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Storico sorpasso dei podcast sulla radio negli USA, come è arrivato

Negli anni Duemila due studiosi americani, Jay David Bolter e Richard Grusin, hanno creato la teoria della Remediation, la “ri-mediazione”. La loro teoria sostiene che i nuovi media digitali non sostituiscono quelli vecchi, ma li “rimediano”, incorporandoli, riplasmandoli e facendoli convivere in un continuo processo di ibridazione. Si basa su due logiche: l’immediatezza (trasparenza del medium) e l’ipermediazione (molteplicità delle interfacce). Tutto questo però viene travolto dalle discontinuità e dalle pietre miliari del cambiamento, come questa notizia: negli Usa i podcast hanno superato la radio.

Una decade di erosione silenziosa

Il dato è secco e non lascia molto spazio all’interpretazione: nel quarto trimestre del 2025, i podcast rappresentano il 40% del tempo quotidiano che gli americani dai tredici anni in su dedicano all’audio a voce parlata, mentre la radio AM/FM si ferma al 39%. Una differenza di un punto percentuale che vale però molto di più di quanto la cifra suggerisca, perché segna un passaggio di consegne che sembrava impossibile anche solo cinque anni fa. Edison Research, la società che raccoglie questi dati tramite la propria metodologia di rilevamento denominata Share of Ear, tiene traccia in modo sistematico di come gli americani consumano audio nel corso della giornata. I dati rappresentano l’unico strumento capace di misurare sia il tempo speso con le singole piattaforme sia le tipologie di contenuto a voce parlata.

Nel 2015, quando Edison Research ha iniziato a tracciare con precisione questo tipo di ascolto, la radio AM/FM controllava il 75% del tempo speso con l’audio parlato, mentre i podcast si fermavano a un marginale 10%. Sessantacinque punti percentuali di vantaggio: una forbice enorme, che rendeva plausibile pensare alla radio come a un medium intoccabile, capace di attraversare incolume la transizione digitale come aveva già attraversato l’avvento della televisione e poi di internet. Il declino è stato però inesorabile, trimestre dopo trimestre, anno dopo anno, fino al sorpasso del 2025.

Ci sono voluti esattamente dieci anni per ribaltare quello che sembrava un equilibrio consolidato. Non è stato un crollo improvviso ma un’erosione lenta, metodica, quasi geologica, che riflette un mutamento profondo nelle abitudini di ascolto di una popolazione intera.

Il peso specifico dell’on-demand

Capire perché questo sia accaduto non richiede analisi particolarmente sofisticate: i podcast rispondono a un’esigenza di flessibilità che la radio tradizionale, per sua natura legata alla trasmissione lineare e agli orari fissi, non può soddisfare. L’ascoltatore di un podcast decide quando ascoltare, cosa ascoltare e per quanto tempo farlo. Può interrompere, tornare indietro, saltare avanti. Può costruirsi una programmazione personalizzata che non ha nulla a che vedere con i palinsesti decisi da altri. Questo tipo di controllo sull’esperienza di ascolto ha intercettato in pieno le aspettative di un pubblico abituato, in tutti gli altri ambiti del consumo culturale, all’accesso on-demand.

Il ruolo delle piattaforme di distribuzione è stato determinante. Spotify e Apple Podcasts hanno investito in modo massiccio in contenuti originali, ampliando enormemente la varietà tematica disponibile e abbassando la soglia di accesso per i nuovi produttori. Gli assistenti vocali come Alexa e Google Home hanno reso l’avvio di un podcast un gesto naturale, quasi automatico, integrato nella routine domestica. Il risultato è che il podcast è diventato, nell’arco di un decennio, non più un formato di nicchia frequentato da early adopter tecnologici ma un mezzo di comunicazione di massa a pieno titolo.

Il segmento demografico più giovane, i cosiddetti millennial e la generazione Z, ha giocato un ruolo decisivo nell’accelerare questa transizione. Cresciuti in un ecosistema di consumo digitale che non prevede la programmazione imposta dall’emittente, hanno trovato nel podcast il naturale equivalente audio di quello che Netflix e le piattaforme di streaming rappresentano per la televisione.

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Le nicchie che la radio non può abitare

C’è un altro elemento che spiega il sorpasso e che riguarda la struttura profonda dei due media. La radio generalista, per sua natura, deve costruire palinsesti capaci di parlare a pubblici molto ampi. Questa logica la rende adatta per i notiziari, per la musica, per i talk show di larga diffusione, ma strutturalmente inadatta a presidiare le innumerevoli nicchie tematiche che compongono la domanda di approfondimento contemporanea. Il podcast non ha questo problema: può essere prodotto con costi contenuti, distribuito globalmente e trovare il proprio pubblico specifico indipendentemente dalla sua dimensione assoluta.

Il fenomeno dei podcast di approfondimento su argomenti molto specifici, dal crimine reale alla storia delle religioni, dalla filosofia della scienza all’analisi dei mercati finanziari, ha costruito comunità di ascoltatori fedelissimi che la radio tradizionale semplicemente non riesce a intercettare con la stessa efficacia. Ogni nicchia iper-specializzata ha trovato la propria produzione dedicata, spesso di qualità giornalistica e narrativa molto elevata, capace di competere con i migliori standard della radiofonia professionale.

Nella classifica generale del consumo audio americano, l’audio parlato nel suo complesso rappresenta il 25% del tempo quotidiano totale dedicato all’audio. Il resto è occupato da musica, streaming e altri formati. Dentro questa quota, il sorpasso dei podcast sulla radio è solo la componente più visibile di un riassestamento più ampio, che comprende anche la crescita degli audiolibri, saliti dal 3% al 8% del tempo di ascolto quotidiano nello stesso periodo.

Un cambiamento che non si inverte

La radio non sparirà. Resta forte nel segmento delle notizie in diretta, nelle emergenze, nella fruizione automobilistica di prossimità locale. Ma la sua egemonia nel parlato è finita, e non ci sono segnali che il trend possa invertirsi. Il fatto che Edison Research abbia cominciato a misurare questo dato nel 2015 e che il sorpasso arrivi esattamente dieci anni dopo non è tanto una semplice coincidenza quanto la fotografia di un cambiamento strutturale che ha impiegato un decennio per diventare statisticamente verificabile.

Bolter e Grusin avevano in parte ragione: la radio non è scomparsa, è stata rimediata. I podcast incorporano molte delle sue logiche narrative, il ritmo del parlato, la voce come veicolo di presenza e autorevolezza, il format della conversazione e dell’intervista. Ma la rimediazione non è un processo neutro: nella trasposizione da un medium all’altro qualcosa si perde e qualcosa si guadagna. Ciò che il podcast ha guadagnato rispetto alla radio è precisamente la dimensione dell’asincronia, la possibilità di separare il momento della produzione da quello del consumo, di liberare l’ascolto dalla tirannia dell’orario. Ed è stato esattamente questo guadagno a determinare il sorpasso.

Ora la discontinuità è arrivata. L’industria radiofonica lo sa e si sta adattando, integrando contenuti digitali, sperimentando formati ibridi, cercando di monetizzare su piattaforme che fino a ieri considerava terreno altrui. Ma il punto di non ritorno sembra già superato: la pietra miliare è stata piantata, e il paesaggio che si apre dall’altro lato è quello di un consumo audio in cui l’on-demand ha definitivamente preso il sopravvento sul flusso lineare.

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