«Interpretazione estrema» del DMA, «rifiuto di confrontarsi in modo costruttivo», «chiari pericoli» per gli utenti europei. Apple non l’ha toccata per nulla piano quando ieri sera è arrivato il momento di spiegare perché Siri AI non arriverà in Europa su iOS 27 e iPadOS 27.
Accuse durissime, senza mezze parole quelle riversate sui regolatori europei. C’è persino una faccia ad assumersi la responsabilità della reprimenda, e non è certo quella di un manager qualunque: Craig Federighi, Senior Vice President of Software Engineering di Apple, citato non per lanciare una funzione ma per dirsi «profondamente dispiaciuto» e attribuire ai regolatori la responsabilità dell’altolà imposto alla nuova Siri su iPhone e iPad nell’Unione Europea.
Non è difficile immaginare perché Apple abbia deciso di parlare all’Europa con toni che mai ha usato in precedenza. La posta in gioco sull’AI è altissima e Cupertino, che subisce per l’ennesima volta un altolà ai suoi piani dal Digital Markets Act, questa volta sembra aver perso la pazienza. Comprensibile quindi, al di là del merito della questione, che qui non discutiamo, l’irritazione.
Due comunicati, due toni opposti
Vale però la pena spostarsi di un comunicato, per arrivare a quello sempre rilasciato ieri e intitolato «Apple presenta Siri AI, assistente profondamente più capace e personale», e considerare quel che succede in Cina. Perché il confronto aiuta ad inquadrare meglio la vicenda e a tirare qualche conclusione.
Neppure in Cina Apple può lanciare Siri AI. E in Cina non c’è neppure Apple Intelligence così come l’abbiamo vista arrivare in Europa con iOS 18. Anche lì Apple si trova davanti a ostacoli regolatori che impediscono la distribuzione delle nuove funzioni AI. Eppure, in quel comunicato, c’è un solo cenno alla situazione cinese, affidato a una formula burocratica e tecnica e piazzato in una nota a piè di pagina a caratteri minuscoli: «Siri AI e le altre nuove funzioni di Apple Intelligence non saranno disponibili in Cina finché Apple non avrà completato i requisiti normativi».
Il contrasto è evidente. Per l’Europa Apple parla di DMA, regolatori, privacy, sicurezza, accesso ai dati, rischi per gli utenti, rifiuto delle soluzioni proposte. Per la Cina basta una noticina nascosta in fondo ad un comunicato. Nessun manager Apple chiamato a esprimere dispiacere. Nessuna accusa pubblica ai legislatori. Nessun passaggio in cui si dice che le regole locali potrebbero mettere a rischio la privacy o la sicurezza degli utenti. Nessun incontro con influencer e giornalisti cinesi, come ha fatto ieri con quelli europei, per denunciare il torto e la situazione.
La Cina e il registro della prudenza
Di base c’è poco da stupirsi. Pechino storicamente del resto ha condizionato i piani di Apple su vari piani, spesso con richieste molto più invasive. E Apple ha sempre scelto un registro diverso.
Nel 2016 iBooks Store e iTunes Movies furono chiusi in Cina pochi mesi dopo il lancio. Apple si limitò allora a dire che sperava di poter riportare presto quei servizi ai clienti cinesi. Dal 2018 iCloud per gli utenti della Cina continentale è gestito da GCBD, società locale, per consentire ad Apple di rispettare le normative cinesi. È stata persino cancellata da iPhone la bandiera di Taiwan sostituita da un simbolo d’errore.
La stessa cosa accade ora sul fronte dell’intelligenza artificiale, dove la situazione è ancora più delicata. Apple non ha potuto lanciare Siri con AI in Cina non perché ci sono norme, come in Europa, che cercano di prevenire monopoli ed oligarchie tecnologiche, ma perché lo Stato controlla i contenuti delle piattaforme e autorizza solo quelli conformi ai propri standard ideologici, limitando la libertà di conoscere e di esprimersi e per farlo obbliga le aziende ad adeguare le loro piattaforme. Di fatto impedisce, con atto ben più grave, almeno per gli standard occidentali, la democrazia e il confronto.
Eppure se in Europa Apple si scaglia lancia in resta affermando che le regole UE rappresentano un rischio per la privacy e la sicurezza, per la Cina si parla, nascondendo la nota, di un semplice passaggio regolatorio da completare.
Una storia di mercati e democrazie
In sostanza quel che sta succedendo è che Cupertino alza la voce dove può e dove le conviene farlo. E tace dove sa che sarebbe inutile e dove il costo di un comunicato come quello diffuso ieri contro l’UE sarebbe molto più alto di una nota di correzione che potrebbe giungere da qualche commissario Ue.
Si potrebbe discutere di tutto questo, ma faremmo la figura degli ingenui: il comunicato di ieri è solo uno dei tanti capitoli di una vicenda industriale, quella di Apple, che ci parla di dinamiche di mercato, di manovre competitive in un contesto di democrazia. E per questo tralasciamo.
Da europei, possiamo però considerare prezioso che tutto questo possa accadere. Non il rinvio di Siri AI, naturalmente, né il fatto che una funzione annunciata resti fuori da iPhone e iPad europei. Ma il fatto che esista uno spazio pubblico in cui una multinazionale può accusare un regolatore di sbagliare, che possa farlo in modo durissimo.
Il comunicato di ieri esiste perché l’Europa è un luogo in cui un’azienda può permettersi di accusare pubblicamente un’istituzione di governo di mettere a rischio privacy e sicurezza, attribuirgli la responsabilità di una scelta e chiedere implicitamente il sostegno dell’opinione pubblica. È però anche un luogo in cui il conflitto, quando resta dentro un confronto aperto e trasparente, può anche produrre risultati utili: per l’azienda, per il legislatore e soprattutto per i cittadini che a quel legislatore hanno affidato un compito di tutela.
Forse anche Apple dovrebbe essere felice e ricordarsi che proprio perché è in grado di farsi sentire in Europa, dovrebbe usare quella libertà non solo per accusare Bruxelles, ma anche per cercare una mediazione credibile. Una strada che tenga insieme la protezione degli utenti, l’apertura richiesta dal DMA e la possibilità di non lasciare gli europei fuori dalle funzioni più importanti della prossima generazione di Siri.












