Un Caffè a Cupertino

Vi avevamo annunciato nell'anteprima dei nostri servizi dall'Expo di SanFrancisco un viaggio molto speciale. Il nostro racconto, insieme a immagini di un'aspetto particolarissimo e italianissimo della vita di Apple, di un mitico garage e di una California non solo da sognare.

Un Caffè a Cupertino
Arte moderna: MOMA SF e Apple

[Questo articolo, recuperato dalla sezione in html di Macitynet racconta il viaggio compiuto a Gennaio 2003 con Antonio Dini e Fabio Zambelli sulle strade della storia di Apple]

Tornare la terza volta a San Francisco anche per restare 4 giorni “sepolti” nella sala stampa e nei saloni del Macworld è sempre fonte di una particolare emozione.

La metropoli è pressoché “orizzontale” e sicuramente una delle più accoglienti per il turista europeo, un centro che non ti sovrasta con opprimenti grattacieli, un porto che potrebbe essere quello di una città italiana, e la possibilità di camminare in quelle strade rese familiari dalla programmazione di telefilm esterofila del nostro paese.

Ma San Francisco, oltre ad un clima particolarmente favorevole anche in Gennaio ti offre l’idea di una città accogliente, fusione di tante razze, idiomi, facce italiane, cinesi, ispaniche, un pò africane e quasi nessuna così puramente bianca o WASP come trovi altrove negli USA. 
Tolleranza, melting pot, fusione di stili e di abitudini alimentate dalle università, dai centri di ricerca dalle più attive aziende della Silicon Valley: tutto questo lo ritrovate tra i frequentatori del Macworld, nel ristorante della sede di Apple a Cupertino, tra la gente del Pier 39 che passeggia il sabato sera tra fast seafood con granchi e aragoste e botteghe un po’ finte ordinate come in una piccola SanMarino.

Il paesaggio cambia allontanandosi dal centro, dai quartieri cinesi, italiani, dalla city degli affari e ti ritrovi tutto intorno alla città, oltre il grande parco, sulla collina di Twin Peaks e intorno intorno per chilometri e chilometri case di legno una vicina all’altra, una sopra all’altra che viste tutte insieme dalla highway o dall’aereo quando arrivi sembrano punteggiare la notte come le stelle di un finto presepe.
A collegare la città con il vicinato due grandi ponti, le meraviglia architettonica rossa del Golden Gate verso Sausalito e il più metallurgico succedersi di capriate verso Oakland. Aldilà c’e’ la California delle cittadine universitarie, quella dei quartieri con ville di ogni formato distribuite in lotti ordinati e ognuna con quel pizzico di follia personalizzata che vuol far risaltare le proprie origini e diventa lo specchio della contaminazione/integrazione etnica.

Autostrade larghissime con fondo in cemento: ovviamo ai pochi cartelli con una efficiente guida elettronica, un GPS parlante NeverLost anche nella nostra lingua con qualche strana inflessione che ci conduce verso le tappe di un pellegrinaggio di laica fede tecnologica.

Prima tappa Palo Alto, terra del mitico parco tecnologico Xerox dove molte delle intuizioni sulle interfacce che usiamo tutt’oggi presero corpo negli anni ’70, sede di uno dei tanti negozi AppleStore che andremo a fotografare. La strada dell’Università è simile, quasi una copia carbone della strada principale di Berkley, con l’alternarsi di Store a due piani, piccoli bar e una Caffetteria Italiana dove ti servono un Cappuccino con una buona miscela ma in un tragicomico bicchiere di cartone.
Rubiamo di soppiatto qualche immagine al negozio e poi ci tuffiamo in una bellissima libreria della catena Borders collocata in una sorta di grande hacienda dove trovi volumi di storia, arte, architettura tutti da sfogliare liberamente magari sorseggiando la brodolosa nera bevanda che qui chiamano caffè.

La strada che porta a Cupertino ci fa attraversare laltra immensa diffusa città orizzontale della pianura californiana dove anche il quartiere più povero risponde a quello status di media America con il piccolo prato ordinato, il canestro da basket, il garage dalla grande porta e chissà quali storie da raccontare.

Ed eccoci qua ancora dopo due anni, appena usciti dall’autostrada ecco la sede di Apple a Cupertino, con il giardino curatissimo anche nei colori di questo falso inverno californiano, la grande trasparente hall che introduce al cortile interno. Ci registriamo e attendiamo che il nostro anfitrione venga a prelevarci per passare gli stretti controlli che da quel giorno di settembre non permettono più agli Amug di visitare la sorgente di tanta passione informatica.

Ecco Aldo, proprio con una maglietta nera Apple User Group, abbronzato e con gli occhiali in perfetto stile Jobs, fa una strana sensazione ritrovarlo a due anni di distanza da questa parte del mondo.
Aldo ci fa da guida nel grande cortile e ci illustra la strutturazione dei vari corpi di tutta la sede Apple che ci circonda fino a condurci al centro del suo lavoro e al punto di incontro di tutti quelli che lavorano per la mela: il ristorante, anzi la cafeteria o ancor meglio il Caffè Macs. Sottolineiamo Caffè con due effe perchè il nome è stato scelto proprio dai nostri amici italiani che da lungo tempo lavorano qui dentro. Gino ci accoglie con un caloroso saluto.

Son ben 3 gli italiani che pensano al cibo, alla salute e al relax di mezza giornata della struttura di Apple, Francesco che è già partito per San Francisco con il grande capo, Aldo e Gino che ci accolgono qui al Caffè.Abbiamo già visitato due anni fa gli interni della sede Apple dove avvengono incontri, meeting, corsi di formazione e presentazione prodotti. 

Questa volta ci divertiamo ad osservare come questo punto di ristorazione, incontro, relax rifletta quel grande minestrone di culture, etnie, usanze e quindi cibi, bevande che e’ la California e la stessa Apple che raccoglie intelligenze, ricercatori da qui e da tutto il mondo.I nostri italiani pensano al Sushi, con il pesce che arriva dal Giappone, alle fajitas, ai piatti tipici indiani, vegetariani e pure alla pasta di importazione italiana, al ragù e alle fantastiche focacce all’olio che sono il vanto di Gino.

Parliamo del passato, del lungo curriculum degli amici che lavorano da decenni nel campo della ristorazione e sono in grado di comprendere i gusti degli ospiti più diversi, dei lunghi anni trascorsi sulle navi, della bellezza del clima della California, della soddisfazione di lavorare per una azienda a cui si ispira gran parte dell’universo tecnologico.

Al culmine dei nostro colloquio sul filo del ricordo e con l’illustrazione dei criteri con cui gestire un così complesso insieme di esigenze gastronomiche il pensiero torna alle abitudini italiane e Gino e Aldo ci offrono la chicca finale: il loro caffè espresso, un vero caffè espresso italiano qui nel centro del cuore di Apple. 
Ci accompagnano al banco con la classica macchina per espresso e ci versano nelle tazzine il più buon caffè che abbiamo bevuto in vita nostra almeno per noi che non siamo mai stati a Napoli: sarà perchè siamo qua nel punto di incontro delle idee che danno vita ai nostri strumenti tecnologici preferiti, sarà perchè è bello trovare un comune forte legame con la nostra terra e con le loro origini.

Torniamo per un attimo nell’ufficio che Aldo Gino e Francesco condividono vicino alle grandi cucine: alle pareti sono appese foto di famiglia e quelle di volti molto, molto importanti con tanto di grembiule da barbecue: fa un certo effetto sapere che questi simpatici e disponibilissimi italiani hanno lavorato o lavorano a stretto contatto con tanti grandi personaggi della tecnologia e anche della politica.
Gino e Aldo ci salutano con un arrivederci a San Francisco che sara’ difficile da realizzare nel grande caos del giorno successivo ma che terremo caro per una prossima visita.

Ci tuffiamo, solo dopo le foto di rito di fianco al cartello di Infinite Loop 1, come ogni appassionato Apple che capita da queste parti, nella voragine mangiacartedicredito che e’ il Company Store proprio di fianco all’ingresso principale: hardware e software, qualcosa in offerta speciale ma soprattutto magliette e accessori hi-tech con il marchio della Mela a prezzi abbastanza accessibili. Introvabili i vecchi Mug con il mitico DogCow ormai scomparso con il giardino delle icone ma ancora presente nei decal verdi dei cristalli dell’ingresso, ci accappariamo qualche tazzone con le mele sovraimpresse, una maglietta, un accessorio utileinutile evitando accuratamente il coltellino svizzero-cybertool che in questi tempi di pressanti controlli di sicurezza ci farebbe bloccare sicuramente in qualche aeroporto.

Ripartiamo per la meta più folle e straordinaria di questo viaggio: il garage di Steve Jobs. Già proprio il garage dove Jobs e Wozniak a metà degli anni settanta si misero a trafficare con fili, chip, resistenze e condensatori per costruire il primo Apple, il primo personal computer con una tastiera che sarebbe stato il primo di una lunga serie di macchine in grado di appassionare gli utenti fino a giorni nostri.
Su internet si trova di tutto e in qualche modo e’ stato abbastanza semplice individuare l’indirizzo di questa casetta ad un piano sperduta in mezzo a tante altre simili in un quartiere periferico nella Silicon Valley. 

Chissa cosa avra’ pensato il proprietario della villetta vedendo tre loschi figuri farsi fotografare davanti alla grande porta in legno che celava un tenpo chissà quale intreccio di cavi o aveva il pavimento decorato dallo stagno come in qualunque antro del DIY elettronico che si rispetti. La foto per future documentazioni sono acquisite e ripartiamo per Oakland con i suoi grattacieli appaiati come i due grandi stadi e alle porte di San Francisco: ci fermiamo nel centro commerciale di Emeryville per scattare qualche foto nel locale AppleStore e a sbirciare le indiscrezioni sul Keynote del giorno dopo sui grandi schermi dei G4 esposti.

Non possiamo fare a meno di ascoltare i dialoghi dei visitatori: due ragazzine entrano catturate dalle dimensioni degli iBook: “Tiny!”, magari non hanno mai visto un Mac moderno da vicino ma conoscono la pubblicità di Switch con la famigerata Feiss, provano a navigare trovando facilmente i comandi nel dock, lanciano iTunes tutto con la massima naturalezza, stupefacente per chi non ha mai usato Mac OS X.

Troviamo nel negozio di Emeryville un giovane collaboratore che lavora qui part-time e che conosce l’Italia, ci dispiace un po’ fare le foto di nascosto ma gli ordini sono categorici e presumiamo dettati dalla volonta’ di presentare il negozio nelle sue migliori condizioni: niente paura tutto e’ perfettamente in ordine e questo e’ in assoluto lo store piu’ visitato nell’ultimo mese tra le decine di negozi che creano insieme questo immenso centro commerciale.

Ripartiamo per San Francisco quando ormai il tramonto tinge di rosso la baia: in lontananza il ponte vermiglio si distingue a malapena e sotto le nostre ruote il ponte da Oakland, i grattacieli della city cominciano a punteggiarsi con un ordine di luci dalla trama casuale. 
Andiamo a registrarci al Moscone Center e riportiamo l’auto al noleggio guidati dal fedele GPS.
Domani e’ tempo di Keynote, annunci, novità, foto e immersione nell’Expo ma oggi è stato il giorno di un fantastico caffè a Cupertino offerto da due saggi amici che lavorano nel cuore di Apple. Forse il più valido motivo per venire fin qui.