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Dieci anni di iPhone, la rivoluzione è partita anche dalle App

Facebook, Twitter, Instagram, Google Maps, Nike+, Runtastic, Fitbit, Evernote, WhatsApp, Telegram, Amazon, Pokemon Go, YouTube, Dropbox: questi solo alcuni dei moltissimi nomi che oggi esistono e che hanno costruito il loro intero business sul mondo di App Store, un mercato intero che Apple ha saputo creare e ha avuto la capacità di spingere ai massimi livelli proprio grazie all’iPhone che oggi compie dieci anni.

Un mercato che, al contrario di quello del telefono, ancora non ha dieci anni di vita (l’arrivo ufficiale è stato a Luglio 2008 con un aggiornamento di iTunes, qualche mese prima con il meno ufficiale Cyndia), ma che non può oggi essere indifferente al compleanno di iPhone, l’oggetto grazie al quale tutto è nato.

Chi usa un iPhone oggi, quanto uno smartphone Android, un Tablet o un computer Windows o Mac o anche un NAS, sa quanto il mondo delle App sia la tecnologia che più di tutto ha mosso l’intero business degli smartphone e che, sostanzialmente nel bene e nel male, ci ha cambiato la vita.

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Una immagine dal Mobile World Congress di Barcellona, il più importante evento al mondo dedicato al settore mobile, dove un intero padiglione è dedicato al mondo delle App

Se dieci anni fa in metropolitana si vedevano persone che leggevano il giornale, altri i libri, altri ancora con le cuffiette ad ascoltare la musica, oggi si fa fatica a trovare qualcuno che nei dieci minuti di viaggio non consulti Facebook, Instagram o Twitter, non ne approfitti per leggere l’ultima pagina di Macitynet oppure uno degli ePub di iBook Store, un Kindle di Amazon o anche semplicemente per farsi una partita a Mario Run, Pokemon Go o Clash Royale.

Una rivoluzione che è entrata nel tessuto più intimo della società mondiale: oggi si usano le App per tutto, per sapere quando passerà il prossimo autobus o per farsi guidare a destinazione, per leggere le news dei più famosi quotidiani in tempo reale, quanto regolare il riscaldamento di casa o per capire se abbiamo fatto abbastanza moto o no. Ma con le App si può fare davvero tutto, anche cose impensabili, come chiacchierare gratis con una persona che si trova in un altro punto del mondo, anche se parla una lingua che non conosciamo, misurare un mobile o eseguire operazioni bancarie o di borsa anche dal sedile di un autobus, leggere l’anteprima di un libro prima di comperarlo come stabilire democraticamente il successo o l’affossamento di un Hotel o di un Pub.

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Una celebre vignetta apparsa subito dopo la morte di Steve Jobs

App Store, l’eredità di Apple al mondo

Il successo delle App è dovuto in gran parte ad Apple per diversi motivi.

Oltre alla crezione dell’ecosistema iPhone (e successivamente iPad e Mac, oltre alle versioni di Windows e Android), anche e soprattutto alla rigidità del sistema che, diversamente da altri precedenti, girava tutte le difficoltà allo sviluppatore per lasciare la strada il più semplice possibile agli utenti.

Probabile che solo Apple avesse la forza e la capacità di concepire un sistema così complesso dal punto di vista costruttivo ma tanto semplice nella sua realizzazione lato utente, che deve sostanzialmente solo inserire una carta di credito la prima volta e poi autenticarsi (all’inizio tramite una password, ora con il riconoscimento dell’impronta).

Complesso dicevamo per gli sviluppatori, un lavoro che spesso è sottovalutato dai più, che vedono solo l’App finita senza considerare tutto il lavoro di progettazione, le prove, la grafica e anche l’approvazione da parte di Apple.

Si perché tutte le App, ma proprio tutte, devono essere approvate da un team apposito in Apple prima di apparire su App Store: e le regole sono molto ferree e per nulla semplici, specie quando si parla di business. Niente nudo, niente politica estrema, niente frasi esplicite o meno che possano in alcun modo danneggiare la visione di Apple, nessun materiale, testo o immagine, che raffiguri un prodotto concorrente a quelli Apple, niente frasi o sistemi ambigui che portino l’utente ad acquisti In-App chiari e inequivocabili e niente violenza esplicita.

Esistono le eccezioni, certo: ad esempio se l’App è un prodotto editoriale è chiaramente esente da alcune regole (come la pubblicazione di prodotti concorrenti) ma restano valide le altre (Playboy, ad esempio, non è mai apparso nella sua forma più esplicita su App Store).

Un sistema inequivocabilmente un po’ bigottoe rigido ma che ha garantito il successo rispetto, ad esempio, a quello Android, dove i download sono molti di più ma il ricavo per gli sviluppatori è minore per via della minor fiducia da parte dei consumatori nel sistema.

Chi ha un iPhone sostanzialmente si fida di App Store, perché sa che è molto difficile trovare una App equivoca, tanto per i bambini quanto per gli adulti: (gran) parte del successo dell’ecosistema di iPhone/iPad è passato di qui.

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App Store, qui su iTunes

I numeri di App Store

Al momento del lancio, nel 2008, App Store conteneva circa 500 App (l’iPhone SDK, che permetteva la costruzione di queste App, era stato lanciato qualche mese prima) e il numero è andato in progressivo aumento sino a superare i 2.000.000 nel giugno 2016 (si stima che al momento in cui scriviamo le App disponibili siano circa 2.200.000, di cui circa la metà compatibili con iPad). Numeri impressionanti, specie se si tiene conto che Apple, di tanto in tanto, effettua una pulizia di tutte le App che sono divenute troppo vecchie e non possono più essere scaricate.

Questo ha fruttato circa 140 miliardi di App scaricate (a Settembre 2016), distribuite per il 25% in giochi, il 10% in App di tipo business, l’8,5% in Education e via sino al 2,12% di Social Network e 1,25% di shopping.

Analizzare i numeri di App Store è poi una operazione molto difficile, perché esistono diverse sfaccettature: ad esempio, non basta un alto numero di download ad una App per decretarne il successo (anche se inevitabilmente aiuta), perché è sostanzialmente la monetizzazione, tipicamente gli acquisti In-App che ne decretano la fortuna o sfortuna.

Ricordiamo che ogni acquisto, di App o In-App, comporta un ricavo al 70% per gli sviluppatori e al 30% per Apple (idem per Android).

Ad esempio, il numero di App scaricate e aperte una sola volta (qui non solo App Store, ma anche Android), per poi essere dimenticate o abbandonate è stato di circa il 23% nel 2016, percentuale che è il leggero calo rispetto al 26% del 2011 ma che non cambia le carte in tavola: un quarto delle App non fa quello che promette la scheda dell’App Store e gli utenti, una volta provate, non le usano più.

Ovviamente il concetto di App Store nel 2017 non può essere limitato solo ad Apple ma va esteso (perlomeno) anche a Android, i cui numeri sono molto diversi da quelli di Apple, seppure meno interessanti dal punto di vista remunerativo.

Nel 2015, ad esempio, Google Play aveva un numero di download doppio rispetto ad App Store, ma una percentuale di ricavi pari al 25%: il perché di questo trend è difficile da spiegare e dipende da moltissimi fattori, tra cui la maggiore fiducia degli utenti verso App Store. Conta anche il fatto che molti device Android sono venduti a meno di 100 Euro, con conseguente potenza di acquisto molto bassa (il device Apple più economico è l’iPad mini 2 a 299,00 Euro) ed infine il sistema di approvazione di Apple che spinge gli sviluppatori a produrre App migliori e di conseguenza più interessanti per gli utenti (una breve ricerca mostra un numero importante di App di bassa qualità presenti su Android e del tutto assenti su App Store).

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Ogni settimana Apple promuove una App in modo gratuito: qui a Macitynet non manchiamo mai di segnalarlo

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