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Quant’è grande il mercato dei programmatori?

La segmentazione dei mercati è più un’arte che non una scienza esatta. Anche perché è ovviamente legata ai cambiamenti della società, delle strutture legislative ed economiche e a un certo modo ideologico di intendere il tempo presente. Oggi, ad esempio, una delle categorie più importanti per la società sono gli “informatici”: programmatori e tutto il resto. Perché i programmatori sono solo un tipo di persone che agiscono sui computer: ci sono i sistemisti, gli esperti di rete, gli esperti di cybersicurezza e varie altre specialità.

Sono una classe di lavoratori e sono anche un mercato fatto da consumatori: c’è infatti chi vende prodotti e servizi destinati a queste figure. Dalle assicurazioni professionali agli occhiali (visto che usano tanto i monitor) fino ai più strani e singolari dettagli. Apple, ad esempio, da vari anni tiene anche loro in considerazione quando produce i suoi computer soprattutto quelli portatili della linea “pro”.

La domanda allora diventa: chi sono e quanti sono gli informatici intesi come addetti del settore? È quello che vediamo in questo articolo.

Definire il perimetro

Il primo ostacolo è terminologico. Programmatore, sviluppatore software, professionista IT: tre etichette che sembrano sinonimi ma che in realtà identificano insiemi concentrici e non coincidenti. I programmatori e gli sviluppatori sono coloro che scrivono codice, progettano applicazioni, costruiscono sistemi. I professionisti IT sono una categoria più ampia, che abbraccia anche sistemisti, ingegneri di rete, esperti di cybersicurezza, architetti cloud, analisti di dati e figure di supporto tecnico. Capire quale perimetro si stia misurando cambia radicalmente i numeri che escono fuori dall’analisi.

Le stime disponibili oscillano proprio in funzione di questa scelta definitoria. Per i soli programmatori e sviluppatori, la cifra più citata nei report di settore si aggira intorno ai trenta milioni a livello mondiale, con una forchetta che va da ventisette a trentacinque milioni secondo la fonte e l’anno di riferimento. Una stima specifica proiettava 26,9 milioni di sviluppatori nel 2020, con una previsione di crescita a 28,7 milioni nel 2024. Dati più recenti, però, parlano già di 47,2 milioni, ma questa cifra si riferisce probabilmente a una definizione più generosa di “sviluppatore”, che include figure ibride e professionisti del cosiddetto low code e no code.

Se invece si allarga la prospettiva all’intera galassia dei professionisti IT, la stima prudente sale a una forchetta tra cinquanta e sessanta milioni di persone nel mondo. Una popolazione più grande di quella di molti stati europei, distribuita in modo tutt’altro che uniforme sul pianeta.

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La mappa della distribuzione globale

La distribuzione geografica dei programmatori racconta molto sullo stato dell’economia digitale mondiale. Quasi la metà di tutti gli sviluppatori del mondo si trova nell’area Asia-Pacifico, che assorbe circa il 46% del totale globale. L’Europa segue con il 23,7%, il Nord America con il 15,7%, l’America Latina con il 9,8%, mentre il Medio Oriente e l’Africa coprono insieme il residuo 4,9%.

A livello di singoli paesi, la Cina guida in modo netto con circa sette milioni di sviluppatori, seguita da Russia con 3,2 milioni, Stati Uniti con 4,4 milioni e India che, secondo il data playground di JetBrains, conta 2,8 milioni di sviluppatori professionali, anche se la percentuale indiana sulla popolazione mondiale degli sviluppatori viene stimata in alcune fonti attorno al 12,6%. Il Regno Unito si assesta intorno a 1,8 milioni. In Europa continentale, la Germania guida con circa 873mila unità, seguita da Francia con 477mila, Polonia con circa 300mila e Ucraina con 172mila.

Vale la pena notare che la Polonia e l’Ucraina sono due dei casi più interessanti della mappa europea: entrambi i Paesi hanno costruito negli ultimi vent’anni una reputazione solida nell’outsourcing dello sviluppo software, diventando fornitori strategici per molte aziende occidentali. Non è solo un fenomeno di mercato del lavoro: è anche una scelta industriale deliberata, sostenuta da politiche educative orientate alle discipline STEM.

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Cosa succede in Italia

Per l’Italia il quadro è paradossalmente meno preciso che per molti altri Paesi. I dati globali non sempre isolano il contributo italiano con sufficiente granularità. La fonte più robusta disponibile non fornisce il numero di programmatori in senso stretto, ma indica che nel 2025 operano in Italia 24.076 imprese nel settore dello sviluppo software. Un’altra stima, più ampia, parla di 490mila professionisti IT distribuiti in 38mila aziende IT attive sul territorio nazionale.

La differenza tra le due cifre non è trascurabile, e riflette esattamente il problema definitorio già visto a livello globale. Le 24mila imprese software sono un dato sul tessuto produttivo, non sul numero di persone. I 490mila professionisti IT sono invece una stima sulla forza lavoro, che però include ruoli molto diversi tra loro. Ricavare da queste due informazioni il numero di programmatori italiani in senso stretto richiederebbe proiezioni e coefficienti che le fonti disponibili non forniscono esplicitamente. La cosa diventa molto rilevante quando si pensa alla formazione, all’inquadramento professionale (non esiste un albo degli informatici nonostante esistano vari corsi di laurea che formano questa figura sia a ingegneria che addirittura nelle facoltà di informatica) e al rapporto con il fisco, gli incentivi di settore, le possibilità di sviluppo e crescita.

Cosa vuol dire questo? Varie cose, sicuramente. Però, quel che è certo è che l’Italia non compare nelle classifiche dei principali Paesi per numero assoluto di sviluppatori, a differenza di Germania, Francia e Polonia, che risultano tra i poli europei riconosciuti. Un dato che dovrebbe far riflettere, considerando che il paese ha una delle tradizioni ingegneristiche più antiche d’Europa. Tuttavia, nonostante i nostri politici e amministratori si riempiano la bocca di parole innovazione, digitalizzazione, sviluppo, nessuno ha mai preso seriamente in carico una strategia di sviluppo e crescita organica su questa categoria che sinora da un punto di vista legale da noi è di fatto inesistente.

I sistemi operativi preferiti

Torniamo a una analisi globale. Un modo alternativo per capire la dimensione e le preferenze di questa popolazione professionale è guardare agli strumenti che usa. E qui emergono dati interessanti, soprattutto per chi produce tecnologia destinata agli sviluppatori. Secondo le rilevazioni di Stack Overflow, Linux è utilizzato come sistema operativo in ambito lavorativo dal 40% degli sviluppatori, mentre macOS si attesta attorno al 33%. Dati che non sono cumulativi, perché molti sviluppatori usano più sistemi in parallelo, ma che danno la misura della composizione tecnologica di questa categoria professionale.

Le rilevazioni di settore più specifiche indicano che macOS viene usato come piattaforma principale di sviluppo in una forchetta tra il 40 e il 45% dei casi, con picchi che in alcune nicchie tecniche possono arrivare fino all’87%. Apple, che da anni cura con attenzione la linea MacBook Pro proprio pensando agli sviluppatori, può dunque contare su una quota di adozione straordinariamente alta rispetto al suo peso complessivo sul mercato PC generale, che a livello globale si assesta attorno al 9-10%. Negli Stati Uniti, nel solo segmento dei laptop, Apple arriva al 14,9% nel mercato complessivo, con una crescita trainata dalla linea MacBook.

Questo divario tra quota di mercato generale e quota di adozione tra i professionisti tecnici non è casuale. È il risultato di decenni di scelte di prodotto coerenti con le esigenze di chi passa molte ore davanti a un terminale, e di un ecosistema di sviluppo che su macOS ha trovato un habitat particolarmente ospitale, soprattutto dopo la transizione all’architettura ARM con la serie di chip Apple Silicon.

Il mercato come problema metodologico

C’è un’ultima questione che vale la pena sollevare, perché riguarda la natura stessa di questi numeri. Le stime sui programmatori nel mondo non sono il prodotto di un censimento universale: sono il risultato di survey campionarie, proiezioni da dati nazionali, inferenze da piattaforme come GitHub o Stack Overflow, e classificazioni statistiche che cambiano da Paese a Paese. Non esiste una definizione unica e globale di programmatore o sviluppatore software, e questo rende ogni cifra globale una stima ragionata più che un dato empirico solido.

JetBrains, che gestisce una delle piattaforme di sviluppo più diffuse al mondo, stima il totale dei professionisti dello sviluppo software attivi a livello globale in circa 20,8 milioni, una cifra inferiore alle proiezioni più generose ma probabilmente più vicina alla realtà del mercato professionale in senso stretto. Se si considerano, come mercato potenzialmente raggiungibile per un prodotto dedicato agli sviluppatori, solo coloro che usano strumenti professionali in modo intensivo e che operano in contesti con stack tecnologici compatibili, il numero si riduce ulteriormente, a una forchetta tra cinque e otto milioni.

È un mercato grande, ma non gigantesco. Ed è un mercato che si segmenta in modo molto preciso: per sistema operativo, linguaggio di programmazione, settore industriale, dimensione dell’azienda per cui si lavora, collocazione geografica. Chi vuole servire questo pubblico deve scegliere con cura il proprio sottoinsieme, perché i trenta milioni di programmatori teorici nascondono al loro interno decine di mercati diversi, con bisogni, abitudini e capacità di spesa molto differenti tra loro.

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