Apple Store Firenze e l’Italia di oggi

Un’epigrafe domina piazza della Repubblica a Firenze. “L’antico centro della città, da secolare squallore a vita nuova restituito”. L’ha fatta apporre l’architetto Poggi al termine dei lavori del “risanamento” che tra il 1885 e il 1895 culminarono con la riorganizzazione della piazza. Firenze, che era stata capitale tra il 1865 e il 1871, vide radicali […]

Un’epigrafe domina piazza della Repubblica a Firenze. “L’antico centro della città, da secolare squallore a vita nuova restituito”. L’ha fatta apporre l’architetto Poggi al termine dei lavori del “risanamento” che tra il 1885 e il 1895 culminarono con la riorganizzazione della piazza. Firenze, che era stata capitale tra il 1865 e il 1871, vide radicali trasformazioni, tra cui l’abbattimento delle mura, la creazione dei grandi viali, la nascita del piazzale Michelangelo che sovrasta la città con la copia della statua del Davide che ne è l’icona, assieme al giglio e alla bellezza del Duomo.

Da piazza della Repubblica venne spostata l’antica loggia del pesce nella vicina piazza de’ Ciompi, furono sventrate le case che costituivano il ghetto ebraico e alcune torri e palazzi delle arti che avevano un’importante valore storico. Al loro posto, venne realizzata l’attuale piazza quadrata d’impianto ottocentesco, dominata da un arco e dalla statua equestre del re Vittorio Emanuele II, con palazzoni storici ai cui piedi hanno sede i caffè che hanno fatto la storia della letteratura, tra i quali spicca “le Giubbe Rosse” (quelle indossate dai garibaldini per l’unità d’Italia), in cui si davano appuntamento futuristi e modernisti, Eugenio Montale e Giuseppe Prezzolini, Tommaso Marinetti e Giovanni Papini. Vennero definite da Alberto Viviani “Una fucina di sogni e passioni”, oggi ospita ricchi turisti che pagano anche venti euro per un succo di frutta, come in piazza San Marco a Venezia.

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Da fiorentino in “esilio” a Milano negli ultimi quindici anni, ieri pensavo queste cose sul treno veloce che mi stava riportando nella mia città Natale per l’inaugurazione dell’Apple Store in piazza della Repubblica. Mi chiedevo cosa avrei trovato. E quale sarebbe stata la reazione dei miei ex concittadini di fronte a questa novità così platealmente globale. Un Apple Store. Come a New York e a Hong Kong. A due passi da una libreria Feltrinelli che è nata dopo aver malamente cacciato un’altra libreria fiorentina, la Edison, a sua volta nata sulle ceneri dell’omonimo cinema. E poco più in là, d’angolo, l’Hard Rock Café, nato sulle ceneri questa volta del cinema Gambrinus (mentre il bar di fronte resiste).

I fiorentini, si sa, sono particolari. E tendono ad alimentare questa leggenda. Campanilisti e decisamente chiusi nella loro propria storia, soprattutto nel Rinascimento (che dalle mie parti si è sempre scritto con la maiuscola, quasi fosse l’unico ed originale in Europa), fanno della mancanza d’apertura al nuovo e nella preservazione dell’esistente un puntiglio (e tutti gli altri “son solo de’ bischeri”), anche se poi vivono di meticciato quanto se non più d’altri. Le Giubbe rosse le avevano fondate nel 1900 una coppia di fratelli tedeschi, per dire.

Pian piano la storia e le tradizioni cambiano, o si adattano. Per dire: la stessa statua equestre di Vittorio Emanuele II da pizza della Repubblica è stata portata nel piazzale delle Cascine, mentre è tornata alla sua sede originaria la colonna dell’Abbondanza, che poi è uno dei punti dove darsi l’appuntamento in centro, nel viavai di turisti. E spuntano anche le novità, come questo Apple Store, al posto di una banca.

Cinque vetrine, un solo piano (c’è un ammezzato ma è per il personale di Apple e probabilmente per il magazzino), un negozio d’impianto classico senza nessuna delle novità che il rinnovo della nuova responsabile sta portando in altri paesi. Fuori, come avete potuto vedere nelle nostre cronache su Macitynet, la lunga coda di persone in attesa di partecipare all’inaugurazione. E i soliti passanti, molti turisti ma anche molti fiorentini visto che proprio davanti al negozio c’è la fermata di via Pellicceria di uno dei bussini elettrici che traversano il centro semi-pedonalizzato (l’area pedonale più grande d’Europa, per un periodo).

E per i fiorentini che passavano l’Apple store (già mappato nella cartografia di Mappe di Apple, ovviamente) era fonte di curiosità e diffidenza. Com’è naturale in questa città. Per un tassista, “E stiamo proprio decadendo se adesso ci si mette a far la coda dalla sera prima davanti a un negozio che vende telefonini”. E un altro invece sottolinea che “Codesti americani ormai fanno icché gli pare da tutte le parti”. Per un altro “però l’è bellino”. E infine un quinto sente il bisogno di giocare da maledetto toscano di malapartiana memoria: “L’è ancora una banca, dopotutto: t’entri dentro e gli dai sempre un sacco di soldi”.

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L’interno del negozio è veramente essenziale, lo avete visto nelle foto, o di persona se siete passati di là. Alcuni degli elementi che sono stati portati a Firenze in realtà originano da questa città: i famosi pavimenti in pietra che erano stati voluti da Steve Jobs in persona (sua figlia è venuta a studiare arte a Firenze e lui stesso era un habitué della Toscana in generale e di Firenze in particolare. Ma se con gli occhi della fantasia si fanno scomparire per un attimo i tavoli in legno chiaro e i grandi schermi luminosi con le pubblicità dei nuovi telefoni (una cosa buffa: ci sono già le pubblicità degli iPhone 6s, mentre in commercio in Italia ancora per un po’ ci sono i modelli precedenti), spiccano i lampadari in ferro battuto con le lampade originali degli esterni di città, un tocco delicato e rispettoso nell’interpretazione che gli architetti di Apple hanno voluto dare al negozio nel cuore di Firenze.

Mi chiedevo, non vivendo più da tempo in città, quale lettura avrebbero dato i miei ex concittadini del nuovo Apple Store ma, come mi faceva notare un amico residente e convocato per l’occasione, in realtà non solo Firenze è città della moda (letteralmente dietro l’angolo, via Tornabuoni, il salotto buono della città con le griffe più importanti del pianeta), ma ha già un Apple store seppure defilato, al centro commerciale dei Gigli. Pochi minuti (beh, anche un po’ di più: dipende dal traffico) dalla periferia ovest e punto di riferimento di tutta la piana. La novità in realtà non c’è, invece emerge solo la voglia di far polemica per quel gusto tutto fiorentino di farla sempre.

E quindi via ai discorsi sui presunti favori del sindaco attuale o addirittura di Renzi per aprire un negozio in centro (“E cosa gli avranno dato, un iPod aggràtisse?” si chiede ironicamente un altro), sulle rastrelliere di biciclette spostate, sulla ripulitura di quell’angolo che diventerà, anzi è già diventato uno dei magneti del centro della città. Qui non solo fiorentini ma gente da tutto il mondo arriverà, felice di trovare uno dei non-luoghi preferiti della globalizzazione (ne ho ampiamente discettato anche in un ebook dedicato proprio ai negozi di Apple), di riparare un telefono, comprare una cover, cambiare una batteria o semplicemente navigare e controllare la posta sul WiFi gratuito della Apple, che filtra le comunicazioni di Skype ma consente quelle di FaceTime.

Polemiche sindacali? C’è chi le fa, ma anche chi osserva che Apple la sessantina di dipendenti di questo store li assumerà a tempo indeterminato (finito il periodo di prova per i neo-reclutati) con contratto al commercio pieno, mentre non si può dire la stessa cosa per le altre catene che vivono sostanzialmente di stagionali e mezze promesse mal mantenute.

Questa volta, però, sono stato stupito anche da un’altra cosa. La mancanza di una polemica che dalle mie parti nessuno ha mai fatto. Perché non c’è fiorentino che non capisca che se uno vuole un iPhone, può essere un operaio o un milionario, ma se risparmia e lo vuole ha tutto il diritto di comperarselo. Una città di stile e di bellezze alle volte malamente contrastanti con una certa, naturale tendenza alla disorganizzazione e la vocazione al commercio, ha anche l’intelligenza antica di capire che se ti metti in coda per comprare un telefono forse vuol dire una cosa: che lo vuoi comprare. Senza ipocrisie o falsi moralismi, che almeno quelli non sono una caratteristica di Firenze.

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All’apertura anche il vostro cronista è entrato come le altre persone facendo il tunnel di braccia e applausi dei ragazzi e delle ragazze dello store, con le nuove magliette color grigio-viola. Un’emozione fortissima passare tra gli applausi e le urla di incitamento. Un riconoscimento che alla fine è “all about the customers” e la loro soddisfazione. Certo, non è come l’asfittica botteguccia di una volta, forse è una americanata, però state tranquilli che i fiorentini l’apprezzano e presto si vanteranno di avere uno dei più begli Apple Store del pianeta, nella sua essenziale semplicità. “Dopotutto, gli è come diceva quell’altro – mi fa il mio amico – ‘lesse is more’, no?”, dice calando l’accento anche sull’inglese. Viene da sorridere.

Un’ultima nota. Uscendo per procacciarmi un panino con il lampredotto fatto come si deve (specialità locale assai gradita agli indigeni me compreso), noto una statua e una targa in una nicchia a pochi metri di distanza sotto i portici. È nel tratto che congiunge il palazzo dov’è l’Apple store al più moderno (e bello) palazzo della Posta. Lì c’è un passaggio sopra via degli Anselmi che serve a tenere continuo il loggiato. E nel pilastro centrale, sopra la statua dell’Italia con dedica ai caduti della Prima guerra mondiale, c’è il volto di un uomo barbuto con una targa che recita: “Antonio Meucci. Inventore del telefono. Morì nel 1889 in terra straniera povero e defraudato de’ suoi diritti. L’Italia di Vittorio Veneto e la sua Firenze ne rivendicano con materno orgoglio la gloria”.

Penso: che ironia però. Aprire proprio qui il negozio di Apple. Un’azienda che è diventata il simbolo del trionfo dell’ingegneria americana, della rivoluzione portata dalla telefonia maritata con l’informatica, in ultima analisi della capacità straordinaria di fare impresa di questa cultura. Aprirlo per l’appunto proprio accanto a quest’altro simbolo del genio italiano, antesignano dell’emorragia di talenti che il nostro Paese vive da due secoli, esempio dell’impossibilità e dell’incapacità di capitalizzare sul proprio genio, in ultima analisi per ingenuità e mancanza di cultura imprenditoriale.

Alle tre del pomeriggio ero già in treno, sparato a trecento all’ora verso Milano.

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