò che accade intorno a loro.

“Dobbiamo sottoporre le segnalazioni a un processo di verifica e analisi approfondita (mediante diligence, in altre parole attività di investigazione e approfondimento di dati) prima di mostrarle sulla mappa,” spiega Ahmadian, aggiungendo che in questo momento il team sta lavorando su oltre 3.000 segnalazioni che non è sempre facile verificare. Oltre a tentare di mappare i bombardamenti, il team dietro Mahsa Alert evidenzia anche zone pericolose che potrebbero essere a rischio di attacco — come ad esempio i siti collegati al programma nucleare o militare dell’Iran — al fine di tenere lontani i cittadini iraniani.
Ahmadian afferma che il 90 percento degli attacchi confermati è avvenuto in siti che erano già indicati sulla mappa. “Alcuni riusciamo a confermali perché qualche utente a condiviso una foto o altri dettagli che li rendono verificabili”, spiega ancora.
L’app mostra, tra le altre cose, posizione di migliaia di telecamere a circuito chiuso (CCTV), sospetti posti di blocco governativi e altre infrastrutture interne. Sono segnalate strutture mediche, ospedali e farmacie e altre risorse come l’ubicazione di siti religiosi e luoghi di passate proteste.
Il paradosso dei download
Dall’inizio del 2026, l’applicazione ha già attirato circa 335.000 utenti. Tuttavia, una cifra è apparentemente paradossale: solo il 28% di questi utenti consulta l’app dall’interno dei confini iraniani; più del 70% degli utenti si trova all’estero: sono speso questi ultimi il punto di riferimento per informare i parenti rimasti in Patria. Il ritardo come, accennato, si spiega anche con la paura: il black-out imposto dalle autorità ha l’obiettivo di oscurare la reale dimensione del problema.
Amnesty International ricorda che l’accesso a Internet è un diritto umano fondamentale e indispensabile in tempi di protesta. Far precipitare la popolazione nell’oscurità digitale, impedire di ricevere o trasmettere informazioni e rendere impossibile denunciare le uccisioni illegali da parte delle forze di sicurezza sono violazioni dei diritti umani del tutto intenzionali. Il diritto di protesta si estende anche allo spazio digitale. Non è la prima volta che le autorità iraniane ricorrono alla strategia del black-out: lo avevano già fatto nel novembre del 2019 nel corso di cinque giorni di proteste in cui c’erano state centinaia di vittime e nel dicembre del 2022 con lo stesso esito.
















