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È morto Om Malik e con lui finisce la Silicon Valley dei blogger

Lutto nel mondo della tecnologia. È morto Om Malik e con lui si chiude una stagione della Silicon Valley. Prima che il tech diventasse narrazione industriale, finanziaria e algoritmica, c’erano voci capaci di raccontarlo dall’interno con autonomia, stile e giudizio. Malik è stato una di quelle voci: fondatore di GigaOm, osservatore lucidissimo, ponte tra giornalismo e venture capital. La sua scomparsa è il segnale che un’intera epoca del tech ha ormai cambiato volto.

Un blog nato nelle macerie della bolla

Autunno del 2001: il Nasdaq continuava a perdere quota, le grandi scommesse delle dot-com si chiudevano tra polemiche e fallimenti, e Om Malik, nato a Nuova Delhi nel 1966 e da qualche anno approdato a San Francisco per lavorare nel giornalismo tecnologico, aprì un blog con un obiettivo preciso e dichiarato: promuovere il suo primo libro, Broadbandits: Inside the $750 Billion Telecom Heist, un’inchiesta sulla devastazione finanziaria del settore delle telecomunicazioni.

Non era un progetto imprenditoriale: era una cosa da giornalisti, quella di trovare qualsiasi modo per far leggere quello che si era scritto. La cosa straordinaria è che da quell’atto apparentemente minore si sviluppò, per gradi, la più influente pubblicazione di giornalismo tecnologico indipendente dell’intera stagione dei blog americani.

La scuola di partenza era solida. Malik aveva fatto la triennale in chimica al St. Stephen’s College di Delhi nel 1986, si era poi trasferito a New York dove aveva fondato Desiparty.com, un servizio di events listing per la diaspora indiana, e aveva poi lavorato per Red Herring, Quick Nikkei News e Business 2.0, facendo parte anche del team di lancio di Forbes.com nel 1997, in un periodo in cui la rete cambiava ogni settimana forma e vocazione.

Era, in altre parole, uno dei pochissimi che aveva visto nascere il giornalismo tecnologico in rete e lo aveva praticato sul campo, dall’interno delle redazioni che cercavano di capire cosa fosse Internet. Quel percorso gli aveva dato qualcosa che poi avremmo scoperto essere molto raro ancora oggi: la doppia competenza del cronista che conosce il settore e dell’editore digitale che capisce i meccanismi della distribuzione online.

GigaOm: quando un blog diventa un’istituzione

GigaOm crebbe in modo organico e quasi silenzioso, trasformandosi in una media company e società di ricerca che diventò lettura obbligatoria per chiunque stesse costruendo startup, cercando finanziamenti o cercando di capire dove andava l’ecosistema della Bay Area.

Malik era bravissimo a trovarsi nel posto giusto al momento giusto, comprendendo soprattutto di esservi arrivato e di averlo fatto prima degli altri. E infatti aveva capito una cosa che molte testate tradizionali avrebbero impiegato parecchi anni a capire: i lettori cercavano un punto di vista autorevole e personale, non la neutralità forzata degli articoli di agenzia. La voce che Malik ha costruito, a metà tra il cronista di settore e l’analista indipendente, era la sua principale risorsa editoriale e al tempo stesso la cosa più difficile da replicare.

Il colpo di scena nella vita di Malik arrivò nel 2008: un attacco di cuore serio abbastanza da costringerlo a rimettere in discussione l’intera esistenza professionale. Fu quell’anno, nove mesi dopo il ricovero, che entrò in True Ventures come venture partner, l’azienda che aveva finanziato GigaOm già dal principio e che lo aveva sostenuto nella trasformazione da blog a struttura editoriale complessa.

Il cerchio si chiudeva con una notevole simmetria: la stessa venture capital che aveva creduto nella sua idea di media company lo accoglieva adesso dall’altra parte del tavolo, quella di chi decide dove vanno i capitali nell’ecosistema delle startup.

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Foto dal sito om.co

La chiusura di GigaOm e il senso di una perdita

Malik lasciò la guida operativa di GigaOm nel 2014 e nel marzo del 2015 la società chiuse i battenti, incapace di pagare i creditori in un momento in cui il modello del giornalismo digitale a grande scala stava rivelando tutte le sue fragilità strutturali.

La notizia della chiusura circolò nella comunità tech come un piccolo lutto: non si chiudeva solo un sito, ma si chiudeva un modo di fare giornalismo tecnologico che aveva segnato un’intera generazione di lettori e di giornalisti. Malik stesso scrisse che non era il finale che avrebbe voluto per qualcosa che aveva costruito con tanta cura.

Quello che successe dopo è la parte meno raccontata della storia, ma forse la più rivelatrice del carattere dell’uomo. Il sito personale om.co continuò a ospitare riflessioni sulla tecnologia, la fotografia (grande passione per le macchine digitali Leica), la vita, scritte con una lentezza deliberata che era l’opposto esatto della cultura del clickbait che stava divorando il giornalismo digitale.

Malik divenne qualcosa di raro nella Silicon Valley contemporanea: una voce slow in un ecosistema ossessionato dalla velocità, capace di attrarre lettori proprio perché non inseguiva le mode ma le osservava da una distanza critica. Il suo ultimo articolo, pubblicato nei giorni immediatamente precedenti la morte, era dedicato al modello Mythos di Anthropic e al significato culturale di quel nome: un segnale che l’interesse per le grandi trasformazioni tecnologiche non si era mai attenuato.

Il cordoglio della Silicon Valley

La notizia della morte, comunicata dalla famiglia il 24 giugno 2026, ha prodotto una reazione che va oltre il normale cordoglio professionale. Marc Benioff, amministratore delegato di Salesforce, ha descritto Malik come un pioniere capace di dare forma all’anima della Silicon Valley, parole che in bocca a un imprenditore tecnologico hanno il sapore preciso del riconoscimento postumo di un debito.

Un altro peso massimo, “anziano” della Silicon Valley, Paul Graham, cofondatore di Y Combinator, ha ricordato la gentilezza e la qualità umana più ancora della competenza professionale: è tornato a rileggere le vecchie email con Malik, e quella scelta racconta qualcosa di importante su come venisse percepito da chi lo aveva conosciuto.

Kara Swisher, una delle voci più autorevoli del giornalismo tecnologico americano, ha ricordato che il lancio di GigaOm fu un passaggio fondamentale nella storia dell’informazione tech indipendente.

Il registro comune di questi tributi non è scontato e va ben oltre quello della celebrazione di un professionista. Si tocca il ricordo di una persona che rispondeva alle email, che dava consigli, che manteneva un’attenzione autentica al lavoro degli altri senza aspettarsi nulla in cambio.

Nella Silicon Valley di oggi, dove il peso di un individuo si misura in valutazioni miliardarie e in follower, questo tipo di presenza discreta e generosa è già una stranezza che vale la pena segnalare. Quello che emerge dai ricordi di chi lo ha conosciuto è il ritratto di qualcuno che influenzava il dibattito più con il giudizio e con il gusto che con il potere formale, e che aveva scelto deliberatamente di stare in quel ruolo.

Il lascito e la domanda scomoda

Tutto questo non sarebbe completo senza riconoscere la trasformazione epocale che la scomparsa di Malik contribuisce a rendere visibile. Il giornalismo tecnologico indipendente che GigaOm ha rappresentato, quello che leggeva la Silicon Valley dall’interno con occhi critici e curiosità intellettuale genuina, ha prodotto in quegli anni qualcosa che il mercato non è stato in grado di sostenere a lungo: un modello editoriale basato sull’autorevolezza individuale piuttosto che sulla scala e sul traffico.

Le piattaforme hanno poi ridisegnato tutto, comprimendo lo spazio per le voci che non si adattano alla logica dell’engagement, e adesso l’intelligenza artificiale sta per ridisegnare ancora una volta i confini di cosa significhi fare giornalismo tecnologico in modo credibile.

C’è però una qualità specifica di Malik che nessuna ristrutturazione del mercato editoriale sembra in grado di produrre a comando. Era giornalista, poi venture capitalist, poi di nuovo essenzialmente scrittore: ha attraversato le trasformazioni del tech come osservatore partecipante, senza mai perdere quella distanza critica che è il requisito minimo per capire qualcosa di quello che si racconta.

I libri migliori sulla Silicon Valley restituiscono spesso quella qualità: la capacità di guardare il presente senza i paraocchi dell’entusiasmo di parte, vedendo le contraddizioni che la propaganda del settore sistematicamente nasconde. Malik la possedeva in modo naturale, e questo spiega perché la sua assenza sarà difficile da colmare.

Con Om Malik se ne va qualcosa che non ha un nome preciso ma che chiunque abbia letto GigaOm nei suoi anni migliori riconoscerebbe subito: la sensazione che dall’altra parte ci fosse una persona capace di giudicare, di appassionarsi, di cambiare idea. La Silicon Valley dei blogger che lui ha contribuito a costruire è finita prima che lui morisse: GigaOm ha chiuso undici anni fa, i blog hanno ceduto il posto ai social, le voci individuali si sono moltiplicate fino a perdere quasi ogni peso specifico. Ma finché Malik scriveva, quella stagione aveva almeno un testimone.

 

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