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WWDC26, il rito ricomincia: Apple Park si prepara al keynote e a un passaggio di consegne storico

A Cupertino tutto è pronto per la conferenza degli sviluppatori: file ordinate, maxi schermo sotto il grande tendone bianco, sviluppatori da ogni parte del mondo e l’ultima WWDC di Tim Cook prima dell’arrivo di John Ternus alla guida di Apple.

C’è un momento, prima di ogni keynote Apple, in cui tutto sembra ancora sospeso. Le notizie non sono ancora notizie, le indiscrezioni non sono ancora state confermate o smentite, gli analisti non hanno ancora deciso se essere delusi o sorpresi, e gli sviluppatori — quelli veri, quelli che la WWDC la vivono come una settimana di lavoro e di appartenenza — sono già in fila, con il badge al collo, lo zaino sulle spalle e quell’aria un po’ insonne di chi è arrivato troppo presto ma non avrebbe voluto arrivare un minuto dopo.

Apple Park, in queste ore, torna a essere il centro del piccolo universo Apple. Non quello patinato dei video ufficiali, non solo quello delle inquadrature dall’alto e dei riflessi perfetti sulle vetrate del campus, ma quello più umano e più curioso della WWDC: la fila per entrare, le conversazioni mezze tecniche e mezze entusiaste, i gruppetti che si riconoscono da un anno all’altro, chi fotografa tutto e chi finge di non emozionarsi.

Il keynote, ormai da anni, è una cerimonia diversa da quella dei tempi dello Steve Jobs Theater pieno e del pubblico che reagiva in diretta a ogni slide. Oggi il cuore della presentazione è registrato, montato, lucidato, sincronizzato fino al secondo. Ma ad Apple Park il rito continua.

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Apple Park – foto Settimio Perlini

C’è il grande tendone bianco, c’è lo schermo gigante su cui verrà proiettato il film-keynote, e su quello schermo appariranno, quasi piccoli piccoli rispetto alla scenografia, i dirigenti Apple che si passeranno la scena uno dopo l’altro: Tim Cook per aprire, poi Craig Federighi e gli altri volti di una compagnia che da tempo non affida più tutto a un solo narratore, ma a un coro molto controllato di competenze, funzioni e responsabilità.

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Tim Cook davanti al pubblico della WWDC – foto Settimio Perlini

Eppure questa WWDC26 ha un peso diverso. Non solo perché Apple è attesa alla prova dell’intelligenza artificiale, di Siri, dei nuovi sistemi operativi e di tutto ciò che dovrà dimostrare di saper fare dopo un anno di promesse, rinvii e confronti inevitabili con il resto dell’industria.

Questa WWDC ha anche il sapore di una soglia. È l’ultima WWDC di Tim Cook da amministratore delegato, prima del passaggio di consegne a John Ternus. Un passaggio che probabilmente sarà rimandato con calma alla prossima presentazione. Apple queste cose le fa a modo suo: con frasi misurate, sorrisi sobri, un’inquadratura in più e una parola in meno. Ma chi conosce il linguaggio dell’azienda sa che anche un dettaglio può diventare messaggio.

La WWDC, del resto, è sempre stata questo: una conferenza tecnica travestita da evento mediatico, o forse il contrario. Da fuori si guarda il keynote, si contano le funzioni, si aspettano i nomi dei nuovi sistemi operativi, si cerca il momento da titolo. Da dentro si vede altro. Si vedono sviluppatori vestiti nei modi più improbabili, con magliette di vecchie API, felpe di startup fallite, cappelli improbabili, calze fluorescenti, badge pieni di pin e adesivi.

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Gli sviluppatori pronti per il keynote – Foto Settimio Perlini

Si vedono nerd serissimi, professionisti che parlano di framework come altri parlerebbero di letteratura, studenti che guardano Apple Park come se fosse Disneyland, ingegneri che prendono appunti già durante la colazione.

E poi c’è il lato quasi domestico della WWDC ad Apple Park: il cibo, per esempio. Un menu sempre ricchissimo, con piatti pensati per accontentare gusti, culture, abitudini alimentari e provenienze molto diverse. Cucina asiatica, messicana, mediterranea (con particolare riguardo a quella italiana – vero Francesco?), vegetariana, opzioni leggere, piatti speziati, dolci, caffè, snack.

Una geografia del mondo servita in porzioni ordinate, mentre intorno si parla di Swift, di interfacce, di business model, di intelligenza artificiale generativa e di come Apple deciderà di concedere — o non concedere — nuove libertà agli sviluppatori.

È in questi dettagli che la WWDC resta diversa dagli altri eventi Apple. Gli iPhone di settembre parlano al mondo intero. La WWDC parla prima di tutto a chi costruisce e programma. A chi deve capire non solo che cosa Apple annuncia, ma dove l’azienda sta spostando i confini: quali API saranno centrali, quali piattaforme riceveranno più attenzione, quali vecchie promesse diventeranno finalmente strumenti, quali nuove dipendenze nasceranno tra app, servizi, dispositivi e intelligenza artificiale.

La grande domanda di quest’anno è proprio questa: Apple riuscirà a trasformare la sua prudenza in una proposta convincente sull’AI? Dopo avere presentato Apple Intelligence come un’estensione privata, personale e integrata dell’esperienza Apple, l’azienda deve ora dimostrare che non si tratta solo di un’etichetta elegante. Siri, in particolare, è il banco di prova più visibile. Per anni è stata la voce familiare ma limitata dell’ecosistema; ora dovrebbe diventare qualcosa di più: più utile, più contestuale, più capace di agire dentro le app e tra le app. Se Apple vuole chiedere agli sviluppatori di crederci, deve dare loro strumenti concreti, non solo promesse da palco.

Ma accanto alla tecnologia c’è la continuità. Tim Cook ha guidato Apple per quindici anni con uno stile opposto a quello del fondatore che aveva ereditato: meno magnetico, meno istintivo, più operativo, più istituzionale. Ha trasformato Apple in una macchina globale di produzione, servizi, privacy, supply chain e margini. Ha reso ordinario ciò che in un’altra azienda sarebbe straordinario: vendere centinaia di milioni di dispositivi, mantenere una base utenti sterminata, far crescere servizi e accessori fino a farli diventare pilastri dell’azienda.

John Ternus arriva da un’altra grammatica: quella dell’hardware, dell’ingegneria, dei prodotti costruiti più che raccontati. La sua presenza in questa WWDC può assumere un significato particolare, anche se Apple non lo sottolineerà più del necessario. È il volto del dopo Cook, ma anche il segnale che Apple vuole restare, almeno nella propria narrazione, una società di prodotto prima ancora che una società di servizi o di modelli generativi. In un momento in cui tutto il settore sembra voler diventare “AI company”, Apple deve ricordare al pubblico e agli sviluppatori che la sua forza è sempre stata l’integrazione: silicio, software, design, distribuzione, privacy, ecosistema.

Per chi è ad Apple Park, tutto questo passerà attraverso un’esperienza quasi teatrale. La fila, i controlli, il badge, il prato, il tendone, il brusio che cala quando parte il video, lo schermo che si accende, il “Good morning” di Tim Cook, le prime immagini perfette, i cambi di scena, le transizioni tra un dirigente e l’altro. Poi gli applausi, a volte spontanei e a volte educati, le reazioni trattenute, i commenti sottovoce, i messaggi mandati al volo a chi segue da casa.

Fra  pochi minuti sapremo che cosa c’era davvero dentro questa WWDC26. Per ora resta il momento più bello, quello in cui tutto è ancora possibile: le sedie si riempiono, il sole californiano batte su Apple Park, gli sviluppatori confrontano appunti e aspettative, e sullo schermo gigante sta per apparire il primo volto. Come ogni anno, la tecnologia comincia da una fila.

Si comincia alle 19 da qui!

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