La neurotecnologia si sta rapidamente spostando dai laboratori arrivando nei luoghi di lavoro e nelle case, con aziende come Apple, Meta e Snap impegnate nello sviluppo di prodotti in grado di monitorare o interpretare l’attività cerebrale.
I ricercatori avvertono che, con il miglioramento di questi sistemi, i dati neurali potrebbero diventare il prossimo grande terreno di scontro per la privacy. Alcuni neuroscienziati chiedono già una serie di diritti fondamentali, ribattezzati “neurodiritti”, a tutela della “privacy mentale”, dell'”identità” e dell'”agency” personale (la capacità di agire e di esercitare un controllo autonomo sulle proprie azioni)
Ne parla Wired spiegando che negli ultimi due decenni ricercatori che utilizzano la risonanza magnetica funzionale (fMRI) — sfruttata per tracciare il ferro contenuto nell’emoglobina che fornisce ossigeno ai neuroni — hanno mappato e inventariato in modo sempre più dettagliato la corteccia dei mammiferi. Grazie a enormi progressi dell’intelligenza artificiale basata sull’apprendimento automatico (algoritmi informatici in grado di analizzare enormi quantità di informazioni e utilizzare metodi statistici per effettuare classificazioni e previsioni), le scansioni fMRI possono ora essere utilizzate per identificare qualsiasi cosa, dai pensieri depressivi alle sfumature di sentimenti come l’invidia e la schadenfreude (termine preso in prestito dal tedesco per descrivere il piacere provato di fronte alle disgrazie, ai fallimenti o ai piccoli incidenti altrui).
Altri algoritmi sono stati in grado di ricostruire con precisione spezzoni di film guardati dai soggetti, semplicemente analizzando le loro scansioni cerebrali; oppure hanno rilevato, sondando l’attività cerebrale degli elettori indecisi durante le elezioni presidenziali statunitensi mentre guardavano foto e video dei candidati, quali tra questi provocavano ansia o persino disgusto, e quali invece suscitavano reazioni positive o sentimenti di empatia.
Negli ultimi anni la ricerca delle neuroscienze è passata dalla decodifica di immagini ed emozioni che si attivano sulla corteccia, a quella di suoni, parole, frasi e perfino del linguaggio. Nel 2023, in una straordinaria dimostrazione di questa tecnologia emergente, una donna di nome Ann Johnson, rimasta paralizzata per 18 anni a causa di un ictus al tronco encefalico, è riuscita a parlare di nuovo grazie all’inserimento di una griglia di 253 elettrodi sulla superficie del suo cervello, elemento che ha tradotto i suoi segnali neuronali in frasi, in tempo reale, a una velocità di 78 parole al minuto (circa la metà della velocità di una conversazione normale).
Il team di ricerca dell’Università della California, guidato dal neurochirurgo Edward Chang, aveva combinato questa interfaccia cervello-computer con un avatar animato del volto della Johnson, che parlava con la sua stessa voce, ricostruita a partire dalla registrazione di un brindisi di 15 minuti che la donna aveva tenuto al suo matrimonio.
Proprio mentre la bocca dell’avatar pronunciava le parole della Johnson man mano che lei le pensava, le sue espressioni venivano analogamente influenzate dalle sfumature della sua attività cerebrale, trasformando i suoi pensieri sui gesti facciali in manifestazioni di emozioni — dai sorrisi alle labbra serrate fino alle espressioni corrucciate.
Più il meccanismo di registrazione è invasivo. più i dati sono ricchi e dettagliati. Gli interventi chirurgici rappresentano l’avanguardia delle neuroscienze e rimangono molto rari: meno di 100 persone al mondo hanno interfacce cervello-computer come quella della Johnson impiantate sotto il cranio. Tuttavia, in modo pressoché inevitabile, si sta verificando un costante effetto di ricaduta.
Nell’estate del 2023, un team dell’Università del Texas ha dimostrato di poter utilizzare la fMRI per tradurre le scansioni cerebrali in parole e frasi, dopo che i soggetti avevano ascoltato 16 ore di podcast di narrazione come The Moth Radio Hour e Modern Love del New York Times per addestrare un modello di intelligenza artificiale.
Quando i soggetti hanno ascoltato nuovi podcast, l’algoritmo è stato in grado di convertire il senso generale di ciò che sentivano — mentre si manifestava nel loro cervello — in parole, espressioni e frasi che coglievano a grandi linee le storie. Come ha dichiarato a Science il neuroscienziato computazionale a capo del team, Alexander Huth: «Quando l’abbiamo fatto funzionare davvero, il nostro pensiero è stato: “Oh mio Dio, è una cosa piuttosto spaventosa”». Ora scanner cerebrali indossabili e non invasivi stanno iniziando a proliferare al di fuori dei laboratori, facendosi strada nei nostri luoghi di lavoro e, attraverso il vasto mercato globale dei consumi, anche nelle nostre case.
La stessa tecnologia che può restituire la “voce” a chi l’ha persa può anche diventare uno strumento di intrusione senza precedenti. Finora, le grandi battaglie sulla privacy digitale hanno riguardato ciò che facciamo (ricerche online, acquisti, posizioni GPS, ‘like’). I dati neurali spostano la frontiera a ciò che siamo e pensiamo.
L’urgenza dei “Neurodiritti” e della Regolamentazione
Come spesso accade, la tecnologia corre a velocità esponenziale mentre la legislazione procede a passo lineare. Arrivare in ritardo su questo fronte rischia in futuro di esporre la società a forme di “neuro-marketing” aggressivo o di controllo aziendale (es. monitoraggio dell’attenzione o dello stress dei dipendenti sul posto di lavoro).
Ci troviamo di fronte a un momento di svolta epocale: la mente umana sta per perdere il suo status di spazio inviolabile. La sfida del futuro prossimo non sarà fermare la ricerca — che offre benefici medici inestimabili —, ma stabilire confini etici e legali invalicabili prima che i dispositivi di tracciamento neurale diventino pervasivi come gli odierni smartphone.













