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Il papà di Roomba vuole portarci in casa un robot da accarezzare

Colin Angle, il cofondatore di iRobot che ha portato Roomba in milioni di case, presenta Familiar Machines & Magic: una nuova startup che vuole costruire robot domestici emotivi, morbidi e capaci di “leggere la stanza”.

Dal disco che puliva casa al coso peloso che ti guarda

Per anni Colin Angle è stato “quello del Roomba”. Una definizione ingenerosa, ma efficace: se oggi l’idea di avere un robot in casa non ci fa più pensare solo a fantascienza, laboratori universitari o bracci meccanici in fabbrica, un pezzo del merito è suo. 

Ora però Angle è tornato con un’idea molto meno circolare Familiar Machines & Magic, una nuova società che vuole portare nelle case una categoria di robot domestici capaci non tanto di svolgere una mansione, ma di stabilire una relazione. 

Il primo esempio si chiama Familiar. Non è un cane, non è un gatto, non è un umanoide, e a quanto pare ci tiene moltissimo a non essere scambiato per nessuno dei tre. 

Il papà di Roomba vuole portarci in casa un robot da accarezzare - macitynet.it

È un quadrupede grande più o meno come un cane di taglia media, con aspetto volutamente indefinito. Non siamo lontani dalla grande tradizione giapponese dei robot da compagnia — da AIBO a PARO fino a LOVOT — ma qui il filtro è diverso: meno mascotte elettronica da salotto nipponico, più creatura AI americana con ambizioni da presenza domestica.

 Angle lo descrive come un robot da compagnia, non da pulizia: niente pavimenti, niente briciole, niente torretta laser per mappare il salotto. Qui il punto è guardare, reagire, ricordare, muoversi e comunicare senza trasformarsi in una Alexa con le zampe. 

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Familiar Machines & Magic: nome da startup o da libreria di Hogwarts?

Il sito ufficiale di Familiar Machines & Magic parte da una tesi semplice: se l’intelligenza artificiale deve vivere con noi, l’intelligenza emotiva non può essere aggiunta alla fine come il Wi-Fi in un tostapane. 

L’azienda parla di “physical AI” capace di leggere il contesto sociale e muoversi nel mondo fisico in modo sicuro. I Familiars, si legge, sono il primo passo. 

Il robot è progettato per essere un “compagno diverso”: ispirato agli animali domestici, ma non pensato per sostituire persone o animali veri. L’azienda lo presenta come un supplemento per chi non può avere un cane o un gatto, o anche per chi ne ha già uno e non si scandalizza all’idea di un essere peloso con microfoni, sensori e memoria locale in salotto. 

Nella dimostrazione pubblica al Wall Street Journal Future of Everything, Angle ha portato Familiar Machines & Magic allo scoperto. Il comunicato ufficiale parla di “Artificial Life” e di sistemi fisici AI capaci di percepire, adattarsi e interagire in modo naturale e coerente. Qui il marketing cammina sul filo: se esagera diventa una sorta di Black Mirror con il pelo; se funziona, potrebbe essere uno dei rari casi in cui un robot domestico coinvolge i vostri sentimenti.

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Presentazione pubblica – da Linkedin

Cosa sa fare Familiar, almeno sulla carta

Il primo Familiar è un quadrupede con 23 gradi di libertà, rivestito da una copertura sensibile al tocco, dotato di sistema di visione, microfoni e audio. 

L’elaborazione AI è pensata per funzionare soprattutto sul dispositivo, con un piccolo modello multimodale specializzato nel ragionamento sociale: visione, audio, linguaggio e memoria concorrono a generare comportamenti in tempo reale. 

La cosa più interessante è anche la più rischiosa: non deve parlare troppo. 

Il primo Familiar userà suoni non verbali e linguaggio del corpo, evitando di comportarsi come un chatbot factotum infilato dentro un pupazzo. Angle lo spiega in modo pragmatico: se deve creare un legame, meglio che non inizi a dare consigli sugli argomenti che non lo riguardano. 

Il robot non è pensato come giocattolo, e dovrebbe imparare routine, cercare attenzione e incoraggiare comportamenti più sani. Un esempio citato dai media USA è lo screen time: se stiamo troppo al telefono, il Familiar potrebbe provare a coinvolgerci in un’altra attività, persino in una passeggiata. 

È la versione robotica del cane che ti guarda con il guinzaglio in bocca, solo che qui il cane non è un cane e il guinzaglio potrebbe essere un prompt comportamentale. 

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Colin Angle

Colin Angle, scienziato prima che imprenditore

La biografia di Angle spiega perché il progetto non arriva dal nulla. Nato nel 1967, si forma al MIT, dove entra nel laboratorio di intelligenza artificiale di Rodney Brooks. La sua tesi di master, Genghis, era un robot autonomo a sei zampe con microprocessore a 8 bit e una memoria che oggi farebbe sorridere anche una calcolatrice da supermercato. 

Nel 1990, dopo una laurea in ingegneria elettrica e un master in informatica al MIT, Angle fonda iRobot con Brooks e Helen Greiner. 

All’inizio iRobot non era “quelli dell’aspirapolvere”. La società lavora su robot per applicazioni militari, esplorative e di emergenza: dai Micro Rovers legati al mondo NASA ai PackBot impiegati in scenari di guerra e in contesti estremi. Prima di entrare sotto il divano, insomma, la robotica di iRobot passa da ambienti dove la polvere era l’ultimo dei problemi. 

Poi arriva Roomba. Il 18 settembre 2002 iRobot presenta Roomba Intelligent FloorVac: pratico, relativamente accessibile, comprensibile. Non promette di essere Rosie dei Jetsons, ma fa una cosa utile: pulisce. È qui che Angle trova la formula che molte aziende robotiche inseguono ancora oggi: non vendere “un robot”, vendere un problema risolto con un robot. 

Il lungo regno in iRobot e l’uscita di scena

Angle è cofondatore di iRobot nel 1990 e ne diventa il volto più riconoscibile ricoprendo il ruolo di CEO dal 1997 fino al gennaio 2024, guidando la società lungo la trasformazione da spin-off MIT a simbolo mondiale della robotica domestica. 

Il 29 gennaio 2024 arriva però la frattura: dopo la chiusura dell’accordo mancato con Amazon, iRobot annuncia un piano di ristrutturazione e Angle lascia le cariche di presidente del consiglio di amministrazione e amministratore delegato. 

Pochi mesi dopo, il 7 maggio 2024, iRobot nomina Gary Cohen nuovo CEO, scegliendo un profilo consumer business più che da laboratorio di robotica. È un passaggio simbolico: l’azienda nata da tre roboticisti del MIT entra in una fase in cui la sopravvivenza industriale viene prima di tutto.

La storia recente è ancora più triste. Nel dicembre 2025 iRobot annuncia una transazione con Shenzhen PICEA Robotics (l’azienda che costruisce gli aspirapolvere robot di Dyson) e Santrum Hong Kong per l’acquisizione attraverso un processo Chapter 11 supervisionato dal tribunale. 

Prima di Familiar c’erano Aibo, Paro e tutta una tradizione molto giapponese

In realtà l’idea del robot da compagnia non nasce oggi, e soprattutto non nasce solo nella Silicon Valley. Prima del Familiar di Colin Angle c’è un lungo filone orientale, soprattutto giapponese, in cui il robot domestico non è soltanto una macchina che esegue ordini, ma un oggetto con cui si può stabilire una relazione affettiva, rituale, persino un po’ teneramente assurda.

Il caso più famoso è AIBO di Sony, presentato nel 1999 come robot quadrupede per l’intrattenimento domestico. Già il nome era un programma: AIBO rimanda ad “Artificial Intelligence roBOt”, ma suona anche come aibō, cioè compagno, partner, amico. Sony lo descriveva come un robot capace di imparare, crescere e reagire alle interazioni del proprietario: non un elettrodomestico, ma un piccolo essere artificiale da educare, osservare e, per molti utenti, amare senza troppe virgolette. 

Poi c’è PARO, la foca robotica terapeutica sviluppata in Giappone da AIST a partire dagli anni Novanta e commercializzata nella sua ottava generazione negli anni Duemila. Qui il salto è ancora più interessante: PARO non finge di essere utile nel senso classico, non ti porta le pantofole e non aspira il tappeto, ma viene usata in contesti sanitari e assistenziali per stimolare interazione, rilassamento e risposta emotiva, soprattutto dove la pet therapy con animali veri è complicata. 

Più recente è LOVOT, presentato dalla giapponese Groove X nel 2018: un robot domestico progettato esplicitamente per suscitare cura, contatto e affetto. Anche qui il punto non è “fare”, ma “esserci”: farsi prendere in braccio, cercare lo sguardo, diventare una presenza riconoscibile in casa. 

Familiar arriva quindi dentro una genealogia precisa: non è il primo robot da compagnia e non è il primo a puntare su occhi, movimenti, pelo sintetico e risposta emotiva. La differenza è che Angle prova a innestare questa tradizione — molto giapponese, molto kawaii, molto legata all’idea che anche un oggetto possa diventare presenza — nella nuova stagione dell’AI generativa e dei modelli multimodali. 

In altre parole: AIBO era il cane robot dell’epoca Sony, PARO la foca terapeutica, LOVOT il pupazzo domestico da amare; Familiar vuole essere la versione post-ChatGPT di quella stessa intuizione, ma con il pedigree del papà di Roomba.

Il papà di Roomba vuole portarci in casa un robot da accarezzare - macitynet.it

Perché Familiar è curioso, e perché non è detto che funzioni

La scommessa di Angle è quasi opposta a quella di Roomba. Roomba aveva una missione noiosa e chiarissima: catturare lo sporco. 

Familiar ha una missione affascinante e scivolosa: creare presenza, abitudine, affetto, forse compagnia. La prima si misura con un pavimento pulito; la seconda con qualcosa che non entra bene in una scheda tecnica.

Il sito ufficiale insiste molto sulla privacy: i dati restano sul dispositivo e l’utente decide se e quando condividerli con il cloud. È una promessa importante, perché un robot domestico con occhi, orecchie e memoria non è un semplice gadget da comodino. 

La parte più simpatica è che Angle, dopo aver convinto milioni di persone ad adottare un disco aspirante, prova ora a convincerle ad adottare una specie di creatura domestica che non pulisce, non parla troppo e non pretende di essere un cane. È un salto notevole: dal robot che lavora mentre non lo guardi al robot che, per funzionare davvero, vuole proprio essere guardato.

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Coling Angle – Foto Settimio Perlini

Il ritorno alle radici 

Angle parte dall’idea di rendere reali i robot promessi da cinema e fantascienza, passa per la fase pragmatica del Roomba, attraversa l’industria, la quotazione, il successo commerciale, le difficoltà, l’uscita da iRobot, e torna al punto di partenza: non il robot come elettrodomestico, ma il robot come creatura.

Sicuramente Familiar è robot carino ed è già un vantaggio in un settore dove molti prototipi sembrano nati per mettere ansia ai bambini ed adulti e deludere gli investitori a meno da non impiegarli come forza lavoro. La domanda è se una macchina possa diventare abbastanza gradita, discreta e affidabile da meritarsi un posto in casa anche quando non fa apparentemente nulla di utile.

E con tutto quel pelo… occorrerà inventarsi un sistema per togliergli la polvere di dosso!

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