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Quindici anni senza Steve Jobs

Il 4 ottobre 2011, un martedì, Apple presentò un telefono, l’iPhone 4S. Il giorno dopo annunciò la morte del suo fondatore. Il 4S fu l’ultimo prodotto presentato mentre Steve Jobs era ancora vivo, e le due notizie, nel calendario di Cupertino, restano in qualche modo appoggiate una all’altra. Il prodotto che ha rivoluzionato il mondo, lo smartphone moderno, e la fine del suo demiurgo. La figura dell’imprenditore tech assoluto, capace di modellare la realtà sulla sua visione del futuro del mondo.

Da allora sono passati quindici anni e la scrivania di Jobs ha cambiato occupante due volte. Dal 1° settembre 2026, come annunciato in aprile, l’amministratore delegato è John Ternus, fino ad agosto vicepresidente senior per l’ingegneria hardware. Tim Cook, che nel 2011 ricevette il comando da Jobs (e lo aveva già sostituito con degli interim mentre Jobs era in clinica a curarsi), è passato a presidente esecutivo del consiglio di amministrazione.

Una malattia con una data

La storia ci ha raccontato cosa è successo a Steve Jobs ma vale la pena ricordarlo per i più giovani. Per chi era nato da pochissimo quando Jobs è morto. Nell’ottobre 2003 un esame di controllo rivelò nel pancreas di Jobs un tumore neuroendocrino, una forma rara e meno aggressiva dell’adenocarcinoma che di solito si associa a quell’organo. Jobs rimandò l’operazione per nove mesi. Il biografo Walter Isaacson riferisce che non voleva essere aperto e violato in quel modo, e che in seguito se ne pentì, perché il ritardo, secondo Isaacson, gli fu “probabilmente fatale“, assieme alla decisione iniziale di curare il tumore con una dieta vegana. Jobs comunque fu operato nel luglio 2004.

Il tempo cominciò poi a mostrarsi sul corpo. Nel giugno 2008, sul palco della conferenza degli sviluppatori, comparve molto smagrito, e Apple parlò di un «male di stagione». A gennaio del 2009 annunciò una pausa, e a marzo ricevette un fegato nuovo in un ospedale di Memphis, nel Tennessee, perché in California non ce n’erano abbastanza. Disse poi che veniva da una persona sui venticinque anni, morta in un incidente d’auto. A giugno tornò al lavoro.

Quarantadue giorni

La storia della morte di Steve Jobs è stata raccontata ma non di recente. C’è chi è giovane, usa da una vita i prodotti Apple, e non conosce il passaggio più drammatico del genio che ha fondato l’azienda e lo sforzo che fino all’ultimo ha voluto mettere nella sua creatura. Il 17 gennaio 2011 Jobs annunciò il terzo congedo medico, questa volta senza indicare una data di ritorno. Il 2 marzo comparve a sorpresa sul palco dell’iPad 2, a San Francisco, e la sala si alzò in piedi: disse che ci lavoravano da tempo e che quel giorno non voleva perderselo. A giugno salì sul palco della conferenza degli sviluppatori. L’abito di sempre, jeans e maglione nero, gli stava addosso sempre più largo, e ogni volta se ne parlava.

Il 24 agosto scrisse al consiglio di amministrazione una lettera di poche righe. Aveva sempre detto che sarebbe stato il primo ad avvertire, se un giorno non avesse più potuto svolgere i suoi compiti di amministratore delegato, e quel giorno era arrivato. Indicò Cook, allora direttore operativo, come successore, e si disse convinto che i giorni migliori e più innovativi di Apple dovessero ancora venire.

Quarantadue giorni più tardi, il 5 ottobre, Jobs morì nella sua casa di Palo Alto, a cinquantasei anni. Il certificato indica come causa immediata un arresto respiratorio e come causa di fondo il tumore metastatico.

Il 16 ottobre, nella chiesa commemorativa dell’università di Stanford, la scrittrice Mona Simpson, sorella naturale di Jobs, raccontò gli ultimi tempi. Intubato e senza voce, Jobs aveva chiesto un blocco per appunti e aveva disegnato supporti per tenere un iPad su un letto d’ospedale, nuovi monitor per i liquidi, una diversa disposizione per un reparto che giudicava poco speciale. Nelle ultime ore guardò la sorella Patty, poi a lungo i figli, poi la moglie Laurene Powell Jobs, poi un punto oltre le loro spalle. Disse tre volte la stessa cosa: «Oh wow. Oh wow. Oh wow.»

Triennale Milano e Steve Jobs Archive, 6 sprile alle 15 proiezione di The Objects of Our Life - macitynet.it
Steve Jobs. Foto di Steve Jobs Archive

Il ritorno dall’esilio

La storia di Steve Jobs in generale la conosciamo, perché è stata raccontata tante volte nelle biografie. Ma vale la pena ripercorrerla brevemente, per chi non c’era o per chi è giovane e non l’ha mai saputa. Jobs era nato il 24 febbraio 1955 a San Francisco da due giovani studenti, e l’avevano adottato. Abbandonò il Reed College, a Portland, dormì per un po’ sul pavimento di amici, raccolse bottiglie vuote per mettere insieme qualche spicciolo e continuò a seguire come uditore un corso di calligrafia. Nel 1976 fondò Apple con Steve Wozniak e Ronald Wayne (che se ne andò subito, rinunciando a una fortuna); nel 1985 ne fu allontanato. Fondò NeXT, e nel 1986 comprò da Lucasfilm la divisione grafica diventata Pixar, il cui passaggio a Disney lo rese il maggiore azionista individuale della casa di Topolino.

Il ritorno passò da un’acquisizione. Nel 1997 Apple comprò NeXT per 425 milioni di dollari e con quella il suo fondatore, che in pochi mesi prese il posto di Gil Amelio come amministratore delegato ad interim. L’azienda era a tre mesi dal fallimento. Il valore di Borsa era sceso sotto i due miliardi di dollari e una boccata d’ossigeno da 150 milioni di dollari arrivò dal rivale Microsoft. Jobs cancellò il Newton e circa il 70 per cento della gamma, e chiese a ogni prodotto rimasto di giustificare la propria esistenza.

Poi vennero i prodotti, e ciascuno ricominciò un mercato. Nel 1998 l’iMac, dal guscio traslucido, vendette più di 800mila esemplari nei primi cinque mesi, e per la prima volta dal 1995 i conti tornarono in attivo. Nel 2001 arrivò l’iPod, poi l’iTunes Store; il 9 gennaio 2007, a San Francisco, l’iPhone; nel 2010 l’iPad. Nell’anno fiscale chiuso a settembre 2011 il fatturato toccò i 108 miliardi di dollari, contro i 65 dell’anno precedente, e il valore di Borsa era arrivato a circa 350 miliardi, da meno di due.

Il rito del palco

Una parte del mestiere di Steve Jobs avveniva in pubblico. Nei primi anni Duemila, ai Macworld Expo di San Francisco e di New York, migliaia di persone facevano la fila per ore per vedere un uomo in jeans e maglietta nera annunciare un prodotto. La divisa non cambiava mai. Cambiava il volto, che anno dopo anno portava sempre più esposti i segni della malattia. Chi lo seguiva da cronista ricorda anche le smorfie dietro le quinte e le arrabbiature plateali, che facevano parte dello spettacolo come gli applausi.

È poi è arrivata l’ora della Apple di Cook. Una storia che si è appena conclusa ma che vale la pena ricordare, anche perché molti sono cresciuti con Tim Cook come unica guida di Apple, come numero uno, e non sanno cosa c’era prima. Tim Cook era entrato in Apple nel 1998, chiamato da Jobs a rimettere in ordine la catena di fornitura, e durante i congedi aveva guidato l’azienda giorno per giorno.

Il 24 agosto 2011 ne ricevette il comando con un valore di Borsa di circa 350 miliardi di dollari. Dopo la morte di Jobs molti osservatori prevedevano un declino lento. Il comunicato di aprile riporta invece un fatturato di oltre 416 miliardi di dollari nell’anno fiscale 2025 e una base installata di oltre 2,5 miliardi di dispositivi. Il 28 luglio 2026 la capitalizzazione ha toccato i 5000 miliardi, per scendere intorno ai 4500 dopo i conti trimestrali.

In quegli anni sono arrivati l’Apple Watch, gli AirPods, il Vision Pro, iCloud e Apple Pay.

Un lascito discusso

Sull’eredità i giudizi divergono. Il giornalista del New York Times Tripp Mickle sostiene in L’eredità di Steve Jobs che l’azienda, dopo il fondatore, si sia affidata a manager che ragionano con il bilancio più che con l’istinto, e racconta il logoramento dei rapporti tra Cook e il designer Jony Ive, poi uscito da Apple, attorno all’Apple Watch. È una tesi controversa, e i numeri di Cook ne sono il controcanto.

Nel messaggio ai dipendenti del 31 agosto, ultimo giorno da amministratore delegato, Cook ha ammesso che lasciare un lavoro amato così a fondo avrebbe lasciato un vuoto che poteva soltanto cominciare a immaginare. Secondo la stampa americana, la settimana prima Apple gli aveva dedicato ad Apple Park una cena di addio, con ore di tributi di Ternus, di Laurene Powell Jobs e di altri dirigenti, e un’esibizione dal vivo degli OneRepublic, tra i gruppi preferiti da Cook.

Ternus era entrato in Apple nel 2001, quando l’amministratore delegato era ancora Jobs. Annunciando la successione ha detto di aver avuto la fortuna di lavorare sotto Jobs e di avere Cook come mentore, e ha promesso di guidare l’azienda con i valori e la visione che da mezzo secolo la definiscono.

Una mail di notte

Nel settembre del 2022 Laurene Powell Jobs, Cook e Ive hanno presentato Steve Jobs Archive, un sito che si apre con una mail scritta da Jobs alle 23.08 del 2 settembre 2010, un giovedì, e con l’indicazione «Sent from my iPad». Il testo è breve e parla di ammirazione per gli esseri umani e del debito che si ha verso chi è venuto prima. L’unico destinatario della sua mail era lui stesso. Essere Steve Jobs deve essere stato incredibile.

 

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