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Addio, vecchio e fedele disco rigido: ti sei spento per sempre (ultima parte)

Ricapitoliamo: è fine estate, un’estate lunga passata a lavorare a Milano. Il vostro sfortunato cronista si è seduto tutti i giorni per compulsare pagine e pagine di testo, destinato alle più svariate fonti (tra le quali, ovviamente, Macity). Ignaro che pochi millimetri sotto i palmi delle sue mani si stesse consumando una silenziosa tragedia: il disco rigido da 80 Gb a 5400 Rpm del PowerBook 15 pollici 1,5 Ghz stava tirando lentamente le cuoia. La “vecchia pellaccia”, come avrebbe detto Kit Carson a Tex Willer, era ormai prossimo al collasso. Settori che diventavano inaccessibili, cilindri e dischi che iniziavano a scricchiolare, un costante (e sottovalutato) rumore di sferragliamento in lontananza che avrebbe dovuto far capire e che invece lo stolido cronista non ha percepito. Era l’orlo del precipizio ma sembrava solo la fine dell’estate.

Poi, d’un tratto, il disco è saltato. Non in un colpo solo, non senza speranze, ma è saltato. Corsa dal “meccanico” di fiducia, [email protected] di Milano, in questo caso, dove il titolare Fabrizio ha preso a cuore la situazione: operazione “a cuore aperto” del PowerBook per vedere di salvare il salvabile e “macchina di cortesia” (un servizio che a breve verrà  attivato in modo standard per i clienti come il vostro cronista, dotati di un solo computer) per risolvere il problema. Perché a fine estate, ovviamente, a magazzino dischi di scorta per far ripartire il PowerBook non ce ne sono. Si sta ancora aspettando che arrivi lo spedizioniere, mentre il vero dramma si consumava in una stanzetta separata, l’antro dove si compiono i miracoli oppure dove, come in questo caso, si officiano le esequie.

Chi scrive non ha intenzione di nascondere nessuna delle responsabilità  che derivano dalla prematura dipartita del disco. Sicuramente i piccoli giapponesini che hanno montato la meccanica avrebbero potuto prendersi un po’ più di tempo e fare in modo che durasse più di un anno e mezzo. Invece, si sono accontentati di farla “cedevole” e mirata a pochi mesi dopo che era scaduta la garanzia. Poco male, un disco non ha in effetti un costo proibitivo, c’è sicuramente di peggio nella vita. Come perdere i dati contenuti nel suddetto disco, ad esempio.

Nella seconda parte di questa storia si accennava al fatto che un backup esiste, ma non è aggiornatissimo. Risaliva a quindici giorni prima, questo vuol dire perdere qualche lavoro, un po’ di posta elettronica, un bel po’ di musica (prelevata dai Cd originali a prezzo di ore di duro lavoro, cosa credete! E’ questo che mi manda in bestia…) che complice l’estate si era pensato di mettere “al sicuro” in formato digitale senza però fare un backup specifico.

Pazienza per le poche mail di lavoro e degli amici e per il tanto spam (chi scrive vanta una collezione molto vasta, quasi dieci anni di spam raccolto certosinamente e schedato per genere, tipologia, provenienza, meditando da tempo di lavorare quando ci sarà  un attimo libero a un enciclopedico trattato sulla “psicopatologia della posta spazzatura”) che era stato archiviato. Quel che è importante è come difendere i dati più importanti. Qui il vostro giornalista non ha mai utilizzato un criterio razionale. Migliaia di materiali archiviati dalla rete (Pdf o Webarchive di notizie che forniscono il background agli articoli che vengono scritti quotidianamente) sono rimasti infatti “ingabbiati” nel disco e sono persi. Ma l’istinto ferino sviluppato in tanti anni di cronaca di provincia ha portato a sviluppare una strategia di micro-backup quotidiani di quello che è in corso d’opera. Una cartellina giornalmente salvata sul lato storage dell’iPod shuffle di ordinanza del cronista. Pochi mega di file di testo che sono costati però mesi di lavoro e che non sarebbero stati sostituibili.

Chi scrive si sente di consigliare infatti proprio questo: razionalizzate le vostre strategie di backup, usando un sistema per backup di tutto il contenuto del disco – in modo tale da essere pronti a ripartire senza bisogno di installare di nuovo decine di applicazioni e aggiornamenti – e micro-backup su memorie Usb (che adesso costano molto poco e c’è anche la scusa per prendere uno shuffle) dove potrete infilare tutti i vostri progetti di dimensioni più contenute e che hanno però importanza strategica e vengono aggiornati quotidianamente.

Ma veniamo alla parte che sta più a cuore a chi scrive, l’omaggio finale a un disco che, nel bene e nel male, ha servito con impegno e dedizione per poco meno di diciotto mesi il suo proprietario. La procedura per salvare i dati, nelle ore successive al fattaccio, pareva dare qualche risultato. Lenta, gestita con professionalità  da Francesco (il michelangelo di questi lavori) ed operata estraendo il disco e montandolo in un case esterno collegato ad un vecchio iMac con i programmi del caso (Disk Rescue e Disk Warrior), ha salvato qualche giga purtroppo già  presente nel backup. Ripeto il consiglio frutto dell’esperienza appresa sul campo: non improvvisate, mai. I danni maggiori derivano dal panico successivo all’incidente, dai tentativi maldestri (armati di cacciavite o di utility taroccate) di risolvere problemi forse non mortali. Sui Mac, come un loro grande appassionato purtroppo scomparso, cioè Douglas Adams, andrebbe scritto quel che campeggia nella prima pagina della “Guida Galattica per gli autostoppisti”: Don’t Panic!

Torniamo a noi. A questo punto, visto che era sempre possibile tentare il trasferimento di qualche piccolo file attraverso il Finder, è stato necessario l’intervento del proprietario, il vostro cronista, cioè l’unico in grado di sapere quali documenti cercare di recuperare e quali no. Con una accortezza: maneggiare il disco ruotandolo lentamente e tenendolo inclinato per favorire – sembra pazzesco ma è così – il movimento delle parti meccaniche e dei contatti. Un’opera certosina, con una manualità  che all’improvviso ha reso umana l’operazione freddamente tecnologica: immaginate di essere soli in una stanza-laboratorio a tenere alto un piccolo e prezioso oggetto che vibra ed emette suoni simili a guaiti nell’estremo tentativo di favorire per l’ultima volta il suo proprietario, cioè voi, salvando i vostri dati.

Salvati documenti importanti, anche qualche altra sciocchezza comunque di un certo valore affettivo (l’emulatore del Nintendo 64 con Super Mario 64, arrivato alla sudatissima stella numero 40, frutto di un intero fine settimana di dedizione appassionata), il problema fatale è arrivato repentino, come in tutte le agonie. Quando si è cercato di trasferire l’ultimo blocco di informazioni, il più grosso, cioè la posta contenuta nella cartella “Mail” all’interno della Library utente (sperando di poterla poi importare nuovamente nella copia di backup del programma) l’hard disk ha cominciato a vibrare e gemere, emettere singulti e improvvise “frenate”, colpi sordi delle testine contro il piatto, flebili gemiti di motori elettrici che provano a riavviarsi e poi un ultimo, straziante e vibrante colpo secco. A quel punto, non c’è stato più niente da fare: come un piccolo animale in agonia si è spento nelle mani del suo proprietario, portando per sempre con sé giga e giga di dati, verso quel Nirvana dei dischi rigidi dove tutti noi abbiamo dati oramai irraggiungibili.

Non leggete queste righe pensando a un eccessivo patema d’animo che può sembrare fuori luogo. Certo, tragedie e disgrazie della vita ci sono e non sono neanche per scherzo paragonabili a quanto capitò a quell’hard disk una sera di fine agosto. Per carità . Però riflettiamo su quanto della nostra vita – i ricordi, le immagini, i fogli digitali, il lavoro, gli amici – ormai si è trasformato in un flusso digitale di bit, parcheggiati sulla superficie magnetica e cadùca del disco rigido. Terreste le foto della vostra famiglia, anche quelle dei nonni e dei bisnonni, sparpagliate sul terrazzino, esposte al rischio degli elementi: vento, pioggia, magari piccioni? Il backup è una cosa importante, simile al freno dell’auto: non vi farà  mai andare più veloce di quanto il motore consenta, ma permetterà  di sfruttare al meglio il motore andando più veloci.

Terminata questa brutta storia, nell’attesa che lo spedizioniere si degni di portare il disco verso la sua futura casa, cioè la carcassa per ora senz’anima del PowerBook, è arrivato il momento di concludere questa storia. Come accade sempre dopo una perdita psicologica, ci si trova a pensare a quel che è successo. Nel caso del vostro cronista, al buio, a sera tarda, sul terrazzo di casa, con una birretta, ascoltando i rumori della città  e fissando le luci degli aerei che si staccano da Linate, tra un condominio e l’altro, a meditare per un po’.

Alcuni pensieri, venuti in mente, in ordine sparso: forse pretendere l’impossibile, cioè usare ininterrottamente un disco senza mai effettuare check-up per verificarne lo stato di salute è sbagliato. Meno male che non è stato fatto il backup negli ultimi tre giorni di vita, dato che probabilmente settori del disco stavano collassando già  e il rischio era quello di compromettere la copia “sana” dei dati. Darsi un ordine per non rischiare in futuro di non sapere neanche che cosa c’è di nuovo e di vecchio sul disco è importante. Segmentare i backup, ricorrere a più sistemi (dischi esterni, chiavette usb, masterizzare [e verificare!] Cd o Dvd), così come ci prendiamo cura di noi stessi lavando i denti dopo i pasti e seguendo un’alimentazione più o meno sana.

La storia, anzi la cronaca di questo fattaccio brutto di un hard disk che se n’è andato è finita. Lunga ma, come pare di capire dal forum, di qualche interesse. Grazie a chi ha partecipato a questo piccolo e personale dramma e grazie a chi ha addirittura voluto scrivermi per condividere le proprie esperienze: noi della comunità  Mac siamo veramente un mondo a parte, fantastico!

Un altro motivo di riflessione: se in tanti leggiamo quel che capita a uno di noi, utente Mac (ma si può dire in effetti la stessa cosa di tutti gli altri utenti di computer), forse non è per morboso piacere. E’ che da qualche parte, nel profondo, avvertiamo che le nostre vite sono cambiate. Da ragazzini si girava tranquilli, con tutti i dati importanti al sicuro nella nostra testa. E’ stato così per secoli, tanto che l’amnesia (o le storie di sconosciuti ritrovati senza più memoria) hanno costituito uno dei topoi della letteratura e della cronaca sino ai giorni più recenti, come nel caso del presunto musicista russo senza memoria. Adesso, avvertiamo in certi momenti che i dati per noi importanti sono in realtà  diventati anche digitali e stanno su di un computer. Virus, rotture meccaniche, furti e magari incendi possono in un attimo creare danni che consciamente forse non abbiamo mai preso in considerazione e che rischieremmo di piangere a lungo.

Infine, concedetemi queste poche righe. Se il mio disco rigido fosse stata una creatura senziente, sono sicuro che vi avrebbe voluto dire una cosa prima di spegnersi per l’ultima volta, nudo e tremante nella mia mano: “Vorrei che la mia fine non fosse dimenticata, e che potesse aiutare altri a rendere più serena e dolce la fine di altri hard disk, che come tutte le cose umane non sono eterne. Confortandoli, nel momento dell’ultimo spegnimento, con una certezza che io non sono riuscito a dare completamente: da oggi questo disco non girerà  più, ma i dati che ha conservato con cura per anni continueranno a vivere su altri piatti e cilindri più giovani e più veloci. E’ la vita e non dobbiamo sprecarla: fate almeno un backup regolare”.

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