App Economy, il giardino blindato di Apple ha conquistato il mondo

Nonostante le voci pessimiste, il sistema di distribuzione del software portato al successo da Apple con i suoi App Store è tutt’altro che arrivato al capolinea. Chi credeva nei negozi digitali liberi e lamenta l'assenza di libertà deve ricredersi: lo dicono i numeri

App Economy

Le notizie sulla morte delle app sono fortemente esagerate. Si parla in continuazione di “fine delle app”, “bolla scoppiata”, “migrazione nel cloud”, ma la realtà dei numeri pare essere sostanzialmente differente. Il meccanismo di aggregazione, ricerca, distribuzione, download e mantenimento del software è stato potentemente innovato da Apple con l’App Store per i telefoni cellulari basati su iOS. Le polemiche sono state molte: il rischio è la chiusura completa, un sistema “nazista” che non permette di installare il software che si vuole, la fine della libertà e via dicendo.

In realtà il sistema è stato talmente tanto di successo che adesso è il paradigma centrale al quale fare riferimento. E il paragone tra l’app store e i gulag sovietici non regge: l’alternativa infatti non è l’Atene di Pericle, ma il Far West di Bud Spencer e Terence Hill: un sacco di scemenze e pure schiaffoni a non finire. Gli app store hanno creato un sistema sicuro e gestito per fare in modo che il software mantenesse le promesse (niente app farlocche), non fosse in malafede, non avesse virus o altre malattie. In cambio del 30%, ha anche azzerato i costi di diffusione, deployment, manutenzione, download. È il campo di concentramento della libertà del codice contrapposta alla libertà di mercato e cavalcata delle praterie digitali? No, anche perché le piattaforme “pure” sono devastate da truffe e da attacchi alle persone di buona fede che si fidano troppo del prossimo.

App Economy

Anche per questo da sempre si parla di fine del modello della “app economy”, di fine del sistema di distribuzione perfezionato da Apple: è scomodo, costituisce uno dei valori aggiunti anziché uno dei limiti del sistema iOS/macOS/tvOS/watchOS. Perché non cercare di farlo cadere? In realtà la tendenza va in un’altra direzione: i numeri parlano chiaro.

Secondo le rilevazioni fatte da App Annie, infatti, siamo molto lontani dalla crisi. Anzi, siamo al vero e proprio boom. Con cinque milioni di app tra App Store di Apple e Play Store di Google, secondo gli analisti l’economia globale delle app nel 2021 arriverà a 6.300 miliardi di dollari. Era mille e trecento nel 2016. La spesa media per utente passerà da 379 dollari nel 2016 a mille e otto dollari entro il 2021. E gli utenti passeranno il 90% del loro tempo “dentro” le app anziché nei browser.

App Economy

Qualcosa tuttavia è cambiato e sta cambiando ancora. Innanzitutto le attese del pubblico sono cresciute e anche molto. Questo vuol dire che la prima versione di una app deve essere ben fatta e con tutte le caratteristiche del caso, altrimenti scompare dal radar molto rapidamente. Inoltre, le app sono sempre più utilizzate senza aprirle, cioè utilizzando le notifiche e gli altri servizi che permettono di ricevere o inviare informazioni all’app stessa, senza bisogno di aprirla. Ancora di più: le app sono sempre più parti di un sistema complesso, fatto da sistema operativo e da decine di altre app. Quindi: integrazione, integrazione, integrazione.

Le app diventano sempre più integrate fra di loro, e utilizzano sempre di più servizi cloud di machine learning e di intelligenza artificiale. Offrono a loro volta servizi per altri software e meccanismi, creando un quadro sempre più complesso e strettamente integrato da un punto di vista tecnico, ma privo di frizione nella prospettiva del cliente finale.

Niente male per una “app economy” che dovrebbe essere già fallita da tempo, no?