All’inizio, vi ricordate?, ce l’avevano venduta come “uno strumento per potenziare, non per sostituire chi lavora”. Ecco, adesso a quanto pare non è più così. L’AI sostituisce, sostituisce eccome. Lo dicono persino i capi delle aziende che la producono e la fanno funzionare.
Nella stessa settimana di febbraio, due tra i più importanti dirigenti dell’industria dell’intelligenza artificiale hanno fatto dichiarazioni che suonano come una sentenza. L’amministratore delegato di Anthropic, Dario Amodei, ha spiegato al New York Times che l’AI potrebbe rimpiazzare la metà di tutti i lavori impiegatizi di primo livello nei prossimi uno-cinque anni. Mustafa Suleyman, responsabile dell’intelligenza artificiale di Microsoft, è andato oltre: ha dichiarato al Financial Times che la maggior parte delle mansioni svolte davanti a un computer sarà completamente automatizzata entro dodici-diciotto mesi.
Il centauro e la macchina
Per spiegare la fase attuale, Amodei ha usato la metafora degli scacchi. Dopo la sconfitta di Garry Kasparov contro Deep Blue alla fine degli anni Novanta, per quindici-vent’anni un essere umano che supervisionava una macchina era in grado di battere qualsiasi altro giocatore, fosse un uomo o un computer. Lo chiamavano “il periodo del centauro”, mezzo uomo e mezzo macchina. Poi quell’epoca è finita e la macchina ha prevalso da sola.
Secondo il capo di Anthropic, il software si trova già in quella stessa fase: un programmatore che lavora fianco a fianco con l’intelligenza artificiale produce più di quanto possa fare ognuno dei due da solo. Ma la finestra temporale potrebbe essere assai più breve di quella degli scacchi. Non decenni: anni, forse mesi.
Cambio di rotta rispetto a cinque anni fa
Questo ci porta in un altro livello della vicenda: la comunicazione, che poi sappiamo essere l’anima del commercio. E, in questo caso, visti anche i soldi che girano nel settore dell’AI (investimenti da capogiro) la trasformazione del discorso pubblico sull’intelligenza artificiale è stata rapida e profonda. Attorno al 2020-21, la narrazione prevalente dipingeva i sistemi di AI come assistenti, copiloti, moltiplicatori di produttività. La sostituzione dei lavoratori era considerata un rischio di lungo periodo, circoscritto a mansioni molto ripetitive oppure manuali.
Dal punto di vista comunicativo, inoltre, era molto più accettabile parlare di “copilota” che non di taglio del personale. Meglio dire che chi sa usare l’AI aumenta la sua produttività, che non dire che si taglia il 30% della forza lavoro. Anche se poi si taglia, oh se si taglia.
Invece, così, con una abile “menzogna”, la si fa franca anche perché entra in gioco la fiducia storica nel fatto che ogni ondata tecnologica crei più occupazione di quanta ne distrugga. Un’idea che ha fatto il resto, nella testa della gente (si chiama marketing, non a caso). Ovverosia, il messaggio rassicurante era che il lavoro sarebbe cambiato, ma verso mansioni più creative e qualificate.
Dalla teoria alla pratica
Invece, è successa (e sta succedendo) tutta un’altra cosa. Il punto è che sono le capacità dei modelli generativi a crescere a una velocità che nessuno aveva previsto. I sistemi sono passati dallo stadio di gadget curiosi a strumenti capaci di scrivere codice, contratti, analisi di mercato, presentazioni e report con una qualità spesso sufficiente per un uso professionale immediato.
In pratica, nei lavori dove prima servivano cinque persone per avere un output produttivo di una certa quantità in un periodo di tempo dato, adesso ne bastano un paio. L’intelligenza artificiale è stata integrata nelle suite da ufficio, nei programmi di sviluppo software, nei sistemi di gestione dei clienti, nell’assistenza al pubblico. Non è più uno strumento opzionale per pochi pionieri, ma un’infrastruttura che interessa milioni di lavoratori in tutto il mondo.
La cosa che sta succedendo adesso è solo una conseguenza logica. Le aziende hanno iniziato a misurare concretamente le riduzioni di carico nell’assistenza clienti, nei servizi di supporto informatico, nelle attività di scrittura e documentazione. E a “ottimizzare” gli organici di conseguenza.
Il ceto medio cognitivo nel mirino
Se cinque anni fa il rischio riguardava i call center e le catene di montaggio, oggi la geografia della sostituzione si è spostata molto più in alto nella piramide professionale. Amodei ha dichiarato senza mezzi termini che lo sconvolgimento si estenderà al diritto, alla consulenza, alla finanza. Suleyman ha elencato senza diplomazia le categorie: avvocati, commercialisti, responsabili di progetto, esperti di marketing. Quello che alcuni analisti chiamano il “ceto medio cognitivo”: professionisti con laurea e competenze specialistiche impiegati in lavori d’ufficio qualificati. Sono diventati loro il bersaglio principale, insomma.
La differenza con le transizioni tecnologiche del passato, ha sottolineato Amodei, è tutta nella velocità. Il passaggio dall’agricoltura all’industria ha richiesto secoli, quello dall’industria al lavoro intellettuale dei decenni. Qui si parla di pochi anni, con una penetrazione simultanea in settori diversi che rischia di sopraffare i normali meccanismi di adattamento del mercato del lavoro. Il vero problema è, ad esempio, di chi entra a scuola adesso, ma anche di chi ha davanti una decina di anni per la pensione: come fare a cambiare traiettoria, adattarsi, formarsi di nuovo? Impossibile dirlo.
Il paradosso del potenziamento
Allora ci hanno ingannato tutti? Ci hanno detto bugie? No, non esattamente. La realtà è più complessa. La contraddizione più insidiosa è che le due narrazioni (potenziamento e sostituzione) coesistono, ma su piani diversi. Per il singolo lavoratore che impara a usare l’AI, lo strumento è davvero un moltiplicatore di capacità: permette di fare analisi, prototipi, testi che prima sarebbero stati fuori portata. Ma sul piano dell’organizzazione aziendale, quella stessa produttività aggiuntiva giustifica la riduzione del personale a parità di risultato complessivo. Le due cose sono legate: chi impara a usare l’AI praticamente “licenzia” i suoi colleghi che non ci riescono.
Questo perché un ufficio che grazie all’intelligenza artificiale riesce a gestire il doppio del lavoro può dimezzare i dipendenti mantenendo lo stesso livello di servizio. Per chi resta è vero che l’AI aiuta; per chi esce, la realtà è ben diversa.
Verso quale futuro
Microsoft intanto sta lavorando a quella che Suleyman ha definito “intelligenza artificiale generale di livello professionale”, capace cioè di eguagliare le prestazioni umane in un’ampia gamma di compiti intellettuali. Le conseguenze a questo punto sono logiche. I sondaggi segnalano che una parte crescente della popolazione si aspetta ormai effetti negativi dell’AI sull’occupazione, e questa percezione si intreccia con le paure per il costo della vita e la polarizzazione della ricchezza.
Nei prossimi anni conviveranno probabilmente tre fenomeni: l’automazione netta di alcune mansioni, la trasformazione di molte altre in forme ibride di collaborazione uomo-macchina, e la nascita di ruoli nuovi legati al controllo e all’integrazione dell’intelligenza artificiale. La questione non è più se l’AI aiuti o sostituisca. La questione è quanto in fretta lo faccia, e quante persone riguardi questa trasformazione. E su questo, ormai, anche chi la fabbrica ha smesso di fare finta di niente e ha cominciato a dire la verità.
Tutte le notizie e gli approfondimenti sull’Intelligenza Artificiale sono disponibili a partire da questa pagina di Macitynet.













