Pochi investimenti in tecnologia, ricerca e sviluppo: Italia bocciata dall’Europa

Pochi investimenti nella tecnologia e una bassissima produttività: negativi i dati sull'Italia nell'ultimo report presentato a Bruxelles dalla Commissione Europea.

 Il report sulla crescita economica dei Paesi dell’Europa negli anni della crisi – dal 2004 ad oggi – dà una fotografia negativa dell’Italia: alla base degli scarsi risultati raggiunti, i troppo pochi investimenti in tecnologia e le scarse risorse destinate alla ricerca e allo sviluppo.

Presentato a Bruxelles, il report – ultimo dossier del Direttorato per gli Affari economici e monetari della Commissione Europea sull’andamento delle economie delle Nazioni dell’Eurozona negli ultimi 10 anni – analizza il modo e i metodi utilizzati dai Paesi per affrontare la crisi. Quello che emerge è che l’Italia è stata frenata prevalentemente oltre che dalla lentezza della burocrazia e dalla scarsa efficacia dei governi degli ultimi dieci anni, dai pochi investimenti in tecnologia, ricerca e sviluppo.

Questo è un problema che si è rivelato decisivo per la crescita dei Paesi: chi ha meno investito in tecnologia è cresciuto meno e chi invece ha scommesso di più in questo settore, è riuscito ad ottenere risultati di produttività migliori.

Secondo il report presentato dalla Commissione Europea, gli investimenti nelle industrie ad alta tecnologia sono determinanti per l’andamento dell’economia di uno Stato. Spagna, Portogallo e Italia sono i Paesi segnalati per un basso Tfp (total factor productivity, il fattore che calcola il peso dei vari fattori sulla produttività di un Paese, dal governo alla burocrazia alle tecnologie) e sono gli stessi Stati membri che si sono distinti per una spesa più bassa in ambito di ricerca e tecnologia, al contrario della Germania, che invece ha investito capitali importanti in ottica, elettronica, comunicazioni digitali, ricerca e sviluppo.

Gli investimenti in tecnologia potrebbero dunque essere considerati come un elemento alla base della crescita dei Paesi e sicuramente, secondo il Direttorato per gli affari economici e monetari della Commissione europea, lo sono stati per i Paesi dell’Eurozona negli anni della crisi, dal 2004 al 2014.

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