Apple non guida la corsa all’intelligenza artificiale. Lo sa Cupertino, lo sa Hollywood, lo sa The Hollywood Reporter, che ha appena pubblicato la sua “AI 25” — la lista delle venticinque persone più influenti nell’AI applicata all’intrattenimento. Eppure Amar Subramanya, vicepresidente AI di Apple nominato lo scorso dicembre, è lì, in mezzo a Sam Altman, James Cameron e Darren Aronofsky. Non perché Apple stia vincendo. Ma perché non può permettersi di perdere.
Il problema non è tecnologico. È strategico
La domanda che THR pone in apertura del suo profilo è la più diretta possibile: “Cosa succede quando il gigante tecnologico più importante per Hollywood si trova a dover recuperare terreno nell’AI?” Non è una domanda retorica. È la descrizione esatta della posizione in cui si trova oggi Subramanya, veterano di Google e Microsoft, chiamato a sostituire John Giannandrea alla guida dell’intelligenza artificiale di Apple.
Il ritardo rispetto a OpenAI o Google è evidente. Eppure nessuno di quei competitor controlla simultaneamente l’hardware su cui milioni di persone guardano film e serie, il sistema operativo che gestisce quella fruizione, e uno studio cinematografico — Apple Studios — che produce contenuti originali e ingaggia talenti di prima fascia. “I dispositivi Apple”, ricorda THR, “sono il mezzo principale attraverso cui molti consumatori interagiscono con i prodotti dell’industria cinematografica.” Apple Studios, aggiunge la rivista, è “naturalmente un datore di lavoro costante per i talenti di Hollywood.”
È questa combinazione — hardware, software, distribuzione e produzione — a rendere strategicamente insostituibile il lavoro di Subramanya. Come scrive ancora THR, “il modo in cui integrerà l’AI nei dispositivi potrebbe determinare quanto Apple continuerà a essere essenziale come piattaforma di intrattenimento”, mentre “il successo della sua strategia AI negli Studios potrebbe essere un fattore decisivo per stabilire se i registi sceglieranno Apple o si rivolgeranno altrove.”
Una lista che racconta un settore senza forma
La lista in cui compare il suo nome è uno specchio fedele di un settore ancora senza forma definita. Ci sono i visionari tecnici come Cristóbal Valenzuela di Runway AI, convinto che non esista elemento del cinema che l’AI non possa replicare. Ci sono i pesi massimi come Sam Altman, la cui parabola hollywoodiana ha conosciuto una brusca frenata a marzo, quando OpenAI ha chiuso Sora e Disney ha ritirato il suo miliardo di dollari di investimento.
Ci sono i resistenti come Justine Bateman e il neonato Creators Coalition on AI fondato da Daniel Kwan, Joseph Gordon-Levitt e Natasha Lyonne. E ci sono i pragmatici come Ben Affleck, che dopo anni di scetticismo dichiarato ha co-fondato in segreto una startup di post-produzione AI, InterPositive, poi acquisita da Netflix per una cifra stimata intorno ai 600 milioni di dollari.
In questo panorama caotico e competitivo, Subramanya non è né un pioniere né un antagonista ma resta un problema strategico aperto. A complicare ulteriormente il quadro c’è una variabile interna: il manager ha appena trovato un nuovo superiore. John Ternus è il prossimo CEO di Apple, dopo l’uscita di Tim Cook. Una transizione al vertice in un momento in cui le decisioni sull’AI non sono tattiche ma esistenziali.
THR chiude il suo profilo con quattro parole: “Uncertain but crucial times ahead” — tempi incerti ma cruciali. Difficile trovare sintesi più onesta.












