Portare i data center nello spazio per alimentare l’intelligenza artificiale. È l’ultima proposta formale di SpaceX, che ha chiesto alla Federal Communications Commission statunitense l’autorizzazione a lanciare fino a 1.000.000 satelliti (no, non è un refuso il numero è proprio un milione) destinati a funzionare come data center orbitanti, alimentati quasi esclusivamente dall’energia solare.
Data center in orbita bassa
Secondo la documentazione depositata presso la FCC, SpaceX immagina una costellazione di satelliti collocati in orbita terrestre bassa, tra i 500 e i 2.000 chilometri di altitudine, distribuiti in gusci orbitali relativamente stretti. Una parte della rete opererebbe su orbite sincrone con il Sole, in grado di garantire esposizione alla luce solare per oltre il 99% del tempo.
L’architettura prevede collegamenti laser tra i satelliti e l’utilizzo di energia solare in tempo quasi continuo, con un ricorso limitato alle batterie. Il raffreddamento avverrebbe attraverso la dispersione del calore nel vuoto dello spazio, eliminando uno dei principali problemi dei data center terrestri, cioè il consumo massiccio di acqua e l’impatto sulle reti elettriche locali.
L’obiettivo dichiarato è supportare la crescita esplosiva dell’intelligenza artificiale, del machine learning e dell’edge computing. In questo scenario, la disponibilità di potenza di calcolo e di energia diventa un fattore strategico, non solo tecnologico ma anche politico.
Non a caso SpaceX inserisce il progetto in una cornice ideologica molto ampia, definendolo un primo passo verso una civiltà di tipo Kardashev II, capace di sfruttare su larga scala l’energia solare. Un linguaggio che richiama la visione di lungo periodo di Elon Musk e che va ben oltre le necessità immediate del cloud computing.
La promessa ambientale
È proprio sull’impatto ecologico che SpaceX costruisce gran parte della sua argomentazione. I data center terrestri sono sempre più contestati dalle comunità locali per l’uso intensivo di risorse, l’aumento dei costi energetici e le ricadute ambientali. Spostarli in orbita, sostiene l’azienda, permetterebbe di ridurre drasticamente questi effetti collaterali, sfruttando una fonte di energia abbondante e costante come il Sole.
Nella richiesta alla FCC, SpaceX parla esplicitamente di una soluzione più economica ed ecologicamente sostenibile rispetto alle infrastrutture tradizionali, presentando il progetto come funzionale all’interesse pubblico e compatibile con le normative vigenti.
Portare i data center nello spazio non elimina affatto l’impatto ambientale, ma lo sposta su un piano diverso, ancora poco regolato e difficile da gestire. È una risposta alle proteste contro le infrastrutture terrestri, ma apre interrogativi nuovi sulla sostenibilità dell’economia dell’AI e sull’uso dello spazio come risorsa industriale.
Oggi orbitano intorno alla Terra circa 15.000 satelliti, di cui la maggioranza appartiene già alla rete Starlink. Anche una versione fortemente ridotta del progetto di SpaceX aumenterebbe esponenzialmente il numero di oggetti in orbita, in un contesto in cui crescono le preoccupazioni per i detriti spaziali e per il rischio di collisioni.
La FCC difficilmente approverà una costellazione di queste dimensioni, ma la mossa di SpaceX è coerente con una strategia già vista: con Starlink, partire da numeri volutamente sproporzionati per poi ridimensionare il progetto in fase di negoziazione.












