State per leggere una prova-prodotto atipica. Molto atipica. Non è costruita, come di solito accade, sulla prima (o la seconda) impressione, sull’uso rapidissimo o sull’uso prolungato, sui primi scatti rubati o su test intensivi da laboratorio. No, la strada è un’altra.
Infatti, se è vero che ci sono tanti modi diversi per provare una macchina fotografica o un qualsiasi altro gadget tecnologico, questa volta abbiamo scelto un percorso diverso: ci siamo basati sull’idea che quello che conta è quello che rimane, anche a distanza di mesi, quando l’apparecchio ormai è diventato memoria, restituito alla casa madre che lo presta alla stampa per qualche giorno, in modo tale che sia possibile provare e vedere come funziona.
Già, la memoria: la funzione del nostro cervello che ci aiuta a dimenticare, selezionando quello che realmente ci ha colpito di un avvenimento o di un oggetto. Utilissima, anzi fondamentale. Anche e soprattutto a livello inconscio, perché non segue le mode o i diktat redazionali. Ricorda quello che vuole lei perché lo vuole lei. Quindi, ecco cosa ci è rimasto a distanza di tempo della prova della Leica Q3 con focale da 43mm.
Una deviazione chiamata 43mm
La prima cosa che rimane è la sorpresa della scelta. La linea Q di Leica è nata nel 2015 con una vocazione precisa: grandangolare, universale, narrativa. Il 28mm del modello originale “Q” permetteva di abbracciare la scena, includere, lasciare che il mondo entrasse nell’inquadratura senza troppa selezione. Era, ed è, una filosofia. Poi è arrivata la Q2 nel 2019, con il sensore salito a 47 megapixel e la tropicalizzazione al grado IP52, e nel 2023 la Q3 con 60 megapixel, display inclinabile e autofocus ibrido con rilevamento di fase. Un’evoluzione lineare, senza strappi.
La Q3 43 del 2024 è invece uno strappo vero. Mantiene tutta l’architettura della Q3, dal sensore BSI da 60 megapixel al processore Maestro IV, dal mirino OLED da 5,76 milioni di punti al display touchscreen inclinabile da tre pollici, dalla tropicalizzazione IP52 alla memoria interna da 256 gigabyte (praticamente l’SSD di un MacBook) anche se c’è ovviamente un solo slot SD UHS-II. Cambia però la cosa più importante: l’obiettivo. Al posto del classico 28mm f/1,7 Summilux c’è un 43mm f/2 APO-Summicron ASPH, undici elementi in otto gruppi, sette superfici asferiche, progetto di qualità e brevettato. E il corpo è rivestito in grigio anziché in nero.
Quello che rimane, dopo mesi, è la sensazione di aver incontrato una macchina che non voleva essere universale. Voleva essere una scelta.
La focale del mondo davanti
Il 43mm corrisponde alla lunghezza della diagonale del sensore full-frame: non è un grandangolo, non è un leggero teleobiettivo. È, geometricamente, la focale neutra. Non include più di quello che l’occhio percepisce, non comprime le distanze. Crea, come ha scritto qualcuno che la conosce bene, un “tunnel visivo” in cui quello che non si vuole raccontare viene escluso in modo naturale.
Rispetto al 28mm, la differenza non è solo tecnica: è una questione di intenzione. Il grandangolo costringe a includere, il 43mm invita a scegliere. La composizione diventa più selettiva, il soggetto si isola meglio dallo sfondo grazie anche all’apertura f/2, e l’immagine finale ha una qualità di presenza diversa. Non più rilevante, ma più diretta. La modalità macro, attivabile ruotando l’anello più vicino al corpo, riduce la distanza minima di messa a fuoco da sessanta a ventisette centimetri: un dettaglio che in certi momenti vale oro.
Il ricordo di questa focale è fisico. Ci si ricorda di come il mondo appariva nel mirino, di quella sensazione di guardare la scena senza mediazione angolare. Non è nostalgia: è la prova che qualcosa ha funzionato davvero.
L’obiettivo che non si dimentica
La definizione APO nell’etichetta dell’obiettivo indica un progetto ottico apocromatico: significa che le aberrazioni cromatiche longitudinali sono ridotte al minimo per via ottica, non corretta matematicamente a posteriori con il processore della fotocamera. Non è fotografia computazionale, insomma: è fotografia fisica, i fotoni disegnano veramente quelle forme sui fotoricettori del sensore. Prende la realtà con intenzione, e richiede un lavoro completamente diverso da quello di un programmatore che deve correggere ex post la realtà con un algoritmo che compensi il lavoro manchevole delle lenti dell’ottica.
Per questo sulla Q3 con l’obiettivo APO la nitidezza è eccellente già alla massima apertura di f/2, anche ai bordi del fotogramma. A piena risoluzione da 60 megapixel, su un sensore CMOS full-frame fabbricato da Sony con stabilizzazione IBIS che permette di recuperare 8 stop, il livello di dettaglio è altissimo e la consistenza cross-frame è notevole. L’obiettivo APO-Summicron ha una resa ottica superiore rispetto al Summilux f/1.7 ASPH utilizzato invece sulle Q3 28mm.
I file RAW a piena risoluzione pesano, ma la macchina offre alternative: si può scendere a 36 o 18 megapixel per output ridotto, sempre con sottocampionamento dall’originale. E poi ci sono le modalità di crop integrate che permettono di simulare focali equivalenti da 60, 75, 90, 120 e fino a 150mm, con risoluzioni via via ridotte. Utile per allungare la portata in situazioni specifiche, meno interessante oltre i 90mm equivalenti dove la qualità cala sensibilmente.
Quello che non si dimentica di questo obiettivo è la sua sobrietà. Non cerca di impressionare con effetti bokeh vistosi o con una resa pittorica costruita ad arte. Produce immagini precise, con una resa cromatica neutra che può sorprendere chi è abituato a macchine che “lusingano” i colori in automatico. È uno strumento chirurgico, estremamente preciso e tagliente.
Autofocus: veloce, con qualche limite
L’autofocus ibrido della Q3 43, che combina rilevamento di fase e contrasto, lavora in silenzio e con discreta rapidità. Per un uso tranquillo, street photography inclusa, non delude. Il problema emerge con i sistemi di rilevamento del soggetto: face detection e body detection non si combinano con la selezione manuale del punto di messa a fuoco. La macchina salta autonomamente da un soggetto all’altro nella scena, e non è sempre possibile imporle una priorità.
Questo limite è rilevante soprattutto nella fotografia di persone in situazioni affollate o di reportage. In quelle circostanze, la soluzione è disattivare il rilevamento automatico e tornare al controllo manuale del punto AF, il che riporta a un uso più classico e ragionato. Non è un difetto fatale, ma è una scelta di campo precisa: la Q3 43 preferisce chi decide con calma.
L’autofocus fisico ha un’interfaccia minimalista, coerente con tutto il resto della macchina: una levetta sul bordo inferiore dell’obiettivo e un piccolo pulsante per passare dalla modalità automatica a quella manuale. Leica ha trasferito qui la logica degli obiettivi della serie M, e si sente.
Il corpo e i controlli: il minimalismo come valore
Quello che rimane con più forza, a distanza di mesi, è la gestualità di questa macchina. La ghiera dei tempi sul dorso superiore e l’anello del diaframma sull’obiettivo hanno entrambi una posizione “A” per delegare il controllo alla macchina. Una rotellina di comando sul dorso completa il quadro. Non c’è altro di essenziale. Il risultato è che si concentra l’attenzione sui parametri fondamentali dello scatto, senza distrazioni.
Il corpo è in magnesio tropicalizzato, la finitura in grigio-ardesia è elegante e discreta, con (piccolo dettaglio che dà gusto) il numero 43 fresato nell’innesto del flash: i designer tedeschi sono sempre molto attenti a queste cose, oltre alla loro storica attenzione per la precisione costruttiva. Il peso con batteria è di circa 772 grammi: non è una macchina leggera, ma ha una densità fisica che rassicura. La batteria BP-SCL6 è la stessa della Q3, con un’autonomia certificata CIPA di 350 scatti che nella pratica rende tranquillamente di più. Si ricarica via USB-C e, con il grip opzionale da 250 dollari, può ricevere carica wireless da qualsiasi caricatore Qi standard.
Il video e i limiti dell’ambizione
La Q3 43 dichiara video fino a 8K a 30 fotogrammi al secondo e supporta il codec ProRes 422HQ fino alla risoluzione Full HD a 60fps. Le specifiche sono ambiziose. La resa, però, soffre di un rolling shutter significativo: oltre 30 millisecondi nella maggior parte delle modalità, con conseguente rischio di distorsioni in scena dinamica o durante movimenti rapidi di macchina. Oltre i 30fps la qualità decade ulteriormente per via del sottocampionamento, con effetti di moiré evidenti.
Il video non è il punto di forza della Q3 43, e forse non è nemmeno il punto: è una macchina fotografica con caratteristiche video, non una videocamera con caratteristiche fotografiche. Con un obiettivo fisso da 43mm e senza ingresso audio dedicato, il video rimane uno strumento accessorio. Vale tenerlo presente prima di comprarla immaginando un uso ibrido intensivo.
Il prezzo come filosofia
Rimane, infine, il pensiero sul prezzo. La Q3 43 costa più della Q3 al momento del lancio: un salto non banale, giustificato interamente dal nuovo obiettivo APO. La Q3 28mm costa infatti 6.300 euro di listino, mentre la Q3 43mm costa 6.850 euro. Il confronto naturale è con la Ricoh GR IIIx, che ha una focale equivalente da 40mm, sensore APS-C da 24 megapixel e costa molto meno: circa mille euro (ma si tratta di una fotocamera lanciata nel settembre 2021 mentre la serie GR IV con solo obiettivo da 28mm è del settembre 2025). La qualità d’immagine della Leica è superiore, le dimensioni infinitamente più generose.
Quello che la Q3 43 offre, però, è qualcosa che non si misura solo in megapixel o in range dinamico. È una macchina che invita a fotografare, che ha una logica interna coerente, che non cerca di fare tutto per tutti. È una scelta di campo, come lo è la sua focale. E come tutte le scelte di campo, convince chi ha già deciso in che direzione guardare. Il ricordo più preciso, alla fine, è questo: che si trattava di una macchina desiderata ancora prima di essere rimpianta.































