HomeHi-TechCellulari/TelefoniaOperatori telefonici virtuali: quel che manca al mercato italiano

Operatori telefonici virtuali: quel che manca al mercato italiano

In Italia, neanche a parlarne. Dopotutto, l’assetto della telecomunicazione nel nostro paese non sarà  un far west, ma somiglia quantomeno a un campionato tra ricchi. Non c’è spazio per nuovi soggetti che “rompano” con una serie di tradizioni consolidate.

E’ così nel campo della telefonia fissa, dei servizi internet, della telefonia mobile. Si parla di convergenza addirittura tra questi tre settori, però non si discute, almeno non pubblicamente, di un tipo di struttura del mercato che potrebbe portare – come sta facendo in altri paesi Gran Bretagna in testa – una ventata di aria fresca, più competizione e benefici per i consumatori.

Parliamo dei Virtual Mobile Operator, gli operatori virtuali di telefonia mobile. Un settore presente all’estero anche per la telefonia fissa e che presenta interessanti possibilità  di sviluppo. Come funziona? Semplice, immaginiamo che anche da noi, come in Gran Bretagna e negli Stati Uniti, decida di sbarcare un operatore di telefonia cellulare “di lusso”: Virgin Mobile.

Verrebbe da pensare che per almeno due anni ci sia una nuova corsa alla costruzione di nuovi ponti radio, di cablature per costruire la dorsale, di centraline di commutazione e infrastrutture di vario genere. Niente di più sbagliato. Virgin Mobile, e come lei altri quindici operatori in Gran Bretagna, stipulano accordi ora con l’uno e ora con l’altro degli operatori “reali”, affittando traffico e capacità  di trasmissione dalle loro infrastrutture.

Poi, confezionano i telefonini commercializzati apposta per loro, creano il marketing, la rete di distribuzione ed entrano sul mercato. Immaginiamo in Italia. L’ipotetica Virgin Mobile Italia si fa assegnare il prefisso telefonico 555 (all’americana, per dire un numero inesistente) dall’Autorità  preposta, negozia con i nostri operatori l’accesso a prezzi di favore (cioè scontati) ai loro network. Magari Tim al sud, Vodafone al nord, Wind in centro Italia. Poi, comincia a commercializzare i propri telefonini.

Facciamo un esempio concreto per capire come funziona: uno di noi va in un negozio e acquista qualcuno dei modelli esclusivi dell’operatore, magari con particolari tariffazioni e la pratica del “sim lock”, che in Italia è praticata solo da Tre, l’operatore Umts che in questo modo può permettersi di vendere i telefoni a 19 euro facendo arrabbiare di brutto la concorrenza nel settore del 3G.

L’utente che acquista l’ipotetico telefonino Virgin Italia al momento dell’accensione trova il ponte radio di Vodafone ma sul suo display compare il nome “Virgin Mobile Italia”. Telefona utilizzando la rete con il roaming principale, che per lui è l’equivalente della rete di casa. Se per caso non ha connessione con Vodafone al nord (dove c’è l’accordo) passa con un roaming più costoso (per Virgin Mobile) con uno degli altri operatori, magari Tim, con i quali ci sono gli accordi in altre aree.

Semplice, lineare, consente di avere un ricavo maggiore per gli operatori tradizionali, che possono vendere l’eccesso di banda, una opportunità  per nuovi soggetti, che possono entrare nel mercato senza i devastanti costi industriali di costruire una nuova rete – doppione di quelle esistenti – ma solo una infrastruttura minima di controllo e commutazione oltre alla struttura commerciale e consente di offrire nuove e più competitive tariffe ai consumatori.

Bello, in Gran Bretagna, in Giappone e da poco anche negli Usa succede, così come negli altri paesi. Da noi, no. Peccato. Perché il tipo di offerta può anche diventare molto segmentata, per esempio solo dati per chi ha bisogno di avere il Gprs in modalità  flat per realizzare sistemi di videosorveglianza o di controllo remoto. Oppure solo di voce tra un certo numero di telefoni, una sorta di centralino senza fili. Insomma, ci sarebbero cose da fare. Ma non si fanno. E chilometri di fibra ottica nel nostro paese ammuffiscono…

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