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Startup: la pelle nata in laboratorio che vuole salvare coccodrilli e concerie

Le startup sono tante cose assieme: innovazione, ricerca, occupazione, ricchezza. Ma anche un modo nuovo di pensare in uno o più ambiti diversi. Cioè, aprono una strada che può essere anche metodologicamente un esempio da seguire.

È il caso dell’idea legata al settore della pelletteria, che è molto interessante per l’economia e l’artigianato italiano, ma che è probabilmente trasferibile come metodo anche in altri ambiti: abbattere l’inquinamento mantenendo la filiera produttiva praticamente invariata, con tutti i benefici impatti sull’occupazione. La quadratura del cerchio. Ma andiamo in ordine.

Guarda come si innova il mercato

L’idea dunque è quella di innovare senza distruggere l’ambiente ma al tempo stesso rispettando la filiera produttiva. È il caso di una startup portoghese che però è molto interessante per il distretto della pelle italiano, perché promette di continuare a lavorare nelle strutture esistenti, con la medesima filiera, abbattendo però l’inquinamento e senza più aver bisogno degli animali per la pelle.

La storia comincia negli Everglades, la riserva naturale della Florida celebre per i suoi alligatori. È il maggio 2018 e due ricercatrici, Maria João Gonçalves Maia e Margot Muller, sono negli Stati Uniti per presentare i risultati del loro dottorato di ricerca in biologia cellulare all’Università della Costa Azzurra, a Nizza.

Fanno un salto nel grande parco naturale, si trovano faccia a faccia con i rettili, e scoprono una realtà che non sospettavano: oltre due milioni di animali esotici vengono uccisi ogni anno per rifornire l’industria della moda di lusso. Dieci delle 23 specie esistenti di coccodrilli sono oggi in pericolo di estinzione, in larga misura a causa del bracconaggio direttamente connesso al valore elevato delle loro pelli.

Da quella visita nasce l’idea di Corium Biotech, la startup portoghese fondata nel 2020 a Porto, incubata presso il UPTEC, il parco scientifico e tecnologico dell’Università di Porto. Il nome richiama il corium, cioè lo strato dermico della pelle, che è esattamente quello che l’azienda produce in laboratorio.

Una banca di cellule unica al mondo

Macity ha incontrato Maria João Gonçalves Maia durante il convegno Energy Tech Summity che si è tenuto a marzo a Bilbao, organizzato dalla Provincia di Biscaglia della comunità autonoma dei Paesi Baschi. L’approccio di Corium Biotech si distingue nettamente da quello delle cosiddette “pelli vegane”, che nella quasi totalità dei casi sono materiali plastici o di derivazione vegetale, spesso non biodegradabili e comunque privi delle qualità meccaniche e sensoriali della pelle animale. Qui si tratta invece di vera pelle biologica, cresciuta in laboratorio a partire da cellule animali, che attraversa poi il processo di concia tradizionale esattamente come avviene con le pelli convenzionali.

Il processo parte dalla raccolta di campioni di pelle da animali, effettuata esclusivamente attraverso veterinari, centri veterinari universitari e zoo, in collaborazione consolidata nel tempo. Come ci ha spiegato Maria João Gonçalves Maia: «Raccogliamo solo dopo la morte naturale dell’animale, o durante interventi chirurgici, quindi non causiamo mai alcun danno per ottenere la biopsia». Una volta prelevate le cellule, queste vengono coltivate e replicate in laboratorio, sfruttando un processo di immortalizzazione spontanea, senza ricorrere all’ingegneria genetica (in maniera tale da rispettare sia le presenti che le probabili future normative europee sulla manipolazione genetica). Le cellule che presentano questa capacità di replicarsi indefinitamente vengono selezionate e conservate, costruendo nel tempo una banca di linee cellulari che oggi include specie come camaleonte, iguana, drago barbuto, cervo, volpe, pecora. E soprattutto coccodrilli e altri rettili esotici.

«Nessun altro ha quello che abbiamo noi», dice Gonçalves Maia. La banca cellulare di Corium Biotech è descritta internamente come unica al mondo, proprio perché include linee cellulari di rettili la cui coltivazione in laboratorio è notoriamente difficile: queste cellule crescono lentamente in natura e rallentano ulteriormente in coltura, richiedendo anni di ricerca per accelerare la proliferazione in modo efficiente e mantenere le caratteristiche qualitative della pelle.

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Foto di Coriumbiotech

La tecnologia brevettata e il processo di concia

Ciò che Corium Biotech produce non è la pelle completa, ma specificamente il derma, lo strato intermedio responsabile della resistenza meccanica. È proprio questa la parte che viene utilizzata nel processo di concia tradizionale, dopo che lo strato esterno viene rimosso durante la lavorazione. Il tessuto dermico ottenuto in laboratorio viene quindi spedito alle concerie, dove viene trattato con i metodi convenzionali, senza che queste debbano modificare impianti o processi. Come afferma Gonçalves Maia: «La tecnologia preserva l’intera filiera del settore conciario. Le concerie possono continuare a lavorare esattamente come oggi, con una riduzione stimata del 75% nel consumo energetico e corrispondenti cali nell’uso di sostanze chimiche e nelle emissioni di CO₂».

Questo è il punto che rende la proposta di Corium Biotech particolarmente interessante per la realtà conciaria italiana, che detiene una posizione di assoluta leadership mondiale con circa il 25% della produzione globale e oltre il 67% di quella europea. Il distretto di Arzignano, nella Valle del Chiampo in provincia di Vicenza, è il più importante in Italia per produzione e numero di addetti; il Distretto di Santa Croce sull’Arno in Toscana e il polo campano di Solofra completano una geografia industriale con decine di migliaia di addetti, che oggi si confronta con pressioni crescenti sul fronte ambientale e della sostenibilità.

Il vantaggio competitivo rispetto alle alternative già presenti nel mercato è chiaro. I concorrenti di Corium Biotech, come la francese Faircraft o la britannica 3D Bio-Tissues, si concentrano prevalentemente sulla pelle bovina, che ha una domanda di mercato vastissima ma anche una concorrenza molto più intensa. Corium punta invece sul segmento delle pelli esotiche, dove non esiste al momento alcun concorrente diretto in grado di offrire la stessa tecnologia.

Bilbao, il summit e la sfida agli investitori

All’Energy Tech Summit di Bilbao, che si è tenuto il 15 e 16 aprile scorsi presso il Centro Congressi Euskalduna, nella regione di Biscaglia, Corium Biotech ha presentato la propria tecnologia con l’accento posto sull’efficienza energetica: una riduzione del 75% dei consumi è un dato di grandissimo impatto per un settore, quello conciario, che storicamente è tra i più energivori del comparto moda. L’evento, promosso con il supporto del governo della Biscaglia e con BBVA come partner principale, ha riunito oltre 1.500 partecipanti da più di 50 paesi per discutere di transizione energetica e innovazione nel settore delle tecnologie per il clima.

Ma presentarsi in contesti così diversi richiede una capacità di adattamento del messaggio che Gonçalves Maia riconosce apertamente come una delle sfide principali: «Quando andiamo dai biotech investor, capiscono bene la tecnologia ma non comprendono il mercato e non scommettono su di noi. Se ci rivolgiamo agli impact investor, non riusciamo a competere con startup che hanno un impatto ambientale diretto molto maggiore. Se ci rivolgiamo a chi investe in nuovi materiali, spesso temono la complessità del biotech». Due settimane prima di Bilbao, la startup era presente al Change Now, grande evento sulla sostenibilità a Parigi, dove il messaggio era tutto centrato sull’impatto ecosistemico e sul benessere animale.

È la condizione comune di molte startup di frontiera che abitano le intersezioni disciplinari: il linguaggio cambia a seconda dell’interlocutore, ma l’azienda rimane la stessa. La ricerca italiana al CES 2026 mostra dinamiche analoghe, con startup che faticano a trovare la categoria giusta per essere comprese dagli investitori.

Verso la commercializzazione

Corium Biotech ha chiuso due round di finanziamento. Il primo, da 100 mila euro, proveniente da Portugal Ventures, il fondo di venture capital statale portoghese, ha permesso di avviare la ricerca sul campo e costruire la banca cellulare. Il secondo, una raccolta pre-seed da mezzo milione di euro, è stato condotto sempre da Portugal Ventures insieme all’investitore belga Biotop, e ha consentito di ampliare il team e portare i prototipi a una scala più significativa.

Oggi la startup sta raccogliendo altri 1,8 milioni di euro per due obiettivi precisi: automatizzare la tecnologia di produzione, ancora in gran parte manuale, per standardizzarla su lotti ripetibili; e avviare la prima fase di commercializzazione. Le prime vendite sono previste per la fine del 2027. Il modello di business previsto nel lungo periodo è quello del manufacturing as a service: installazione degli impianti produttivi direttamente nelle concerie clienti, eliminando i costi di spedizione e consentendo la produzione su richiesta, senza scorte intermedie.

I feedback che arrivano dai gruppi del lusso con cui la startup è già in contatto sono descritti come molto positivi: i campioni prodotti vengono definiti «quasi identici» alla pelle tradizionale. Il tutto viene ottenuto controllando con precisione i parametri di crescita cellulare, il che elimina i difetti causati da graffi, cicatrici o variazioni di qualità tipici della pelle di allevamento: ogni superficie è omogenea, perché non c’è nessuna interferenza esterna durante la crescita.

Intelligenza artificiale come infrastruttura, non come sostituto

C’è spazio anche per l’intelligenza artificiale, che entra nel processo non come sostituto del lavoro scientifico, ma come infrastruttura di controllo della produzione industriale. Nella fase di automazione che seguirà la chiusura del round in corso, i sistemi di machine learning saranno integrati negli impianti per monitorare in tempo reale i parametri di crescita e intervenire automaticamente se qualcosa si discosta dagli standard attesi. È un uso embedded dell’AI, molto lontano dalla narrazione dei modelli linguistici generativi che ha dominato il dibattito pubblico degli ultimi anni, e molto più vicino a quella trasformazione industriale silenziosa che caratterizza la manifattura avanzata.

Il know-how tecnologico di Corium Biotech è custodito come segreto industriale interno: nessuna pubblicazione scientifica dal momento della fondazione in avanti, solo brevetti depositati in Europa a protezione della tecnologia proprietaria. Una scelta consapevole, dettata dalla consapevolezza che nel campo dei materiali cellulari le barriere all’imitazione si costruiscono prima di tutto sul vantaggio temporale e sulla profondità della conoscenza accumulata.

Sul fronte regolatorio, l’assenza di una normativa specifica per i materiali a base cellulare (a differenza degli alimenti coltivati, già regolamentati in Europa, negli Stati Uniti e in Canada) lascia oggi ampio margine operativo, ma la startup monitora l’evoluzione legislativa e ha già scelto di evitare la modificazione genetica delle cellule anche in assenza di obblighi di legge, proprio per non incorrere in futuri ostacoli normativi di tipo OGM.

Il mercato e la strategia di uscita

La strategia di ingresso al mercato passa per le collezioni capsule: quantità limitate di prodotto destinate a gruppi del lusso che possiedono proprie concerie integrate. Sono gli interlocutori ideali per testare la domanda, validare la qualità su lotti reali e costruire un riferimento di mercato prima di scalare. La sostenibilità come elemento di compliance normativa è ormai un driver trasversale in tutti i settori industriali europei, e il mondo del lusso non fa eccezione: i grandi gruppi cercano soluzioni che consentano di mantenere la qualità del prodotto riducendo l’impatto ambientale e rispondendo alle aspettative di consumatori sempre più attenti all’origine delle materie prime.

La strategia di uscita è ancora aperta: crescita autonoma come azienda indipendente, oppure acquisizione da parte di un grande gruppo del lusso che voglia integrare la tecnologia nella propria catena del valore. La stessa flessibilità caratterizza l’approccio alla ricerca: partita dalla dermatologia oncologica, la scienza di base di Corium Biotech si è trasformata in uno strumento per la moda sostenibile.

Un percorso non lineare, costruito un esperimento alla volta, che oggi si confronta con la sfida più difficile: convincere chi muove i capitali che la biologia cellulare applicata alla concia non è una nicchia pensata in qualche laboratorio universitario, ma un mercato reale con margini industriali concreti.

Però la cosa che più ci ha colpito, parlando con Gonçalves Maia a Bilbao, è la lucidità con cui descrive il proprio settore senza esagerarne la portata. Nessuna promessa di rivoluzionare il mondo entro domani: solo la certezza che la pelle coltivata arriverà sul mercato, con le stesse qualità di quella tradizionale, senza animali uccisi e con un impatto ambientale drasticamente ridotto. Per le concerie italiane, che da secoli costruiscono la propria eccellenza sulla qualità del trattamento e non solo sulla materia prima, potrebbe essere la notizia più interessante degli ultimi anni.

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