Ricercatori della Cornell University hanno sviluppato una metodologia che può essere sfruttata per la stampa 3D di strutture sui fondali marini, rendendo più veloce, sicura ed economica la costruzione o riparazione di strutture marine.
Le tradizionali metodologie di costruzione e riparazione subacquea sono lente, costose e possono sconvolgere gli ecosistemi. Sfruttando stampanti 3D robotizzate e un mix di calcestruzzo antidilavamento (specifico per getti subacquei o per costruzioni in presenza di acqua) appositamente formulato, caratterizzato dalla presenza di sedimenti marini, è possibile risolvere questa problematica, una novità che è presentata come una svolta nelle tecnologie di costruzione sottomarine.
Il blog Cornell Chronicle spiega che un gruppo interdisciplinare, guidato da Sriramya Nair, professore associato di ingegneria civile e ambientale del David A. Duffield College of Engineering, stava già lavorando con un robot industriale per la stampa 3D di strutture in calcestruzzo su larga scala; il team ha notato l’invito della Defense Advanced Research Projects Agency (DARPA, agenzia governativa del Dipartimento della difesa degli Stati Uniti incaricata dello sviluppo di nuove tecnologie per uso militare) a creare una tecnologia di stampa 3D del calcestruzzo da usare a diversi metri di profondità del mare e ha deciso di accettare la sfida.
I ricercatori hanno ottenuto un finanziamento di 1,4 milioni di dollari, subordinato al rispetto di determinati parametri di riferimento, ed evidenziando i primi promettenti risultati.
Nuova tipologia di calcestruzzo anti dilavamento
Tra le problematiche che è stato necessario risolvere nella stampa 3D del calcestruzzo sott’acqua, l’azione dilavante che si verifica quando è fresco. Il team della Cornell University ha risolto il problema sperimento il bilanciamento ottimizzato di viscosità e pompabilità.
Altra sfida richiesta dal DARPA era la necessità di incorporare sedimenti del fondale marino nella miscela di calcestruzzo come elementi primari, una scelta logica pensata sia per minimizzare l’impatto ambientale, sia per sfruttare materiali già presenti nella aree sommerse.
L’obiettivo è stato portato a termine e questo potrebbe portare a una riduzione dei costi nella realizzazione di elementi strutturali in ambiente marino o esposti a condizioni di elevata salinità.












