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L’AI rivoluziona le scienze dell’antichità: ha davvero decodificato la Lineare A?

L’intelligenza artificiale è uno strumento che ha un ventaglio di possibili usi estremamente ampio. Uno di questi, tra i meno prevedibili di primo acchito, è quello legato alle scienze dell’antichità: archeologia, epigrafia, filologia e linguistica storica. Insomma, dello studio delle cose che più lontano di così dalla tecnologia moderna non ci si potrebbe immaginare. Invece, è uno sbaglio. Perché del passato conosciamo solo alcune briciole, ma potremmo conoscerne anche di più se riuscissimo a mettere assieme tutti i fili, unire i puntini e dedurre disegni più ampi dalle tracce, arrivate fino a noi, grazie agli strumenti tecnologici.

Facciamo solo un esempio. Gli archeologi utilizzano molte tecniche sofisticate ad esempio per datare i manufatti rinvenuti (e diversamente non potrebbero avere riferimenti oggettivi) arrivando a capire con grande precisione a quando risalgono. Quindi, in realtà, la tecnologia è tutt’altro che aliena o non utilizzata per svelare i misteri della storia e della preistoria.

Uno dei grandi misteri, paragonabili a quello della scrittura degli Antichi egizi prima dell’archeologo francese Jean-François Champollion, o della Lineare B prima dell’architetto inglese Michael Ventris, è quello della Lineare A, la scrittura usata in epoca minoica sull’isola di Creta, della quale non capiamo il contenuto.

Ecco, adesso come spesso capita nel mondo dell’archeologia, un informatico e archeologo dilettante di talento, Tom Di Mino, sostiene di aver capito finalmente come funziona e cosa dicono i testi scritti con la Lineare A utilizzando l’intelligenza artificiale (in particolare, Claude), come racconta un articolo della newsletter specializzata, AI Clambake di Stephen Kosloff. Ma ecco cos’è successo.

Un enigma lungo un secolo e mezzo

La Lineare A è un sistema di scrittura sillabico usato dalla civiltà minoica sull’isola di Creta tra il 1800 e il 1450 avanti Cristo, fino a quando l’isola fu conquistata dai Micenei. Il corpus che ne resta è relativamente esiguo: circa 1.427 iscrizioni per un totale di quasi 7.400 segni, ritrovati principalmente su tavolette d’argilla nelle sale amministrative dei palazzi, ma anche su tavole libatorie, vasi di pietra e oggetti votivi. I documenti sono perlopiù elenchi contabili e formule brevi, poveri di quella variabilità sintattica che renderebbe più agevole il lavoro di decifrazione.

Eppure, il fascino e la frustrazione della Lineare A non dipendono soltanto dalla sua scarsità: dipendono dal fatto che esisteva già, intorno alla metà del Ventesimo secolo, un altro sistema strettamente imparentato, la Lineare B, che è stato invece decifrato. Si tratta della Lineare B, che i Micenei, i conquistatori, avevano ricavato adattando i simboli minoici alla propria lingua, fu identificata come una forma arcaica di greco nel 1952 dall’architetto e crittografo britannico Michael Ventris, con un lavoro preparatorio fondamentale della professoressa Alice Kober del Brooklyn College di New York.

Il lavoro della scienziata e poi del “dilettante di talento” (esiste tutta una letteratura su questo genere di intellettuali eccentrici, non inquadrati all’interno delle gerarchie accademiche convenzionali) ebbe una risonanza mondiale. Quella decifrazione, infatti, finì in prima pagina sul New York Times e aprì un’intera finestra sulla civiltà micenea. La Lineare A, invece, rimase chiusa.

Il problema è strutturale. I segni della Lineare A e Lineare B condividono sessanta sillabe di base, tutte costruite su coppie consonante-vocale, il che significa che si possono leggere i suoni di molti segni minoici. Ma sapere come si pronuncia qualcosa non equivale a capire cosa significa: la lingua sottostante restava ignota, e i tredici segni esclusivi della Lineare A non avevano neppure un valore fonetico accettato dalla comunità scientifica.

L’ingegnere che legge le preghiere minoiche

Tom Di Mino, ingegnere informatico autodidatta residente nella Hudson Valley, nello Stato di New York, è il tipo di persona che in un’altra epoca sarebbe diventato un decifratore di codici per le agenzie di intelligence. Poliglotta con competenze in otto lingue fra cui il greco attico, il latino classico, il sanscrito, l’arabo e l’ugaritico, Di Mino studia storia classica e linguistica da quando aveva diciotto anni. Aveva letto praticamente tutto ciò che esiste sulla Lineare A nel corso di sette anni, aveva visitato Creta due volte, e a gennaio 2026 aveva deciso di cominciare a lavorare sistematicamente al problema.

L’intuizione decisiva è arrivata il 22 maggio 2026. Di Mino stava analizzando una serie di iscrizioni votive della Lineare A che si ripetevano con formula fissa in cinque santuari di vetta dell’isola: ogni riga della formula conteneva parole già identificabili grazie ai valori fonetici ereditati dalla Lineare B, eccetto la prima. Quel primo elemento era sempre un verbo con la stessa radice, declinato in forme regionalmente diverse, e conteneva un segno esclusivo della Lineare A, indicato nelle trascrizioni accademiche come *301, per il quale non si era mai stabilito un suono condiviso.

L’identificazione di quel segno con il suono “na” ha aperto la porta. La radice risultante, “nawaya”, significa “abitare, dimorare” e rispecchia esattamente la radice semitica N-W-Y presente nell’ebraico, nell’accadico e in altre lingue della stessa famiglia. Una volta risolto quel nodo, l’intera preghiera è diventata leggibile come un testo rivolto a una dea, con struttura analoga alle preghiere ebraiche successive, ma chiaramente più antico di esse.

Claude Code come strumento di ricerca

Per costruire il proprio apparato di ricerca, Di Mino ha fatto ricorso a Claude Code, il sistema di programmazione agentiva sviluppato da Anthropic di cui abbiamo parlato tante volte, per scrivere una suite di script in Python capaci di interrogare, incrociare e organizzare sistematicamente il corpus digitalizzato della Lineare A.

Le fonti primarie del lavoro di Di Mino sono stati i database accademici GORILA (il principale corpus cartaceo delle iscrizioni, pubblicato tra il 1976 e il 1985 da Louis Godart e Jean-Pierre Olivier dell’École française d’Athènes) e SigLA (il database paleografico digitale sviluppato da Ester Salgarella di Cambridge). Questa infrastruttura computazionale ha permesso un’analisi sistematica su scala che sarebbe stata impraticabile manualmente, trasformando mesi di lavoro in settimane.

È un approccio che ricorda, nelle logiche di fondo, quello già in uso per i papiri di Ercolano, dove le tecnologie di scansione tridimensionale e l’intelligenza artificiale stanno aiutando gli studiosi a leggere i rotoli carbonizzati che nessun occhio umano potrebbe aprire senza distruggerli. In entrambi i casi, il software amplifica capacità umane che da sole non basterebbero: non le sostituisce, ma le porta oltre soglie che fino a ieri sembravano invalicabili. I modelli linguistici di ultima generazione lavorano sui testi con una velocità e una sistematicità che trasforma il modo in cui si formula e si testa un’ipotesi scientifica.

I risultati materiali del lavoro di Di Mino sono già sostanziali, almeno sulla carta. La ricerca propone letture per quaranta segni del sistema, comprendendo i tredici per i quali non esisteva ancora un valore fonetico accettato, e aggiunge anche la soluzione per cinque segni della Lineare B rimasti incerti fino ad oggi. Un lessico di 408 termini della Lineare A tradotti in inglese e una bozza di un paper, un rapporto di ricerca di nove pagine, intitolato Ya Diktu: Grammar of the Minoan Peak Sanctuary Libation Formula, costituiscono il nucleo documentale della scoperta e il materiale che sarà sottoposto a peer review.

La struttura del problema e i limiti metodologici

La comunità scientifica anche in questo caso reagisce con la cautela che la situazione richiede. I lavori di Di Mino sono attualmente sotto esame nelle università di Rutgers e Cambridge, che valuteranno la solidità del metodo. Il punto di debolezza strutturale è quello che storicamente blocca qualsiasi tentativo di decifrazione della Lineare A: l’assenza di un testo bilingue paragonabile alla Stele di Rosetta, che permise a Champollion di aprire il mondo dei geroglifici egizi, o alle iscrizioni trilingui che consentirono di decifrare il cuneiforme. Senza un ancoraggio esterno verificabile, le corrispondenze lessicali rischiano di essere pattern statistici piuttosto che prove linguistiche genuine.

La proposta che la lingua minoica abbia natura semitica non è nuova: Cyrus Gordon l’aveva avanzata nel 1957 sulla rivista Antiquity, senza trovare consenso duraturo nella comunità scientifica. La principale obiezione rimane valida ancora oggi: la Lineare A presenta molte vocali scritte, mentre i sistemi di scrittura semitici sono generalmente consonantici, il che crea una tensione strutturale difficile da ignorare.

Di Mino è consapevole di questi precedenti e sostiene di distinguersi non per la teoria linguistica in sé, ma per aver trovato la chiave di traduzione concreta che agli altri era mancata: il collegamento tra le formule libatorie minoiche dei santuari di vetta e le strutture delle preghiere semitiche precedenti all’ebraico biblico.

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Dilettanti, metodo e futuro della filologia computazionale

Quello che rende la vicenda degna di attenzione, al di là dell’esito ancora incerto, è il profilo del protagonista e il modello che rappresenta. Michael Ventris era un architetto, non un linguista di professione. La storia intellettuale è piena di persone che hanno risolto problemi in discipline nelle quali non avevano un dottorato, ma avevano qualcosa di più raro: la combinazione giusta di competenza specifica, approccio metodologico rigoroso e strumenti adeguati. Oggi quella combinazione è più accessibile che mai, grazie alla diffusione di database digitalizzati aperti e di agenti computazionali come Claude di Anthropic.

Lo stesso approccio usato da Di Mino per la Lineare A potrebbe essere applicato ad altre lingue di cui non conosciamo la chiave: l’Indus Script, il Proto-Elamita, la Lineare Elamita e decine di altri sistemi di scrittura ancora incompresi. Come già avviene per le applicazioni AI che stanno trasformando la traduzione, l’accelerazione computazionale non sostituisce il giudizio specialistico ma riduce drasticamente il tempo necessario per formulare e testare ipotesi. La velocità non è un valore neutro: in un campo dove le ipotesi attendono spesso decenni prima di essere verificate, accelerare i cicli di test può fare davvero la differenza tra un’intuizione che si perde e una che trova conferma.

Come si è visto anche in altri ambiti completamente diversi, un ciclo di prototipazione rapida con un feedback molto veloce, “libera” nel designer la capacità di avere intuizioni e proporre variazioni migliorative che altrimenti non si manifestano.

Poi, serve il rigore della scienza. Di Mino stesso sa bene che la verifica accademica è il passo che trasforma un’intuizione in una scoperta. Finché Rutgers e Cambridge non avranno pubblicato le loro valutazioni, la Lineare A resta tecnicamente non decifrata. Ma il metodo che ha adottato è già, in sé, un modello replicabile: la combinazione di competenza linguistica profonda, infrastruttura computazionale accessibile e database digitali aperti apre una stagione nuova per la filologia e l’archeologia.

Come già accade nel campo più vasto delle applicazioni AI alle interfacce culturali e storiche, siamo alle soglie di un momento in cui la distanza tra passato e presente si accorcia come non era mai successo prima, nonostante quello che conosciamo dell’antichità sia pochissimo, perché pochissimo è giunto sino a noi attraverso la nebbia dei secoli. Non è detto che Di Mino abbia ragione nel merito. Tuttavia, è quasi certo che abbia indicato la strada nel metodo.

Tutte le notizie e gli approfondimenti sull’intelligenza artificiale sono disponibili nella sezione dedicata di macitynet.

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