Compie 80 anni Luxo, la lampada che ha ispirato il logo della Pixar

Storia di uno dei design più importanti degli ultimi tempi per la casa, nato in officina in Gran Bretagna e diventato un best seller in Norvegia, fino all’arrivo di Pixar

luxo 70 anni

Buon compleanno Luxo. La lampada che da un decennio rallegra gli appassioanti di film della Pixar con la sequenza di animazione del marchio ha una storia molto lunga e complessa. È frutto dell’ispirazione da parte di John Lasseter, anima creatrice dei Pixar Animation Studios (quelli di Toy Story), di qualche casualità e soprattutto del lavoro di designer e aziende in tutto il mondo. La lampada originale è stata profondamente innovativa e, nella versione attuale Luxo, compie 80 anni. Vale la pena ripercorrerli.

Le origini del mito

Inizia tutto con un ingegnere britannico specializzato in disegno tecnico e in particolare sospesioni di automobile. Era l’inizio degli anni Venti e George Carwardine stava cercando di risolvere un problema nel quale si cimentavano un sacco di progettisti e designer di tutto il mondo: inventare una nuova lampada da banco di lavoro più efficace da utilizzare e più economica. Un sistema che non fosse basato su pesi e contrappesi, e che al tempo stesso permettesse facilmente di orientare la luce a seconda del tipo di lavorazione che si stesse portando avanti.

Era un progetto non facile, ma il semi-sconosciuto Carwardine, freelance che collaborava a progetti delle prime automobili, in particolare del blocco sospensioni (era un ingegnere) ebbe l’illuminazione, è proprio il caso di dirlo. Disegnò una lampada basata su una serie di meccanismi a molla che facevano da regolatore della tensione degli snodi dei bracci, senza bisogno di complessi sistemi di contrappeso, contribuendo così a rendere il progetto più leggero e filante. Bracci snodabili e facili da posizionare.

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L’idea era buona, ma Carwardine non era un uomo d’affari: così, dopo aver registrato il progetto, fece un accordo con una fabbrica per la sua produzione. L’idea era di avere la lampada a diposizione degli operai in particolari fasi più delicate di altre della lavorazione dei pezzi per le automobili.

A farsi carico della produzione, un costruttore di molle di Redditch, la Herbert Terry and Sons. A partire dal 1933 l’azienda inizia a produrre e vendere alle fabbriche quella che chiama lampada Anglepoise. Il sistema è buono e funziona bene, ma non attira particolarmente l’attenzione. Fino a che un imprenditore norvegese, Jac Jabosen, non ordina una partita di macchine industriali per cucire. Assieme alle macchine vengono spedite anche un paio di lampade Anglepoise, praticamente un complemento funzionale alla partita di macchinari. Jacobsen le accende e vede qualcosa che nessuno sino a quel momento aveva ancora visto.

La lampada Anglepoise

Le lampade erano ottime complementi delle macchine per cucire dato che consentivano di regolare la direzione della luce e potevano essere allontanate rapidamente quando bisogna alzare la macchina per sganciare il tessuto. Per questo erano considerate particolarmente utili. Ma per Jacobsen sono la promessa di qualcosa di più: un possibile business a se stante.

Dopo aver provato le due lampade Anglepoise comprese nella spedizione, Jacobsen contata la Herbert Terry and Sons per acquistare i diritti di licenza in Norvegia. Accordo fatto a condizione di acquistare un primo lotto di 50 lampade. Jacobsen acquista e non solo rivende, ma comincia anche a modificarne il design, rendendolo migliore e più efficiente sia in termini di funzionalità che di produzione. Oggi diremmo che raffina e ingegnerizza meglio il prodotto. La rivoluzione è a portata di mano.

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Arriva Luxo

Nel 1938 Jacobsen lancia la L–1, dopo aver creato una compagnia con il nome latino di Luxo (nei paesi scandinavi andavano molto i nomi presi dal latino) che poi era semplicemente una versione modificata della lampada Anglepoise. Inizia la produzione ma non prima di aver negoziato con i creatori originari, la Herbert Terry and Sons, i diritti per la vendita nel resto del mondo territori del Commonwealth esclusi.

È un successo mondiale. La L–1 vende almeno 25 milioni di pezzi e arriva una camionata di diritti anche per i produttori della lampada Anglepoise. Però il paradosso arriva presto: a non farcela più sono invece quelli della Terry and Sons (sono rimasti vivi i due figli di Herbert, John e Simon) che possono vendere solo nei paesi del Commonwealth. Tanto che l’azienda nel 1975 crea una business unit separata dall’originale attività di produzione di molle, la Terry Lightning, e poi all’inizio del 2000, dopo un crollo di vendite a meno di 50mila pezzi l’anno, si affida al designer Kenneth Grange per produrre la nuova lampada Anglepoise Type 3. Fortunatamente per loro si tratta di un successo, che porta addirittura a cambiare il nome dell’azienda in Anglepoise.

Nel 2004 nasce una nuova mania: da una attività di beneficienza che fece realizzare un pezzo unico, una gigantesca version e della Anglepoise per il Roald Dahl Museum and Story Centre, e grazie anche all’acquisto da parte del regista Tim Burton di un secondo esemplare messo all’asta, comincia la produzione in serie della versione gigante.

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Infinite copie di un classico senza fine

Mentre Anglepoise produce nel 2009 un remake del modello originale “1227” progettato da Carwardine (nel frattempo scomparso), il mondo si riempie di copie un po’ di tutti i tipi. Da Ikea ai “colossi della copia” (aziende indiane, taiwanesi e cinesi) capaci di clonare qualsiasi prodotto con poche variazioni di design o sistemi di produzione ridotti all’osso, arriva una marea interminabile di variazioni sul tema. Lampade che si flettono con cappelli oblunghi, corti, medi, storti, dritti.

È praticamente impossibile entrare in qualsiasi negozio di illuminotecnica senza trovarne qualche versione “da quattro soldi” oltre ai classici della produzione. La lampada intanto non illumina solo le fabbriche ma anche i tavoli da disegno di architetti, creativi e ingegneri, tennigrafi e scrivania, diventando un vero e proprio status symbol e oggetto di culto. Ma la storia è solo cominciata.

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Arriva la Pixar e nasce Luxo Jr.

John Lasseter aveva una lampada Luxo sul tavolo. E un problema: doveva inventare qualcosa di fotorealistico e animabile che rispondesse alle caratteristiche e alle capacità del software RenderMan, tecnologia faticosamente sviluppata durante gli anni Ottanta dalla Pixar Animation Studios, in procinto di essere acquistata da Steve Jobs dopo che George Lucas, il suo fondatore, stava attraversando un brutto divorzio e aveva bisogno rapidamente di liquidità.

Durante la conferenza annuale di tecnologia grafica, il SIGGRAPH, Lasseter diede un’occhiata alla sua lampada (modello LC o LS, probabilmente) e decise di usarla come modello per una breve animazione. La lampada aveva una serie di vantaggi: struttura rigida ma articolata, con curve morbide e parti lunghe, ideali per essere gestite dal software. Lasseter stesso dichiarò che, dopo aver realizzato il primo modello, incontrò un amico con suo figlio piccolo e gli venne l’idea di creare anche un baby Luxo da affiancare alla lampada-madre per il corto.

La modellazione di Luxo Jr è geniale: sfrutta le parti che compongono il design della lampada originale, “infantizzandola” con una serie di riduzioni ad hoc. Il risultato è una lampada bambino, con tratti di una versione “piccola” che deve crescere per diventare adulta. Nel corto Luxo Jr. Il risultato è sconvolgente per l’epoca. Siamo nel 1986 e il corto sembra fantascienza, tanto sa sfruttare le tecniche di storytelling e rendere i punti di forza (coprendo le debolezze) del software di animazione.

Per la prima volta il computer viene visto dalla comunità di Hollywood come uno strumento per aiutare la creatività e non come un “robot” per creare automaticamente il lavoro che dovrebbero fare gli animatori (un tipo di paura che dovrebbe ricordarci qualcosa, se pensiamo in questi mesi alle intelligenze artificiali). Assieme al personal computer (era stato da poco lanciato il Macintosh) Luxo Jr. è uno strumento di democratizzazione del concetto di computer-aided creativity.

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Una mascotte chiamata Luxo Jr

Non era previsto, ma Luxo diventa anche un’altra cosa. La lampada Anglepoise infatti era l’ideale anche per un tipo di animazione richiesto agli studi di produzione per “fissare” negli occhi del pubblico l’immagine del marchio. Pixar, quando si trova a realizzare per Disney i suoi primi lungometraggi, ha bisogno di una breve sequenza animata, una decina di secondi, in cui ribadire il proprio marchio. La scelta cade sulla lampada creata da George Carwadine e portata al successo da Jac Jacobsen. Una sequenza epica che trasforma un oggetto di design tra i più importanti del secolo in una icona generazionale del grande schermo.

Tanti auguri Luxo

Questa la storia della lampada, dei suoi creatori, delle tre fasi della sua vita e poi della nuova vita digitale. Tanti auguri Luxo, mascotte ma soprattutto oggetto di design di altissimo livello. Otto decenni di successi per una vera icona del funzionalismo minimalista, la vera lampada che non può mancare sui vostri tavoli.

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