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La nuova strategia dei big della tecnologia: integrare tutto

Chi fa da se, fa per tre. Forse le nonne dei leader maximi dei colossi americani della tecnologia non ripetevano questa massima antica ai loro futuri campioni del mercato, ma sembra che comunque la lezione sia arrivata in qualche modo alle loro orecchie, trasformandosi in un mantra ripetuto ormai quotidianamente.

Anzi, probabilmente una “nonna” c’è stata, ed è stata Steve Jobs. Il quale aveva fatto sue massime del tipo: chi ci tiene al proprio hardware deve scrivere anche il suo software (e viceversa). Tanto che Apple, apparentemente come un dinosauro che viene dalla notte dei tempi delle incompatibilità orizzontali, è sempre stata l’azienda dell’integrazione verticale.

Il senso della frase che precede, una specie di kamasutra dei prodotti e servizi, è semplice da capire: integrare verticalmente vuol dire che la stessa azienda produce da sola i vari livelli dei suoi prodotti: componenti, computer, driver, sistema operativo, applicazioni, servizi cloud.

Invece, quando parliamo di compatibilità orizzontale, pensiamo al mondo immaginato da Bill Gates: componenti diverse che però funzionano tutte con lo stesso sistema operativo e quindi poi costringono a usare software programmati per quell’ambiente. Il web è stato un modo per “rompere” questo monopolio nello strato del sistema operativo, perché ha dato compatibilità e quindi accesso ai dati e ai software anche agli utenti di piattaforme diverse (Mac, Linux).

Il mondo dei telefoni cellulari e dei tablet è un mondo “post-PC” anche nel senso che arriva dopo l’invenzione del web e del cloud, permettendo uno sviluppo dell’integrazione verticale maggiore senza che questo porti a un’impossibilità per gli utenti di utilizzare i servizi.

Veniamo a noi: Google nei giorni scorsi si è scoperto che si sta preparando a lanciare PixelBook, il suo computer portatile ultraleggero con sistema operativo Chrome OS e pennino touch, che costerà dai mille dollari in su. È l’erede dei Chromebook Pixel, cioè la variante di riferimento dei Chromebook prodotta dalle terze parti, ma è anche qualcosa di più sia per il prezzo che per le caratteristiche tecniche: storage veloce eMMC e consistente, paragonabile a un laptop (fino a mezzo terabyte), processore robusto, un sacco di RAM.

A cosa serve? A parte gli appassionati con un portafoglio robusto, Google pensa agli sviluppatori sia interni all’azienda sia a quelli esterni nelle grandi aziende. Un esercito di qualche milione di utenti che oggi è quasi sempre orientato in prima battuta sui MacBook Pro e poi su macchine Windows e infine Linux. Le caratteristiche specifiche sono robuste perché servono a gestire macchine virtuali (crearle, farle funzionare, caricarle sui server) soprattutto nella forma dei container.

Inoltre, i container sono forse una delle chiavi della nuova ventata di virtualizzazione non più di interi computer ma di singole applicazioni in un altro ambiente: quelli di Google riescono sui server a fare cose notevoli ma niente impedisce di usare in maniera anche facile i container su un laptop ad esempio per far funzionare app Android piuttosto che Windows. Questo permetterebbe ai computer di Google di servire anche per ambienti di sviluppo basati sulle tecnologie Microsoft.

Ma questa è solo una piccola parte della tendenza in atto oggi. Apple -come sappiamo – sta innovando tantissimo anche qui. Produce i suoi processori e probabilmente sta lavorando alla realizzazione di chip Ax per i MacBook del futuro, prendendo così il controllo della progettazione dalle mani di Intel (come ha fatto per la componente grafica dalle mani di Infineon) e potrà controllare lo sviluppo del silicio ottimizzandolo per le sue esigenze software e applicative. Non solo potenza bruta ma anche ottimizzazione delle componenti in senso verticale per ottenere un legame hardware-software più stretto.

Microsoft da tempo tenta di fare una cosa del genere: non produrre i chip – perché Intel e AMD hanno sostanzialmente lavorato per ottimizzare il silicio sulle esigenze della piattaforma Windows di Bill Gates – bensì produrre i computer. I Surface sono questo: il modo di Microsoft per integrare verticalmente le sue tecnologie, che adesso si spingono con Azure fino al cloud e ai servizi (si veda Office 365), e farle lavorare assieme in un ambiente in cui oltre alla compatibilità vengono registrate bene le viti delle tolleranze, il vero tallone d’Achille di chi invece assembla macchine costruite con pezzi di fornitori diversi solo sulla carta compatibili tra loro.

Google progetta silicio che poi si fa costruire per i suoi server, che fin dal principio venivamo fatti su misura. Google invece è partita fin dalle sue origini utilizzando Linux e Pc assemblati e a basso costo, con una complessa architettura di cluster basata sulla tecnologia del proprio Google File System, un file system distribuito che permette di trattare in maniera sicura documenti di 100 GB o più (le “aggregazioni” dei dati delle ricerche sul web).

Per l’azienda di Mountain View si tratta di mettere lentamente a fattore comune le competenze sviluppate in ambiti diversi e portare l’esperienza hardware e sulle componenti di base anche sul lato consumer e su quello dei prodotti per il mondo aziendale. Un mercato quest’ultimo che è più grande di quello consumer: mentre gli utenti consumer si orientano sempre più verso cellulari e tablet multifuzione, invece i computer “leggeri”, portatili, diventano lo strumento di riferimento per il mercato aziendale. E qui l’integrazione della piattaforma per Google come per Apple e per Microsoft con i Surface diventa la chiave.

Una delle grandi novità di adesso è che si ragiona molto sul bisogno di creare chip su misura, per avere controllo dell’integrazione nell’ecosistema del singolo produttore, come in passato si è ragionato sulla necessità di creare le proprie tecnologie come ad esempio il sistema operativo.

A liberare i grandi della tecnologia dal modello di Bill Gates dell’integrazione orizzontale vincolata a un unico produttore di sistema operativo e a ridare centralità a quello di Steve Jobs con l’integrazione verticale è stato come detto il web e il cloud. Aziende che non sono riuscite a sfruttare tutto il valore sono quelli che, pur se naturalmente integrati verticalmente, non controllano lo strato del sistema operativo e quindi neanche l’app store e i servizi cloud.

Un esempio? Ovviamente Samsung la quale, nonostante sia un gigante tra i produttori di tecnologia (e fornitore per tutti gli attori sul mercato, a partire da Apple), è anche vittima del sistema operativo Android di Google nel settore dei telefoni e di Windows di Microsoft nei suoi Pc. Che cosa potrà fare nel futuro? Forse costruire il suo sistema operativo, anche se l’azienda sa bene di non avere la potenza di fuoco e l’esperienza per rendere rilevante e significativo il suo lavoro in questo ambito.

In futuro? Sempre più integrazione. Per raggiungere ritmi di innovazione annuale sempre più serrati avere il controllo di tutti questi strati differenti diventa critico. Lo è sempre stato ma prima (all’epoca dei grandi produttori di personal computer negli anni Ottanta e Novanta) era addirittura impossibile perché le singole aziende non avevano le economie di scala per farlo e perché il paradigma dell’integrazione verticale era troppo forte e teneva prigionieri la stragrande maggioranza degli utenti e degli sviluppatori e produttori a un singolo ecosistema (quello di Microsoft).

Un settore in cui l’integrazione verticale ha sempre pagato, almeno fino a non molto tempo fa, è stato quello dei videogiochi. Ogni grande produttore come Nintendo, Sega, Sony e più di recente Microsoft realizzava un sistema chiuso (la console) e del quale aveva un forte controllo – a specifiche “congelate” – e che permetteva anche di controllare lo sviluppo del software, cioè i giochi, senza bisogno di un vero sistema operativo. È stato solo con la crescita della potenza di calcolo degli smartphone e tablet il bisogno di connessione e di interazione con la rete che il gioco è diventato parte dell’esperienza di un sistema operativo, anziché mantenere un’importanza superiore a quello dell’ambiente in cui era in precedenza eseguito.

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