La corsa all’intelligenza artificiale e i licenziamenti nelle grandi aziende tecnologiche stanno mettendo in discussione anche le carriere che fino a pochi anni fa apparivano più solide. Manager, sviluppatori e designer si trovano oggi ad affrontare un mercato del lavoro nel quale stipendi elevati, benefit e competenze specialistiche non garantiscono più la stessa sicurezza economica.
Il Washington Post racconta la storia di una dirigente di livello intermedio di Meta, appartenente a quella categoria di lavoratori che aveva tratto grandi vantaggi dal boom delle aziende tecnologiche: stipendi elevati, benefit, prospettive di carriera, stock option e una forte stabilità economica.
La combinazione tra corsa all’intelligenza artificiale, riorganizzazioni e licenziamenti ha però trasformato rapidamente il mercato del lavoro, facendo «evaporare» certezze che sembravano consolidate.
Il quotidiano statunitense descrive anche la situazione dell’ex marito della dirigente: un designer di Meta licenziato nel 2020 che, dopo avere rinunciato a cercare un nuovo impiego nel proprio settore, oggi lavora come magazziniere.
Oltre 800.000 licenziamenti nel settore tecnologico
Secondo le stime di Layoffs.fyi, sito che monitora i tagli al personale delle aziende tecnologiche, dal 2022 più di 800.000 lavoratori del settore avrebbero perso il proprio posto.
Il dato comprende anche i consistenti licenziamenti effettuati negli ultimi mesi da aziende come Meta, Microsoft, Oracle e Amazon.
«C’è un’intera fascia di persone, abituata a essere tra le più socialmente mobili verso l’alto, che all’improvviso si ritrova a dire: “Ora sono io quello finito per strada”».
A descrivere la situazione è Oliver Raskin, fondatore di Signalcraft Insights, società di ricerca di mercato della Silicon Valley che ha condotto indagini sulla forza lavoro del settore tecnologico, come riferisce la stampa statunitense.
L’intelligenza artificiale cambia il valore del lavoro
«L’ascesa dell’intelligenza artificiale è destinata a cambiare radicalmente il mondo del lavoro», spiega Joseph McCartin, storico della Georgetown University.
Secondo McCartin, il processo potrebbe seguire dinamiche simili a quelle con cui l’automazione ha trasformato l’industria automobilistica: meno addetti per alcune attività, nuove competenze richieste e una diversa organizzazione della produzione.
Ruth Milkman, sociologa del lavoro presso la City University di New York, osserva che i dipendenti del settore tecnologico stanno sperimentando condizioni già conosciute da tempo in altri comparti: impieghi percepiti come precari, minore autonomia e maggiore incertezza professionale.
«I lavoratori a basso salario ci sono abituati».
Il punto di svolta: produrre di più con meno persone
Secondo gli esperti, molti licenziamenti nel settore IT possono essere considerati un effetto tardivo dell’eccesso di assunzioni avvenuto negli anni precedenti, quando le aziende tecnologiche avevano ampliato rapidamente i propri organici.
Il quadro non è però uniforme. Nel settore dell’informazione si registra infatti una ripresa disomogenea delle assunzioni, che riguarda sviluppatori software e professionisti impiegati nei media e nell’intrattenimento.
Analizzando più a fondo i dati, alcuni economisti individuano tuttavia un cambiamento strutturale: la Silicon Valley e altri settori dell’economia statunitense fortemente dipendenti dalla tecnologia sembrano essere entrati in una fase nella quale è possibile crescere senza aumentare in modo proporzionale il numero dei dipendenti.
In un recente intervento, ampiamente condiviso nelle chat dedicate al settore tecnologico, si è parlato di una nuova generazione di aziende AI-first. In queste realtà il lavoro umano sarebbe richiesto soprattutto per affrontare situazioni inedite, valutazioni etiche e decisioni ad alto rischio.
Le attività ripetitive, prevedibili o facilmente standardizzabili potrebbero invece essere affidate sempre più spesso ai sistemi di intelligenza artificiale.
Gad Levanon, capoeconomista del Burning Glass Institute, istituto non-profit specializzato nella ricerca sul mercato del lavoro, evidenzia un cambiamento destinato a coinvolgere diversi settori, compresi quello tecnologico e quello finanziario.
Le aziende stanno imparando a svolgere la stessa quantità di lavoro con un numero inferiore di persone. Il fenomeno non riguarda più soltanto le mansioni operative, ma si sta estendendo anche a manager, sviluppatori, designer, analisti e altre categorie di professionisti qualificati.
Cicli di crisi e la speranza di un nuovo inizio
Oliver Raskin, attivo nel mondo della tecnologia dalla fine degli anni Novanta, mantiene comunque una visione relativamente ottimista.
Sebbene questa fase possa apparire inquietante per chi perde il lavoro o vede ridursi le proprie prospettive professionali, Raskin spera che si tratti del capitolo iniziale di una trasformazione più ampia.
«È già successo molte volte in passato che qualcosa sia imploso e tutte queste persone abbiano perso il lavoro, ma poi quei talenti sono stati riassorbiti in ciò che è arrivato dopo, portando una nuova ondata di prosperità».
La questione principale riguarda quindi la velocità della transizione: i nuovi impieghi dovranno nascere abbastanza rapidamente da assorbire professionisti con competenze elevate, ma legate a ruoli e modelli organizzativi che l’intelligenza artificiale sta già modificando.
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