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Bye bye Jeeves e ask.com, chiude un motore di ricerca pioniere della rete

Addio Jeeves. Buon viaggio ask.com. Chi tra noi ha i capelli bianchi (o comunque ha ancora i capelli) ricorda uno dei pionieri di internet, il portale ask.com con il suo mitico “agente” Jeeves, che si chiamava come il maggiordono super intelligente del giovane nobile svampito Bertie Wooster creato dal delizioso umorista inglese P.G. Wodehouse più di un secolo fa.

Il “nostro” Jeeves ci ha spiegato cos’era il Y2K prima che passasse, chi ha raccontato le avventure di Britney Spears, cos’è e come funziona un Tamagotchi, chi era il futuro presidente americano George W. Bush.

A Jeeves abbiamo chiesto e lui ci ha risposto: il vero maggiordomo dell’era digitale, più semplice di quel catalogo infinito (e pieno di pubblicità) che era Yahoo!, meglio del piccolo Google, spiazzante con quella pagina bianca. È Jeeves che ci ha portato nel cyber-spazio ed è stato il suo portale, Ask.com, quello che si apriva assieme al browser in milioni, poi in centinaia di migliaia e infine in qualche migliaio di computer.

Era bello ma adesso non è più. Venerdì scorso, mentre in Italia ci si preparava per un fine settimana di sole e di gare (Antonelli e Sinner sopra tutti, letteralmente) la casa madre di Jeeves ha staccato la spina al suo ultimo server. Visto il volume di traffico inesistente, probabilmente un Raspberry Pi 5, comunque sia, oggi non c’è più: chi naviga su ask.com trova un pannello che, dopo 30 e più anni di domande e risposte, dice semplicemente “Addio”. Ogni ricerca deve arrivare alla sua fine, dopotutto.

Una garbata cortesia inglese in mezzo al far west della rete

Ask Jeeves è nato a Berkeley nel 1996 dall’idea di due pionieri della Silicon Valley, Garrett Gruener e David Warthen, ed è arrivato al pubblico l’anno successivo, dodici mesi prima che un certo Google muovesse i suoi primi passi. La caratteristica che fece innamorare gli early adopter era la più semplice e disarmante delle promesse: si poteva chiedere qualcosa in lingua naturale, senza la ginnastica delle parole chiave incolonnate come ai tempi di Lycos, AltaVista o WebCrawler. Una frase intera, un verbo coniugato, persino la cortesia di un “per favore”, e il maggiordomo dietro lo schermo si metteva al lavoro.

Il personaggio era modellato sul valletto immaginato da Pelham Grenville Wodehouse, e parlava al lettore con quella garbata cortesia britannica che ai tempi dei monitor CRT era una boccata d’aria. Ebbe decisamente successo, aiutato anche da un marketing in piena web economy. Sfilò perfino alla Macy’s Thanksgiving Day Parade, palloncino gigante in mezzo ai supereroi delle major, mascotte di un’idea che oggi sembra quasi commovente: la rete a misura d’uomo. Una cosa amichevole, ben educata, con il papillon e il sorriso paziente di chi ha già letto tutti i libri della biblioteca.

InterActiveCorp (IAC), la holding di Barry Diller, comprò tutta quanta la baracca nel 2005 per circa 1,85 miliardi di dollari, e l’anno dopo diede il benservito al maggiordomo: via il nome, via il logo, via quella personalità che era il vero valore aggiunto del prodotto. Restò solo una scatola anonima chiamata Ask.com, identica a tante altre, e da lì in poi fu un lento svuotamento. Nel 2010 IAC dismise persino il proprio motore di indicizzazione e iniziò a comprare i risultati altrove, ammettendo in pratica una resa che Diller, quello stesso anno al TechCrunch Disrupt, sancì con franchezza.

Bye bye Jeeves, chiude un motore di ricerca pioniere della rete - macitynet.it

Chi controlla la porta del web controlla tutto?

La parabola successiva è quella di un lento congedo: quota di mercato scivolata sotto lo zero virgola, partnership di nicchia (perfino quella, surreale, con Nascar nel 2009), virata verso il formato domanda e risposta divorato a stretto giro da Quora, da Yahoo Answers e infine dai grandi modelli generativi.

Il primo maggio 2026 IAC ha messo nero su bianco quello che era evidente a chiunque digitasse un URL: dopo venticinque anni di servizio sotto il marchio Ask.com (e trenta come progetto), il motore chiude per ricalibrare il focus aziendale. Il messaggio sull’home page ringrazia gli ingegneri, i designer e i milioni di utenti che hanno bussato alla porta del maggiordomo, e si congeda con una formula quasi tenera: lo spirito di Jeeves sopravvive. Nella letteratura dei messaggi che il marketing e la comunicazione non vorrebbero scrivere ma prima o poi tocca scrivere, cioè la chiusura di qualcosa, che negli Usa è particolarmente brutale, il caso di Ask.com è quasi positivo: se ne va come un signore, con gentilezza.

La vita dopo la vita

Sopravvive? Forse, ma in un modo che ha del beffardo: l’idea che fece la fortuna del valletto, conversare in linguaggio naturale, è oggi il paradigma su cui si sono allineati tutti i protagonisti della nuova ricerca, da ChatGPT alla Ricerca Live di Google appena sbarcata anche in Italia. Quando si apre la fotocamera del telefono e si chiede a un’intelligenza artificiale “cosa sto vedendo?”, si compie trent’anni dopo lo stesso gesto che si faceva con il maggiordomo dal papillon: una domanda umana, in attesa di una risposta umana. Solo che adesso il padrone di casa è uno solo, e la sala da pranzo è la sua.

Mountain View ha trasformato la sua home page in una conversazione perpetua con AI Mode, un assistente onnipresente che gli utenti richiamano con una scorciatoia personalizzabile su Mac, PC e smartphone. Lo schema dei dieci link blu, su cui si è fondato per un quarto di secolo il patto fiduciario fra utenti, motori e siti, viene piegato dall’intelligenza artificiale, che adesso riscrive perfino i titoli degli articoli prodotti dalle redazioni e arriva a comprare i prodotti al posto dell’utente. Jeeves, in confronto, si limitava a indicare la pagina giusta, lasciando che fossimo noi a leggerla.

Quando la rete era ancora un giardino con i sentieri

Forse è qui che fa più male la scomparsa del maggiordomo: non per la nostalgia di un brand, ma per quello che il brand portava con sé. La rete dei tempi di Jeeves era un posto sgangherato, lento, pieno di pop-up e di immagini caricate riga per riga, eppure aveva una qualità irripetibile: era un giardino con i sentieri, e ogni sentiero portava da qualche parte. Si cercava una notizia, si finiva su un sito, si scopriva un autore, si imparava qualcosa che non si stava cercando.

Quel meccanismo, che gli ingegneri chiamavano serendipità e i lettori chiamavano semplicemente curiosità, era il vero motore della paleo-rete. Funzionava perché c’erano molti motori di ricerca, molte voci, molti modi di trovare le cose. Oggi quei sentieri sono autostrade a tre corsie che convergono tutte sullo stesso casello, e all’uscita c’è un’unica risposta, perdipiù riassunta da una macchina, talvolta scorretta, talvolta sintetica al punto da svuotare di senso il sito che l’ha prodotta.

Ask Jeeves apparteneva a un’epoca in cui la rete era ancora plurale, attraversabile in punta di piedi, con la certezza che dietro ogni risposta c’era una persona che l’aveva scritta, un editore che l’aveva pubblicata, una redazione che ci aveva creduto.

La sua chiusura, questo primo maggio, mentre per una combinazione tre quarti d’Europa erano in vacanza (ma negli Usa non è festa), è la pietra tombale di quel mondo: un piccolo, gentile commiato che vale molto più del traffico residuale che il sito generava. Lo spirito di Jeeves sopravvive a malapena, in mezzo a un parco di onnivori che assomigliano sempre meno a un maggiordomo cortese e sempre di più a un padrone di casa neanche troppo silenzioso che decide al posto nostro che cosa, e in che ordine, vale ancora la pena di sapere.

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