Buon decimo compleanno, iMac

Compie dieci anni il piccolo computer di Apple che ha rivoluzionato la storia dell’informatica. E non lo diciamo per scherzo: con l’iMac infatti la casa di Cupertino appena tornata in mano a Steve Jobs riuscì non solo a guarire i suoi problemi economici, facendo ripartire ordini e fatturato, ma a far capire a tutti che era ed è ancora saldamente al centro del mondo dell’innovazione e della creatività . Grazie all’iMac, infine, è nata una generazione di utenti Mac che oggi è matura ed esperta.

Chi lo ricorda più, oggi, il valore di quel piccolo, umile computer di dieci anni fa? Era Ferragosto del 1998, Steve Jobs era tornato alla guida di Apple praticamente da neanche un anno e l’arrivo nei negozi di quel particolare, benedetto computer ha letteralmente cambiato il mondo. Perché il resto è stato solo una conseguenza: senza quel primo passaggio, la vera rivoluzione Mac, anzi iMac, non sarebbe mai partita.

Sul volo notturno da Tokyo a San Francisco dormono tutti e la luce del MacBook Air ridotta al minimo quasi non si vede. àˆ il momento ideale, rientrando nella Silicon Valley, di pensare un attimo e mettere ordine ai ricordi.

Perché il rientro di Steve Jobs sembra oramai leggenda: la capacità  dell’uomo di riprendere dal punto in cui aveva lasciato la strada di Apple nel 1985, pochi mesi dopo il lancio del primo Macintosh, è diventato un dato di fatto della storia del business mondiale. E poi i successivi, clamorosi risultati conseguiti con l’iPod, Mac Os X, adesso l’iPhone…
Viene quasi da pensare che Steve Jobs e Apple abbiano fatto tutto da solo. Invece, c’è un terzo incomodo, un piccolo omaggio al tempo che fu e che serve per capire molte cose della storia di Apple e anche del nostro passato.

Perché sono in molti quelli che hanno cominciato ad usare i computer con la mela proprio grazie ad un iMac. Il piccoletto colorato, nato per essere il Mac versione due declinata al ritmo di internet, con il suo mouse rotondino, il suo aspetto da classico istantaneo come un televisore Brionvega, la facilità  con la quale faceva viaggiare Os 9 e poi farà  viaggiare Mac Os X, non sono da dimenticare.
Ci sono quelli che hanno iniziato a usare il Mac solo con processore Intel. Quelli che sono nati con la terza e mezzo (l’attuale), la terza o la seconda generazione di iMac. Poi, ci sono quelli che hanno iniziato con l’iMac classico: i figli di due mondi, oramai dei veterani scafati e pronti a tutto. E poi ci sono quelli che hanno iniziato prima, quando i PowerPc ancora erano fantascienza e i processori erano solo targati Motorola (quelli a cui si poteva installare il co-processore matematico in opzione).

Se volessimo davvero dividere il mondo con queste epoche, sarebbe un ritratto di generazioni diverse di persone, di gruppi differenti anche se di età  simili (c’è chi dopotutto c’è arrivato prima e chi dopo), una foto di gruppo che racconta storie di una grande famiglia allargata in transizione permanente. E il piccolo iMac classico, che oggi compie dieci anni, è stato il vero motore della grande rivoluzione.

Quando Apple è partita, voleva inventare l’informatica personale. Tutto sommato, con Apple I e soprattutto con Apple II c’è riuscita. Ma poi ha voluto ridefinirla da capo: con Lisa ci ha provato e con Macintosh decisamente c’è riuscita. L’impatto del computer nato nel 1984 è stato immenso, le sue propaggini ancora devono esaurire la forza propulsiva. E poi? Se non guardiamo la storia di Apple ma quella di Steve Jobs, quando ha lasciato la compagnia nel 1984 per poi rientrare nel 1997 ha fatto come quelli che lasciano una frase a metà  quando cade la linea durante una telefonata, ma riprendono esattamente dallo stesso punto quando richiamiamo. Steve Jobs è rientrato, ha salvato la compagnia tagliando tutto quello che c’era da tagliare (Newton compreso), ha messo tra gli altri Jonathan Ive in posizione centrale, ha fatto sì che il design di Apple diventasse qualcosa di ancor più leggendario di prima e poi ha tirato fuori il cilindro dal cappello.

Nessuno ci credeva che ci fosse ancora bisogno del Macintosh, perché l’idea stessa di Mac si era piano piano diluita in una pletora di computer (Lc, Performa e via dicendo) che avevano mille facce e mille scopi. Con l’iMac, Apple ha ridefinito se stessa, ha tirato fuori la direzione che doveva essere seguita, ha spiegato quale livello di uso era adeguato per il computer, semplificando e chiarendo.

àˆ arrivato il momento di andare su Internet? Aveva chiesto in maniera retorica Steve Jobs. Allora prendete questo piccolo, informale computer che vedrete cambierà  il vostro modo di intendere l’informatica personale. E questo ha fatto l’iMac, novello Maggiolone della rivoluzione informatica. Colorato, sbarazzino, abbastanza economico ma abbastanza potente, capace di arredare un soggiorno, di non stonare in una camera da letto con angolo studio Ikea, di non dare troppo nell’occhio e al tempo stesso di calamitare lo sguardo.

In un mondo di cloni grigi e color caffelatte, l’iMac ha avuto decisione, personalità , carattere, voglia di combattere. E non si è mai conquistato una meritata copertina come il successivo iMac a forma di abat-jour, quello che nel tempo e nello spazio ha rappresentato la miglior grazia come design ma anche l’arco di vita più breve, superato dall’essenziale e straordinario modello verticale (prima a tutta plastica bianca e ora in alluminio e grafite nera) ce tuttora riempie d’orgoglio i suoi possessori. Eppure, è stato l’iMac classico quello che ha cambiato il mondo. Anche perché assomiglia abbastanza al bisnonno, il primo Macintosh (e poi classic) di cui ha non solo fattezze morfologiche ma anche assoluti caratteriali, come in ogni buona saga di famiglia.

L’aeroporto internazionale di San Francisco si avvicina, insieme alle luci della Baia e al Golden Gate. Nonostante sia notte e manchi quasi un’ora, tra breve le hostess sveglieranno tutti per prepararci all’atterraggio, al rientro nel rutilante mondo della Silicon Valley. In molte borse, come quella del cronista che scrive, c’è nascosto un piccolo o meno piccolo Mac portatile. In molte case o in molti uffici un Mac fisso attende il suo padroncino o la sua padroncina. Chi un iMac, chi un MacPro, chi magari un Xserve tutto suo. Ma solo in pochissime delle “old ladies”, le villette vittoriane dove si cerca di vivere in serenità  a San Francisco, c’è un fedele iMac classic, acceso da quasi dieci anni, che lavora paziente e senza fatica. Con quella forza fisica e quel carattere da spaccamontagne che il suo piccolo fisico di plastica non lascerebbero immaginare. E che invece hanno cambiato il mondo dell’informatica, ancora una volta. Buon compleanno, iMac.