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Apple chiude il capitolo Mac Pro: storia e tramonto dell’ultimo Mac per professionisti

Dai Quadra ai Power Mac, dal G5 al “cestino” del 2013: perché la fine del Mac Pro racconta il cambio definitivo di Apple verso il Mac Studio.

Forse molti dei nostri lettori, e anche molti utenti Mac di oggi, non ne hanno mai visto uno. Eppure chi ha una lunga familiarità con il mondo Apple difficilmente può aver dimenticato il Quadra 700, il primo Mac desktop che sembrò davvero mettersi in piedi da solo.

A guardarlo oggi, quel passaggio aveva quasi qualcosa di evolutivo: come il salto dall’Homo habilis all’Homo erectus. Il computer con la mela smetteva di starsene accucciato sotto il monitor e assumeva la forma di una torre. Non era soltanto una questione estetica: quella disposizione liberava spazio sulla scrivania e soprattutto introduceva un’idea molto più matura di espansione, accessibilità e versatilità.

È anche da lì che prende avvio la lunga storia del Mac professionale Apple. Una storia che nel tempo ha cambiato forma, linguaggio e destinatari, ma che ha mantenuto per molti anni un’ambizione costante: offrire una macchina potente, riconoscibile, aperta all’evoluzione delle necessità di chi la usava. Una storia arrivata fino al Mac Pro e che ora si chiude con l’annuncio ufficiale di Cupertino.

Con il Mac Pro non esce di scena soltanto un prodotto. Si chiude anche una certa idea di computer professionale secondo Apple: una macchina verticale, espandibile, pensata per durare e per adattarsi nel tempo. Al suo posto resta oggi un’altra interpretazione del desktop professionale, quella incarnata dal Mac Studio.

È una vicenda che ha avuto molti protagonisti: designer, ingegneri, responsabili marketing, consulenti creativi, ma anche gli utenti stessi, che negli anni hanno chiesto a Apple un Mac sempre più potente e una risposta più attenta alle esigenze del lavoro professionale.

Questa storia ve la raccontiamo passo dopo passo, partendo dai nonni Quadra, passando per i Power Macintosh e arrivando ai molti discendenti della famiglia Mac Pro, ciascuno con un carattere proprio. Alcuni sono nati da scelte progettuali radicali, altri dal tentativo di interpretare le richieste dei professionisti. Il padre più evidente del Mac Pro, almeno dal punto di vista del design, resta Jonathan Ive, protagonista diretto o ispiratore di alcune tra le svolte più importanti e più discusse di questa lunga parabola.

1. Prima della torre: quando il Mac stava ancora sdraiato

Per capire davvero il Mac Pro bisogna fare un passo indietro, prima ancora del nome Mac Pro. Per molti anni Apple ha costruito computer “orizzontali”, macchine da appoggiare sulla scrivania sotto il monitor, eredi di una logica che risaliva agli Apple II e ai Macintosh desktop degli anni Ottanta. 

Il Quadra 700 del 1991 fu il primo Mac a suggerire un’altra postura, ma era ancora una soluzione di compromesso, quasi un desktop verticale derivato dal modello II Cx più che una tower vera.

La forma squadrata, il buon spazio all’interno che funzionava da ottima cassa armonica per il classico suono d’avvio di John Reekes, la facilità con si accedeva alle schede interne invogliavano a farlo crescere pure nel suo volume limitato.

Era dotato di un processore Motorola 68040 a 25 MHz e aveva 4 Slot SIMM a 30 pin per una RAM massima di 68 MB. Gli slot Nubus erano 2 con un slot PDS aggiuntivo. Le memorie erano un hard disk SCSI da 80, 160 o 400 MB, floppy da 1,44 MB. Mentre le porte sul retro erano: ADB, video DB-15, SCSI DB-25, Ethernet AAUI-15, printer, modem, speaker. [dati corretti]

Mac quadra in verticale
Macintosh Quadra 700 in verticale – 1991 – Foto Wikipedia

 Il salto netto arriva  con il Macintosh Quadra 800 del 1993, di fatto un case tower espandibile pensato per sostituire il Quadra 700, ritenuto ormai limitato. 

Questa distinzione, che può sembrare da collezionisti, in realtà è importante anche per capire il clima dei professionisti dell’epoca. Fino a quel momento il Mac “serio” era potente ma non aveva ancora assunto del tutto la postura della workstation. 

Con il Quadra 800 Apple cambia linguaggio: il computer professionale si alza in piedi, guadagna volume interno, raffreddamento, spazio per schede e dischi. 

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Quadra 800 – 1993 – Foto Wikipedia

 

Non è ancora una macchina dal design assoluto ma i raccordi nelle forme cominciano a suggerire l’ambizione di comunicare una bellezza che ambisce a farsi riconoscere. È il tipo di oggetto che in uno studio di impaginazione o in un reparto grafico comincia a farsi notare con un minimo di seduzione ma sopratutto perchè promette un margine di crescita.
Crescita ovviamente connessa con la sua architettura: Motorola 68040 a 33 MHz, quattro slot SIMM, tre slot NuBus più uno 040 PDS, SCSI, Ethernet AAUI, video DB-15. In altre parole, un Mac pensato per essere riempito di cose. 

Anche sul piano del design si sente che siamo in un’Apple precedente a Jony Ive. Il riferimento industriale degli anni Novanta è ancora l’epoca di Robert Brunner, il fondatore dell’industrial design group Apple. È una scuola diversa da quella che dominerà più avanti: più ingegneria che racconto immagnifico, più volume che sintesi, più capacità esibita che eleganza assoluta.


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Power Maintosh 8500

2. Power Macintosh 8500: la torre smette di essere solo grande e diventa una workstation

Se il Quadra 800 è la nascita della tower Apple, il Power Macintosh 8500 è il momento in cui la torre diventa davvero una macchina professionale moderna. Il fattore di forma è quello del  Quadra 800, ma dentro cambia il mondo: PowerPC 604, tre slot PCI, otto slot DIMM, SCSI interno, rete, I/O audio e video addirittura con S-Video e RCA in/out oltre all’audio RCA. Non è ancora il desktop Apple “glamour”; è, più concretamente, un hub da studio. 

I tower Apple prima di Ive erano macchine che piacevano ai professionisti non tanto per la loro purezza formale, quanto perché sembravano nate in mezzo ai problemi reali. Il Power Mac 8500 era il tipo di Mac che in uno studio video o in un ambiente di desktop publishing trasmetteva la sensazione di poter assorbire tutto: schede, memoria, storage, acquisizione, rete.

Il fatto che il processore fosse su daughtercard oggi fa quasi tenerezza, ma allora raccontava un’idea molto concreta di crescita: il computer come corpo fisico aggiornabile in ogni sua componente, destinato a crescere con le esigenze dell’azienda o del professionista. 

È facile immaginare l’apprezzamento per questa elasticità, e al tempo stesso la critica classica a quell’Apple ancora beige e ingombrante, più funzionale che desiderabile. Le specifiche lo sostengono bene: fino a 512 MB di RAM, 3 PCI, SCSI, doppia Ethernet/AAUI, I/O video consumer e pro in una sola macchina. 

Dal punto di vista del design siamo ancora dentro una scuola che cita la workstation classica La forma segue l’accumulo di standard. Il computer professionale Apple non è ancora un manifesto culturale: è una centrale operativa che privilegia l’efficienza delle componenti e si affida agli esperti per la manutenzione.


Dalla prima torre al Mac Pro, storia e fine del Mac per professionisti - macitynet.it3. Il primo grande strappo: Power Mac G3

La prima vera svolta emotiva arriva con il Power Mac G3 presentato in varie forme, ma la vera rottura fu quella del modello il Blue & White del 1999 ispirato al successo dell’iMac.

Dotato di PowerPC G3 a 350, 400 o 450 MHz, 1 MB di cache L2, 4 slot DIMM fino a 1 GB, 4 slot PCI, hard disk Ultra ATA oppure Ultra2 LVD SCSI, due porte FireWire 400, due USB ed Ethernet 10/100. Ma raccontato così è ancora solo un elenco. Il punto è che con questa macchina Apple non cambia solo la scheda logica: cambia il rapporto fisico tra utente e desktop professionale. 

Lo sportello laterale a ribalta è forse il vero gesto distintivo della workstation Apple moderna. 

Chi lavorava in grafica, prestampa, DTP o video digitale non trovava solo più spazio interno: trovava una macchina finalmente comprensibile e accessibile. 

Aprirla non era più un’operazione da tecnico e basta; diventava quasi parte dell’esperienza d’uso. I professionisti apprezzavano proprio questo: ordine, accessibilità, transizione verso standard nuovi come USB e FireWire senza perdere la natura modulare del Mac da lavoro. 

La critica, se mai, poteva arrivare da chi guardava con sospetto la nuova Apple più colorata e meno austera. Ma visto ad anni di distanzia il Mac Blue & White è il punto in cui il desktop pro Apple smette di essere semplicemente robusto e comincia a essere anche intelligente nel modo in cui si lascia avvicinare. 

Ed è qui che vogliamo coinvolgere nel nostro racconto il Twentieth Anniversary Macintosh. Perché mentre il G3 faceva diventare la modularità più umana, il TAM del 1997 aveva suggerito un’altra traiettoria possibile: un desktop  meno aperto, più integrato, e di nuovo più personale aristocratico. Due anime Apple che da allora non smetteranno più di inseguirsi ed alternarsi.

Dalla prima torre al Mac Pro, storia e fine del Mac per professionisti - macitynet.it
PowerMac G4 Aperto: come per il G3 l’accessibilità e l’upgrade è diventato facile per tutti.

Dalla prima torre al Mac Pro, storia e fine del Mac per professionisti - macitynet.it4. L’intruso necessario: Twentieth Anniversary Macintosh

Il Twentieth Anniversary Macintosh non appartiene alla linea delle torri, e proprio per questo è fondamentale. Il vecchio video con un giovane Jony Ive, ci permette di ritrovarlo come uno dei primi all-in-one LCD memorabili di Apple. E infatti il TAM non era una workstation nel senso classico: PowerPC 603ev a 250 MHz, display LCD da 12,1 pollici, audio Bose, impostazione molto meno espandibile dei tower coevi. Era una macchina anomala, un oggetto di lusso a tiratura limitata, più a metà tra desktop e portatile da salotto che tra tower e workstation. 

Per i professionisti non era il Mac da comprare in massa (ne furono prodotti oltretutto poco più di 12.000 esemplari). Era troppo costoso, troppo poco aperto, troppo particolare. Ma dal punto di vista del design è cruciale, perché nel TAM si vede il vocabolario che poi definirà molta Apple successiva: riduzione dell’ingombro visivo, computer come presenza domestica, armonia tra schermo e corpo macchina, rifiuto dell’idea che il desktop debba necessariamente mostrarsi come un insieme di componenti. 

Se il G3 rappresenta il lato democratico e pratico della rinascita Apple, il TAM ne è il lato visionario e quasi elitario. E soprattutto anticipa la tentazione più profonda di Ive: fare del computer non solo una macchina, ma una forma conclusa che vedremo tornare più avanti. 


5. Power Mac G4: la workstation che diventa un’icona

Il Power Mac G4 eredita la lezione del G3 e la rende più compiuta. Le tre famiglie Graphite, Quicksilver e Mirrored Drive Doors consolidano l’idea della tower Apple come macchina da aprire con naturalezza: RAM, dischi, PCI, grafica AGP, porte ormai mature, design sempre più riconoscibile. 

Nel mondo professionale questi Mac si facevano apprezzare perché univano ancora una volta due cose che spesso stavano separate: identità e servizio. 

Erano Mac che facevano figura in studio, ma non erano “solo belli”. Chi lavorava con fotografia, QuarkXPress, Final Cut nelle sue prime incarnazioni o audio digitale li apprezzava perché continuavano a essere macchine concrete. La critica arrivava semmai dai momenti in cui Apple, come spesso le succede, sembrava voler far correre il design un po’ più della standardizzazione dei flussi professionali. 

Ma nel complesso il G4 è il punto in cui la workstation Apple acquisisce una sorta di autorevolezza visiva. Non finge aggressività, non imita il mondo PC.Il professionale non deve sembrare militare o iper-rugged per risultare serio.


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Power Mac G5 – foto Wilkipedia

6. Power Mac G5: la torre come manifesto di reale potenza

Con il Power Mac G5 del 2003 Apple arriva forse al punto di equilibrio più alto della sua storia desktop. Il comunicato ufficiale parla di primo desktop a 64 bit, di modelli fino a dual 2 GHz, di front-side bus fino a 1 GHz, di FireWire 800, Gigabit Ethernet, PCI-X sui modelli superiori, SATA interno, audio ottico e analogico. Ma il dato tecnico più memorabile non è uno solo: è il modo in cui l’ingegneria diventa forma. Apple insiste sulle quattro zone termiche indipendenti e su una rumorosità dimezzata rispetto al G4 precedente. 

In uno studio professionale il G5 faceva un’impressione fortissima. Non solo perché era potente, ma perché sembrava onesto. 

Le grandi griglie forate, l’alluminio anodizzato, le maniglie, l’accesso tool-less: tutto trasmetteva l’idea che la potenza non avesse bisogno di essere mascherata. I professionisti lo amavano proprio per questo equilibrio tra ordine interno, silenziosità relativa e possibilità di crescita.

 Le critiche arrivavano più dalla piattaforma PowerPC nel suo complesso e dalla sua evoluzione futura che non dal progetto in sé. Come oggetto, il G5 resta ancora oggi la torre Apple per eccellenza. 


7. Mac Pro 2006–2012 con Intel: cambia il processore e si apre al futuro

Quando nel 2006 arriva il primo vero Mac Pro, Apple cambia il cuore ma non il corpo. Il comunicato ufficiale parla di quad Xeon a 64 bit, di quattro bay SATA senza cavi, due alloggiamenti ottici, slot PCI Express, doppio Gigabit Ethernet, FireWire 800 e 400, USB 2.0 e addirittura di oltre 4,9 milioni di configurazioni possibili. 

È un dettaglio meraviglioso, quasi eccessivo, ma racconta perfettamente lo spirito del prodotto: il Mac Pro nasce come workstation da configurare, cucire, modellare a propria misura 

Per i professionisti questo era il Mac del sollievo. La transizione a Intel portava finalmente una piattaforma che prometteva prestazioni, compatibilità e crescita futura, senza sacrificare il rituale storico della tower Apple. Il messaggio era semplice: puoi avere il futuro senza buttare via la civiltà della torre. 

Per chi si occupava video, 3D, fotografia di grandi volumi, prestampa e musica professionale, questa continuità fu un enorme punto di forza. La critica, piuttosto, maturò negli anni successivi, quando la linea iniziò a invecchiare e i professionisti più esigenti cominciarono a percepire una certa stasi. 

Ma tra il 2006 e il 2012 il Mac Pro resta il culmine della workstation Apple classica. 


8. Il trauma del 2013: il Mac Pro “a cestino” e il ritorno dello spirito TAM

Il Mac Pro 2013 è la vera frattura della storia. Apple lo presenta prima come “future of the pro desktop” e poi come “the most radical Mac ever”, costruito attorno a un unified thermal core, con Xeon fino a 12 core, dual workstation-class GPUs, six Thunderbolt 2 ports, PCIe flash storage, ECC memory e un volume pari a un ottavo del modello precedente. 

Se si leggono le recensioni dell’epoca, il clima dei professionisti è quasi perfetto nella sua ambivalenza. Si pprezzano le prestazioni multicore, la doppia GPU, lo storage velocissimo, la silenziosità e il design compatto; ma l’assenza di espansione interna, il costo delle configurazioni alte e il fatto che molta crescita venga spostata fuori dal case contraddicono l’idea che molti hanno della workstation realmente aggiornabile soprattutto lato PCI e storage, con il rischio di finire con matasse di cavi e box esterni dietro la macchina.

È qui che torna il TAM come vero antecedente concettuale. Il cilindrico del 2013 applica al desktop pro la logica dell’oggetto integrato, denso, quasi prezioso, che nel 1997 il TAM aveva sperimentato su un piano più elitario. I professionisti più legati a SAN, storage esterno, sale macchina e ambienti audio silenziosi potevano vedere nel progetto un’idea anche interessante: meno rumore in studio, meno calore accanto alla postazione, più banda esterna via Thunderbolt 2. 

Ma chi aveva costruito il proprio lavoro sul gesto fisico della tower — aggiungere schede, sostituire GPU, riempire il case di drive — viveva quella macchina come una negazione culturale prima ancora che tecnica. 

Qui sotto la galleria della presentazione del Mac Pro “rivoluzionario”. (foto di Settimio Perlini)


Apple conferma l’arrivo del nuovo Mac Pro

9. Il ritorno del tower: Mac Pro 2019

Nel 2019 Apple abbandona il Mac Pro a cestino e cambia tono in modo esplicito. Il comunicato ufficiale dice tutto già nel sottotitolo: maximum performance, expansion and configurability. 

Il nuovo Mac Pro offre Xeon fino a 28 core, 1,5 TB di RAM, otto slot PCIe, moduli MPX, acceleratore Afterburner e un involucro in alluminio che si solleva per dare accesso a 360 gradi al sistema. È il ritorno della workstation come spazio fisico di lavoro. Su questa pagina parliamo a fondo del suo processo di ingegnerizzazione.

Nell’ambiente pro questo modello fu accolto con una sensazione molto chiara: Apple aveva capito la lezione. I reparti video di fascia alta, il 3D pesante, il cinema digitale, la color correction, l’audio con hardware dedicato, i flussi di lavoro con schede particolari tornavano ad avere un Mac pensato per loro. 

Naturalmente le critiche non mancavano: prezzo molto alto, ecosistema costoso, accessori discussi, e la sensazione che Apple fosse tornata alla tower non per convinzione piena ma per necessità. Però, nel giudizio dei professionisti che avevano sofferto davvero il Mac Pro del 2013, il 2019 rappresentò una sorta di riconciliazione. 

Dopo l’esperimento quasi-TAM del cilindrico, Apple tornava al polo opposto della sua identità: non oggetto chiuso da ammirare, ma macchina tecnica da popolare e far crescere.


10. Mac Pro 2023: la torre resta, ma si alza il ponte levatoio

Il Mac Pro 2023 con M2 Ultra è forse il capitolo più ambiguo e per questo più interessante.

Apple lo presenta come il modello che completa la transizione ai processori Apple Silicon. 

Le specifiche ufficiali parlano di CPU a 24 core, GPU fino a 76 core, banda memoria 800 GB/s, 64 GB unificati di base fino a 192 GB, sei slot PCIe Gen 4 full-length più uno x4, otto Thunderbolt 4, due Ethernet 10Gb, due SATA interni. Sulla carta, ancora un Mac Pro. Ma solo fino a un certo punto. 

Perché in realtà questo Mac Pro non restituisce davvero la modularità storica della linea. Restano gli slot PCIe, e per molti flussi questo conta eccome. Ma CPU, GPU e memoria non sono più aree di espansione tradizionale: sono parte del SoC. È una torre con un cuore sigillato. 

Ed è proprio per questo che il destino del prodotto è stato fragile e la sua vita relativamente breve. 

Il  27 marzo Apple annuncia la dismissione del Mac Pro, dopo anni in cui l’M2 Ultra del 2023 era rimasto senza un vero successore. Le ragioni chiare  prezzo elevato, adozione limitata e concorrenza interna del Mac Studio, più economico e più aggiornato.

Modello Anno CPU RAM max Storage Slot Porte Espandibilità Forma
Quadra 700
transizione
1991 68040 25 MHz 68 MB SCSI NuBus ADB, SCSI media desktop/verticale
Power Mac 8500 1995 PowerPC 604 512 MB SCSI PCI RCA, S-Video alta tower beige
Power Mac G3 1999 G3 1 GB ATA/SCSI PCI USB, FireWire alta tower blu
Power Mac G4 2001 G4 1.5 GB ATA PCI + AGP USB, FW alta tower
Power Mac G5 2003 G5 8 GB SATA PCI-X FW800 alta alluminio
Mac Pro (Intel) 2006 Xeon 32 GB+ SATA PCIe FW800, USB massima tower
Mac Pro 2013 2013 Xeon E5 64 GB SSD PCIe — Thunderbolt 2 bassa interna cilindro
Mac Pro 2019 2019 Xeon W 1.5 TB SSD PCIe TB3, 10GbE massima tower
Mac Pro 2023 2023 M2 Ultra 192 GB SSD PCIe TB4 limitata (SoC) tower

M4 Ultra non può esiste perché negli M4 Max manca l'archittetura UltraFusion - macitynet.it
Mac Studio 2025

11. Chi rimpiangerà davvero il Mac Pro, e chi lo ha già lasciato per il Mac Studio

Mac Pro non mancherà a tutti. Non mancherà nemmeno alla maggioranza dei professionisti Mac. 

Mancherà soprattutto a una categoria molto precisa: chi vive ancora di schede PCIe specialistiche, acquisizione e I/O dedicati, audio professionale con DSP o interfacce particolari, memorie interne/ibride molto specifiche, ambienti dove la workstation è anche un nodo fisico di infrastruttura e non solo una fonte di calcolo. Per questi utenti la torre non era una nostalgia: era un linguaggio di lavoro. E finché PCIe interno significava libertà vera, il Mac Pro aveva ancora un senso forte. 

Chi invece ha già fatto pace con la sua fine, spesso, lo ha fatto da tempo. Fotografi, montatori, motion designer, sviluppatori, creativi 3D non dipendenti da schede interne proprietarie, musicisti con setup ormai esternalizzati, studi che privilegiano silenzio, ingombro ridotto e potenza per watt, hanno trovato nel Mac Studio il punto d’arrivo più logico. 

E qui vale chiarire il dato attuale: oggi Mac Studio è offerto da Apple con M4 Max o M3 Ultra, con Thunderbolt 5 e fino a 256 GB di memoria unificata nel modello M3 Ultra. 

In pratica Apple stessa lo presenta come “the most powerful Mac ever”. Questo spiega molto bene chi abbia già sostituito mentalmente — e spesso operativamente — il Mac Pro: chi non ha bisogno del grande corpo della workstation, ma solo di un desktop fortissimo, silenzioso, compatto e più conveniente. 

In fondo è una conclusione coerente con tutta la storia che abbiamo attraversato. Per trent’anni Apple ha oscillato tra due idee opposte di desktop professionale: macchina da aprire e oggetto compiuto. Il Quadra 800, l’8500, il G3, il G4, il G5 e il Mac Pro classico stavano dalla parte della prima. Il TAM, il Mac Pro cilindrico e in parte il Mac Pro Apple silicon stavano dalla parte della seconda. 

Oggi il Mac Studio è la vittoria di quella seconda idea, resa finalmente pragmatica. Non è l’oggetto affascinante ed aristocratico che fu il TAM. Non è l’esperimento divisivo che fu il cestino del 2013. È, molto più semplicemente, il punto in cui Apple ha convinto o se volete, costretto, una larga parte del mondo pro che il desktop non deve più per forza aprire il suo fianco per essere davvero professionale. Per i pro basta il Mac Studio.

E per i super-professionisti che necessitano enormi potenze di calcolo? Il futuro potrebbe essere ancora Mac Studio ma con qualcosa in più che ipotizziamo su questa pagina.


Nota: se siete dei collezionisti o degli appassionati è ancora possibile trovare diversi di questi modelli su Ebay: Quadra 700, Quadra 800, Power Macintosh 8500, Power Macintosh G3, Power Macintosh G4, Power Mac G5.

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