Il 15 maggio 2026, primo giorno della visita di Donald Trump a Pechino, qualcosa di rivelatore è andato in scena nella Grande sala del popolo. Trump era arrivato con in testa la tregua commerciale e la lista degli accordi da siglare. Xi Jinping ha aperto il confronto parlando di Taiwan: «la questione più importante nelle relazioni tra Cina e Stati Uniti», a rischio di «scontri o perfino conflitti» se non gestita correttamente. Non è stata una divagazione diplomatica: Xi ha invece dichiarato chiaramente le sue priorità. E per capire perché Taiwan venga messa sopra tutto il resto, bisogna capire cosa produce quell’isola e perché il mondo non può farne a meno.
Un’isola, novanta per cento dei chip avanzati del pianeta
Taiwan Semiconductor Manufacturing Company, meglio nota come TSMC, produce oltre il 60% dei chip su scala mondiale e circa il 90% dei semiconduttori cosiddetti “leading-edge”, cioè quelli realizzati con i processi produttivi più avanzati, sotto i tre nanometri. Tutto quello che conta nell’elettronica di consumo e nell’intelligenza artificiale passa da lì: i processori di Apple, le GPU di Nvidia per i datacenter AI, gli acceleratori di AMD e Qualcomm. Il legame tra Apple e TSMC è una delle alleanze industriali più solide e insieme più rischiose del capitalismo contemporaneo: Cupertino dipende da Taiwan per ogni chip che batte nel cuore di iPhone, iPad e Mac.
Accanto a TSMC c’è Foxconn, azienda che quasi tutti conoscono come l’assemblatore di iPhone ma che si è trasformata in qualcosa di molto più strategico. La sua divisione dedicata ai server per l’AI ha ormai superato come giro d’affari quella storica legata agli smartphone. Insieme a Nvidia, con il supporto attivo del governo taiwanese, Foxconn gestisce una cosiddetta “AI factory” dotata di diecimila GPU Blackwell per simulare chip, ottimizzare la produzione e comprimere i cicli di sviluppo dei nodi più avanzati. Il nodo a due nanometri è già in produzione; quello a 1,4 nanometri è in fase di sviluppo avanzato.
Il risultato complessivo è che Taiwan concentra più del 90% della produzione mondiale di chip per l’AI e dei server AI. Non è un primato statistico: è un punto di strozzatura geopolitico. Qualunque interruzione, militare o logistica, colpirebbe in modo immediato e catastrofico tutto lo stack dell’economia digitale: dall’addestramento dei modelli linguistici ai datacenter cloud, dall’industria automobilistica all’elettronica di consumo.
La storia: da Formosa a democrazia tecno-industriale
I portoghesi che nel Cinquecento scoprirono quell’isola nel Pacifico orientale la chiamarono Formosa: “Bellissima”. Per secoli è rimasta una realtà periferica. La storia moderna cominciò nel 1949, quando Chiang Kai-shek, sconfitto dai comunisti di Mao Zedong in una feroce guerra civile, vi si rifugiò con oltre due milioni di cinesi nazionalisti, portandosi dietro navi piene di tesori del Palazzo Proibito di Pechino, che oggi si possono visitare nel più grande museo d’arte cinese al mondo, a Taipei. L’ambizione di Chiang Kai-shek era quella di riconquistare il continente. Adesso, il problema è il contrario: Xi vuole conquistare Formosa.
Quello che accadde tra il 1949 e oggi è molto interessante: Taiwan si è trasformata in una democrazia liberale e prospera, una delle economie più dinamiche dell’Asia. Dopo la morte di Chiang Kai-shek nel 1975, il processo di democratizzazione ha portato l’isola a diventare uno dei sistemi politici più aperti di tutta l’area indo-pacifica. Nel frattempo le persone che ci vivevano si sono costruite un’identità distinta: oggi il 62% della popolazione definisce taiwanese, era il 17% trent’anni fa. La maggioranza non vuole né l’indipendenza formale né l’annessione alla Cina, ma lo status quo.
I taiwanesi vogliono vivere come vivono adesso: cioè molto bene. L’isola ha un clima subtropicale ma geografia varia: il lato occidentale dell’isola, da nord a sud, è pianeggiante, popolato di città (Taipei in testa) e industrie, collegato con treni veloci di derivazione giapponese, simili agli Shinkansen e infrastrutture di alto livello. Il lato orientale è più selvaggio, montagnoso, tutto giungla e spiagge, ideale per il tempo libero, il trekking, lo sport, la vita a contatto con la natura. A Taiwan convivono turismo e industria, storia e cultura, natura e progresso. E anche arte e architettura, come il Taipei 101, a lungo il più alto grattacielo al mondo.
Per Pechino però lo status quo non basta. Xi Jinping ha indicato la “riunificazione” come obiettivo storico della propria leadership. E la pressione sulla questione non è mai diminuita.
La formula ambigua e l’equilibrio instabile
Le relazioni tra Stati Uniti, Cina e Taiwan sono regolate da anni dalla cosiddetta politica di “una sola Cina”: Washington riconosce il governo del Partito comunista cinese come unico governo legale, ma al tempo stesso vende armi a Taiwan e mantiene con l’isola legami stretti di natura economica e militare. La formulazione è deliberatamente ambigua: gli Usa non specificano di quale Cina faccia parte Taiwan, e si limitano a prendere nota delle rivendicazioni reciproche.
Pechino vuole che questa ambiguità cessi. In particolare, la Cina vorrebbe che Washington dichiarasse esplicitamente di essere contraria all’indipendenza di Taiwan, una posizione ben diversa dal semplice “non la sosteniamo” dell’amministrazione Biden. Durante il summit del 15 maggio, Xi ha riportato la questione al centro esatto del confronto con Trump, che era invece arrivato a Pechino con altri obiettivi commerciali in testa.
Perché per la Cina il chip vale più del nazionalismo
C’è un modo molto pratico per leggere l’insistenza cinese su Taiwan che va al di là della retorica sulla “riunificazione”. Se la Cina invadesse Taiwan, TSMC potrebbe bloccare la produzione da remoto grazie a sistemi di protezione software integrati nelle macchine di produzione. Ma la capacità produttiva stessa, i macchinari ultraspecializzati, l’ecosistema di fornitori che nessun paese al mondo è riuscito finora a replicare: tutto questo rappresenta un vantaggio strategico che Pechino vuole sottrarre all’Occidente.
La Cina, in questo settore, è ancora significativamente indietro rispetto a TSMC. Il fondatore della società taiwanese, Morris Chang, ha dichiarato più volte che Pechino, nonostante decenni di sussidi colossali, resta lontana dai nodi produttivi più avanzati. È possibile costruire chip meno sofisticati altrove, ma per i chip di fascia alta Taiwan rimane insostituibile nel breve e medio termine. Impossessarsi di quella capacità tecnologica vale, agli occhi di Pechino, più di qualunque accordo commerciale.
Il tentativo di diversificazione e i suoi limiti
Il mondo occidentale ha avviato da anni strategie di diversificazione. TSMC ha costruito fabbriche in Arizona e sta costruendo uno stabilimento anche in Germania con contributi dell’Unione europea. Ha investito in Giappone. Gli Usa hanno varato il CHIPS Act per incentivare la produzione domestica.
Ma i limiti sono evidenti. Una fabbrica fuori da Taiwan costa tra il 50 e l’80% in più, secondo le analisi degli esperti del settore. E non è che a Taiwan la regalino: si parla di 10-20 miliardi di dollari a linea produttiva. E poi c’è tutto il resto. Il know-how accumulato in decenni, la filiera di fornitori altamente specializzati, la densità di ingegneri qualificati: sono fattori che non si trasferiscono per decreto.
Tim Cook lo sa da tempo: già nel 2022 disse ai suoi che concentrare il 60% della produzione in un’unica area geografica «probabilmente non è una posizione strategica». Trovare alternative a TSMC è anche una questione di sopravvivenza industriale a lungo termine, ma nessuna alternativa è ancora all’altezza.
Il paradosso geopolitico dei nanometri
Taiwan si trova in una posizione che non ha precedenti nella storia recente: troppo piccola per difendersi da sola, troppo tecnologicamente essenziale per essere abbandonata. L’isola è diventata, suo malgrado, la variabile da cui dipende la capacità del mondo di produrre intelligenza artificiale, smartphone, server e automobili a guida assistita.
Come dicevamo all’inizio, quando Xi Jinping interrompe un vertice commerciale con Trump per parlare di Taiwan, non sta solo alzando la posta nella trattativa diplomatica. Sta ricordando a tutti che la questione di Formosa non è una disputa territoriale come le altre: è la disputa su chi controllerà il motore tecnologico del XXI secolo. È anche un modo per lanciare un messaggio molto chiaro sul quale dovremmo riflettere: i nanometri, in questo scenario, pesano più dei missili, perché il mondo è cambiato. Gli Usa lo hanno capito e si stanno in qualche modo attrezzando per produrre in casa, mentre abbandonano gli alleati (sostanzialmente) europei al loro destino militare ma anche economico e geopolitico, come ha recentemente notato anche Mario Draghi. E noialtri europei cosa stiamo facendo?
Questo aspetto merita due parole in più. In Europa abbiamo sposato l’alleanza benevola con gli Usa per 80 anni, e lo abbiamo fatto rinunciando alle mire di potenza dei singoli Paesi (soprattutto Germania e Francia, ma anche Regno Unito) come osserva non da ultimo Robert Kagan sull’ultimo numero dell’Atlantic. Questi 80 anni erano il tempo che doveva essere dedicato all’unificazione del Vecchio continente, ma siamo ancora a metà del guado e una parte consistente dei governi e partiti europei rema contro. Come finirà per noi? Questo i chip di Taiwan non lo dicono, sta a noi scoprirlo.


















