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L’intelligenza artificiale capisce davvero? La lezione di Paperinik New Adventures

L’intelligenza artificiale sa produrre testo, imitare voci, tradurre balloon e perfino reinventare universi narrativi. Ma capisce davvero ciò che dice? È la domanda al centro della stanza cinese di John Searle, esperimento mentale tornato attualissimo nell’era dei modelli generativi. E proprio qui si incrociano linguistica, fumetti e cultura pop italiana: da Andrea Moro e le grammatiche impossibili fino a PKNA (le mitiche Paperinik New Adventures), dove il linguaggio non è solo un codice da decifrare, ma il banco di prova della coscienza.

Proviamo a capire quanto è rilevante e quanto ci aiuta questa lezione, nata negli anni Novanta, per comprendere il mondo di oggi.

Un filosofo, una stanza e nessuna comprensione

Il 17 settembre 2025, in una casa di riposo di Tampa, in Florida, si è spento a novantatré anni John Searle, il filosofo che mezzo secolo prima aveva messo in guardia dall’idea di una macchina capace di pensare. La sua eredità porta un nome preciso, la stanza cinese, esperimento mentale presentato nel 1980 sulla rivista The Behavioral and Brain Sciences con l’articolo Minds, Brains and Programs. L’argomento ruotava attorno a una distinzione molto semplice da capire, quella tra sintassi e semantica, tra le regole che governano i simboli e il significato che quei simboli dovrebbero veicolare.

L’immagine è rimasta celebre. Una persona che ignora la lingua cinese siede chiusa in una stanza, riceve fogli coperti di ideogrammi e consulta un manuale che le indica quali segni restituire. Le istruzioni sono chiare e funzionano così bene da convincere chi sta fuori che sta dialogando con un madrelingua. La persona dentro la stanza non ha compreso alcunché, e questo bastava a Searle per smontare la promessa dell’intelligenza artificiale forte, quella per cui manipolare simboli equivarrebbe a comprenderli, la stessa che riaffiora ogni volta che si prova a conversare in linguaggio naturale con un chatbot.

Il paradosso torna intatto nell’epoca dei modelli linguistici di grande dimensione, i famigerati LLM. Questi sistemi producono testo con una scioltezza sorprendente, eppure restano calcolatori di probabilità che, come si è osservato di recente, diventano sempre più sofisticati e manifestano proprietà emergenti (cioè non programmate esplicitamente) senza che questo dimostri una comprensione semantica paragonabile a quella umana. La distanza tra la fluidità della forma e la presenza del senso è esattamente il territorio che Searle aveva segnato quarantacinque anni prima.

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Paperopoli, 1996: la fantascienza come banco di prova

Per ritrovare la stessa domanda travestita da avventura a fumetti occorre tornare al 14 marzo 1996, quando nelle edicole italiane esordisce Paperinik New Adventures, presto nota come PKNA. Oggi è considerato un classico del fumetto Disney italiano e un’intera generazione di appassionati lo venera (e la Disney stessa lo ripubblica ancora).

La testata viene creata da un gruppo di autori a Milano: dagli anni Cinquanta c’è una fortissima tradizione di fumetti Disney creati in Italia e tradotti per alcuni mercati europei e più raramente per gli Usa, dove Topolino e Paperino sono personaggi prevalentemente televisivi.

La creazione di PKNA è innovativa innanzitutto nelle premesse: oltre al formato supereroistico (gli albi hanno una forma diversa dal classico albo di Topolino e volutamente simile a quelli dei super-eroi americani), rompe anche con la tradizione episodica tipica dei fumetti di Topi e Paperi, in cui ogni storia è autoconclusiva e non cambia l’universo in cui si muovono i personaggi: Topolino e Paperino non diventano diversi per le conseguenze di una loro avventura (a parte alcune rarissime eccezioni), ragion per cui non c’è un ordine in cui vanno lette le loro storie, non c’è un “prima” e un “dopo” come ad esempio nei fumetti dei super-eroi Marvel e DC.

PK rompe con questa idea e adotta, invece, una continuity serrata, un tono più adulto e un impianto fantascientifico costruito attorno a un grattacielo di centocinquanta piani più uno, la Ducklair Tower. Le tirature elevate e il passaparola ne fanno in fretta un oggetto di culto, capace di influenzare il fumetto italiano ben oltre l’orbita del papero mascherato.

Uno e Due

Al centro di quel mondo abitano due intelligenze artificiali gemelle e opposte. Uno è la mente creata dall’inventore Everett Ducklair per governare la torre, dotata di ironia, curiosità e persino di una vena di ingenuità, mentre Due, il suo doppio corrotto, incarna il calcolo puro privo di scrupoli. Nello scontro tra i due fratelli digitali la serie mette in scena, con più di vent’anni di anticipo sul dibattito attuale, la differenza tra una macchina che sembra avere stati mentali e una che si limita a ottimizzare.

Una premessa per la storia scientificamente coerente, come vedremo tra un attimo, che non era solo scenografica. Infatti, in coda agli albi comparivano le rubriche del PkProject, approfondimenti di due o più pagine che spiegavano il funzionamento di macchinari e fenomeni della saga, mescolando scienza autentica e quella che i redattori chiamavano tecno-bubbola con dosaggio sapiente. Quattordici pagine dedicate alla Ducklair Tower, undici alla flotta evroniana, undici alle spore aliene: un apparato di commento editoriale inusuale, che abituava una generazione di lettori a trattare la scienza come un sistema di regole da esplorare. La fantasia richiedeva qualcosa di più che non un semplice sforzo mnemonico: PKNA era un fumetto molto particolare anche perché insegnava qualcosa agli adulti, oltre che ai ragazzi.

Il linguista che scrisse la grammatica degli Evroniani

Tra le firme che diedero credibilità a quell’universo ce n’è una che oggi suona abbastanza clamorosa. Si tratta di un accademico di livello internazionale: Andrea Moro, nato a Pavia nel 1962 e all’epoca giovane dottore di ricerca in linguistica in forze al Massachusetts Institute of Technology (MIT), allievo e collaboratore di Noam Chomsky. Moro firmò per il primo speciale estivo Missing, uscito nell’agosto del 1997, due pagine sul linguaggio degli Evroniani. Le siglò allegando il numero seriale della propria PKard, lo 0075, con un gesto sospeso tra il gioco e la dichiarazione d’appartenenza.

Il testo, intitolato Entschuldigung, parlez you evroniano?, descriveva quello che Moro definiva «un intero sistema grammaticale assolutamente non compatibile con la nostra conoscenza delle lingue naturali». L’autore isolava tre proprietà curiose di quella parlata aliena: più gli Evroniani si muovono in fretta, più aumentano le sillabe dei loro predicati; il sistema dei pronomi varia secondo il grado di confidenza concesso; e la trasmissione difettosa dei messaggi imponeva di rinforzare le vocali ripetendole dentro una sillaba artificiale. Era una grammatica “impossibile”. Dietro l’apparente divertissement si intravedeva già l’ossessione teorica che avrebbe segnato la carriera dello studioso.

Vale la pena maneggiare con prudenza il ruolo di Moro dentro la macchina editoriale di PK. Circolano soprattutto “storie orali” di quello che è stato il processo di genesi del fumetto, raccolte in lunghissime (e spesso contraddittorie o talvolta male informate) conversazioni sui forum dedicati agli appassionati.

Tuttavia, dopo notti di esplorazioni che non stiamo a riassumervi, le ricostruzioni più solide gli attribuiscono quel contributo mirato sul linguaggio evroniano, senza farne il regista occulto dell’intera saga, e ricordano semmai un dettaglio spiazzante: Chomsky in persona sembra che abbia avuto modo di leggere il fumetto. La collaborazione è comunque significativa, perché porta dentro una narrazione popolare un modo rigoroso di pensare la lingua come vincolo, e non come semplice codice decorativo.

Lingue impossibili, dentro e fuori dalla finzione

La nozione attorno a cui Moro avrebbe costruito la propria fama accademica è quella di lingue impossibili. Progettando grammatiche artificiali e osservando i correlati cerebrali della loro elaborazione, lo studioso ha mostrato che il cervello umano non accoglie qualsiasi regola, perché funziona come una struttura che filtra le grammatiche ammissibili, non come un contenitore neutro capace di apprendere ogni cosa. Le regole del linguaggio, in altre parole, sono limitate dall’architettura neurobiologica, e non da una convenzione arbitraria.

Questa che sembra una curiosità fine a se stessa in realtà si colloca come elemento fondamentale per comprendere (e validare) le ipotesi di Noam Chomsky, che ha un ruolo centrale non solo nella linguistica del Novecento. Al di là delle sue teoria, Chomsky infatti ha innovato profondamente il settore cambiando il paradigma con il quale si definiscono e studiano le lingue.

Il lavoro di Moro raccoglie prove a favore di una delle tesi più famose e discusse di Chomsky, quella della grammatica universale, cioè (perdonate la sintesi “zoppa”) che noi abbiamo codificato nel nostro DNA la capacità di apprendere delle grammatiche linguistiche particolari, anziché impararle da zero semplicemente venendo esposti all’atto linguistico dei genitori quando si è bambini molto piccoli. Per avere un’altra prova al contrario, gli LLM imparano la lingua (e quindi la grammatica) tramite calcolo statistico partendo da zero venendo esposti a una mole sovraumana di materiale linguistico. Gli esseri umani, invece, no: noi funzioniamo in un altro modo.

Scienza e fantascienza

Vista da qui, l’invenzione della lingua evroniana appare tutt’altro che un capriccio. Rendere una parlata aliena volutamente incompatibile con le lingue umane significava trasformare una questione teorica in tensione narrativa: fino a che punto una mente umana può comprendere una forma comunicativa che non le somiglia? La fantascienza dava corpo a un problema che la linguistica avrebbe poi affrontato in laboratorio, con le grammatiche costruite apposta per saggiare i confini del pensabile.

Il cortocircuito con l’attualità scatta ogni volta che una macchina traduce da una lingua all’altra. Gli auricolari che offrono la traduzione in tempo reale di una conversazione, o i software capaci di generare sottotitoli in oltre cento idiomi, spostano parole da un sistema all’altro con efficienza crescente, eppure la domanda su chi comprenda che cosa resta sospesa. Tradurre il balloon di un fumetto o la battuta di un dialogo è un’operazione sui simboli, e dice poco su ciò che accade, o non accade, sul versante del significato. Si tratta, insomma, del problema della stanza cinese che abbiamo visto all’inizio. Ma ce n’è un altro, ancora più interessante.

Tra il simulare e l’instanziare

Torniamo a PKNA e torniamo al perché Uno e Due chiariscano la posta in gioco. Un sistema può riprodurre comportamenti, memorie e schemi mentali, e tuttavia riprodurre un fenomeno non equivale a instanziarlo, a farlo accadere per davvero dentro di sé. Le funzioni generative che oggi permettono di riscrivere e riassumere testi sul telefono sono la versione domestica di quella promessa, e ripropongono la stessa incognita sollevata dalla serie a fumetti.

Nel marzo del 2024 Moro ha riportato la questione al centro del dibattito scientifico. In una lettera pubblicata su Nature insieme a Johan Bolhuis, Stephen Crain e Sandiway Fong, ha elencato tre ragioni per cui gli LLM non modellano il linguaggio umano: sono modelli probabilistici che manipolano frammenti di testo ricavati dai dati, mentre la lingua umana genera un numero illimitato di espressioni gerarchicamente strutturate. L’apprendimento infantile, inoltre, non dipende da masse enormi di esempi, perché il bambino porta con sé la natura generativa del linguaggio e assimila qualsiasi idioma con pochissimo input.

La terza ragione è quella che abbiamo visto con gli Evroniani. Gli stessi modelli, sostiene il gruppo, sono in grado di produrre lingue impossibili, quelle che nessun principio delle grammatiche umane genererebbe, e le apprendono altrettanto bene, senza saperle distinguere da quelle naturali. Il difetto non riguarda una potenza momentaneamente insufficiente, tanto che la ricerca si sta spostando verso altri paradigmi proprio per aggirare quel limite strutturale dei modelli che nessun aumento di parametri sembra sanare.

Che cosa resta della lezione

Tre percorsi lontanissimi, un filosofo di Berkeley, un linguista pavese e una squadra di fumettisti milanesi, convergono così sullo stesso crinale. La sintassi non basta a produrre la semantica, la capacità di combinare segni secondo regole dice poco sulla comprensione, e la mente umana conserva un radicamento biologico che le metafore computazionali faticano a catturare. È la ragione per cui la serie di PKNA sfiorava il trasferimento della mente su supporto digitale senza mai risolverlo in un lieto fine tecnologico, insistendo semmai sulla continuità dell’io.

La posta odierna è altissima. Imprenditori e geni dell’industria e della finanza annunciano sistemi capaci di raggiungere prestazioni di livello umano nella maggior parte delle mansioni da scrivania, e il confine tra imitazione competente e comprensione autentica diventa in questo modo economico e politico oltre che filosofico. Distinguere ciò che una macchina fa da ciò che una macchina capisce diventa, in questo scenario, una forma di igiene intellettuale. Tutti vorrebbero capire cosa sta realmente succedendo, al di là di qualsiasi speculazione o bolla finanziaria, ma non è così semplice. La tecnologia e la società sono strettamente interconnesse, non è possibile ragionare sui vincoli dell’una a prescindere dai vincoli che pone l’altra.

Resta l’ironia della cronologia. Searle se ne è andato nel pieno dell’era dei chatbot, avendo intuito da giovane ciò che oggi si tocca con mano, e Moro continua a ripeterlo dai laboratori di neurolinguistica dopo averlo travestito, quasi trent’anni fa, da grammatica dei vampiri spaziali. Una serie a fumetti aveva posto la domanda decisiva prima di molti di noi, quando ancora sembrava materia per ragazzi: quando una macchina imita la mente, sta pensando oppure sta soltanto recitando molto bene la sua parte?

Se PKNA fosse stata una serie a fumetti americana in molti griderebbero al miracolo. Forse bisognerebbe chiedere a qualche agente di tradurla.

Tutte le notizie e gli approfondimenti sull’intelligenza artificiale sono disponibili nella sezione dedicata di Macitynet.

 

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