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La fregatura Android brucia ancora: Apple scatena la guerra contro OpenAI

OpenAI nel 2026 come Google nel 2010: un pericolo esistenziale per l’iPhone, da fermare a tutti i costi. È questo il significato più profondo della causa scatenata da Apple contro la società di Sam Altman, una battaglia che porta dentro di sé i geni di quella intrapresa 16 anni fa da Steve Jobs, quando dichiarò la sua «guerra termonucleare» contro Android, convinto che Google avesse rubato le idee alla base dell’iPhone.

Se nel 2010 Apple trascinò in tribunale Samsung e gli altri protagonisti dell’ecosistema Android, accusandoli di aver copiato l’iPhone, questa volta nel mirino c’è OpenAI, che avrebbe sottratto segreti industriali attraverso alcuni ex dipendenti di Cupertino entrati nel gruppo incaricato di sviluppare i suoi futuri dispositivi.

Il parallelo tra le due vicende è il punto di partenza scelto dal Wall Street Journal per spiegare il significato più ampio della causa scatenata da Apple non soltanto per proteggere documenti, componenti e informazioni riservate, ma anche per rallentare un concorrente potenzialmente capace di mettere in discussione l’era dell’iPhone, operando in anticipo per non ripetere l’errore del 2010.

Quando Apple attaccò Samsung, gli smartphone concorrenti erano già sul mercato e vendevano milioni di pezzi. Il dispositivo di OpenAI, invece, non è ancora stato presentato ufficialmente: non ha un nome definitivo, una forma confermata, un prezzo o una data certa di lancio.

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La stessa accusa, sedici anni dopo

Al centro delle due guerre legali c’è la medesima accusa: sarebbero state utilizzate innovazioni nate dentro Apple per costruire un prodotto concorrente.

Nel caso Android, Steve Jobs si sentì tradito anche perché Eric Schmidt, allora amministratore delegato di Google, aveva fatto parte del consiglio di amministrazione di Apple mentre la sua azienda sviluppava il sistema operativo destinato a sfidare l’iPhone.

Jobs arrivò a definire Android un «prodotto rubato» e promise di distruggerlo. Apple accusò poi Samsung di aver copiato pedissequamente l’iPhone, dando inizio a una lunga serie di cause contro i produttori Android che si concluse soltanto nel 2018 con un accordo tra le due aziende.

Oggi la sensazione di tradimento nasce invece dal passaggio a OpenAI di persone che hanno trascorso anni, in alcuni casi decenni, all’interno dei gruppi più riservati di Cupertino.

La causa sostiene che OpenAI abbia costruito parte della propria squadra hardware facendo leva non soltanto sulle competenze degli ex dipendenti Apple, ma anche su informazioni confidenziali, file interni e componenti fisici provenienti dall’azienda.

Tra le figure centrali c’è Tang Tan, per 24 anni in Apple e arrivato al ruolo di vicepresidente responsabile del product design. Secondo la denuncia, Tan si sarebbe inviato informazioni sui fornitori di Apple e avrebbe invitato candidati ancora impiegati a Cupertino a portare ai colloqui con OpenAI «componenti reali» del proprio lavoro, da mostrare al gruppo durante incontri definiti “show and tell”.

Come osserva il Wall Street Journal, portare un componente a un colloquio tecnico non sarebbe necessariamente un comportamento anomalo, perché ai candidati viene spesso chiesto di illustrare concretamente i progetti ai quali hanno lavorato. Il punto da stabilire è se i pezzi mostrati fossero riservati o contenessero soluzioni protette. Su questo aspetto Apple non ha ancora presentato pubblicamente prove definitive.

Più circostanziate sono le accuse rivolte a Chang Liu, un ex ingegnere Apple passato a OpenAI. Cupertino sostiene che Liu abbia utilizzato il computer aziendale di una ex collega per accedere alla rete interna e scaricare «decine di file riservati relativi all’hardware». Avrebbe inoltre spiegato alla collega, che stava cercando di reclutare per OpenAI, come copiare i documenti evitando problemi con il gruppo di sicurezza.

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L’accordo OpenAI e io spiegato bene, un dispositivo, una sfida e lo spirito di Jobs

La causa che può mettere sabbia negli ingranaggi

La distinzione tra esperienza professionale e segreti industriali è essenziale. Apple non può impedire a un ingegnere di cambiare azienda e di utilizzare le conoscenze maturate durante la propria carriera. Può però contestare il trasferimento di file, componenti, elenchi di fornitori e altre informazioni chiaramente identificabili come confidenziali.

Non è la prima volta che Cupertino ricorre ai tribunali per difendere questo confine: nel 2025 aveva citato un ex ingegnere accusato di aver sottratto informazioni riservate su Vision Pro prima di passare a Snap.

Secondo alcuni osservatori citati dal quotidiano, il nuovo contenzioso sarebbe comunque utile a mettere “sabbia negli ingranaggi” del progetto hardware di OpenAI: rallentarne lo sviluppo, rendere più difficile il reclutamento di altri ingegneri Apple e costringere la società di Sam Altman a dedicare tempo e risorse alla propria difesa.

Il fatto che Apple abbia messo al centro della causa proprio il fattore umano è particolarmente significativo. Dopo il passaggio a OpenAI di numerosi dipendenti ed ex dirigenti di Cupertino, chi riceverà una nuova offerta sarà probabilmente più prudente nel conservare documenti, mostrare componenti o discutere il proprio lavoro durante i colloqui.

OpenAI, da parte sua, dovrà rafforzare i controlli interni e dimostrare di saper distinguere tra l’esperienza professionale legittimamente acquisita da un ingegnere e i materiali riservati appartenenti al suo precedente datore di lavoro.

Attraverso la fase di raccolta delle prove, Apple potrebbe inoltre ottenere l’accesso a comunicazioni e documenti capaci di rivelare almeno in parte come è organizzato il programma hardware della rivale.

In un mercato nel quale tecnologie e modelli cambiano nel giro di pochi mesi, anche un semplice ritardo può trasformarsi in un vantaggio decisivo.

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OpenAI non vuole costruire un altro iPhone

Per capire perché Apple attacchi così frontalmente OpenAI bisogna guardare al contesto. Google, Samsung, Microsoft, Amazon e Meta hanno tentato in modi diversi di limitare il dominio di Cupertino. Nessuno, fino a oggi, è riuscito a rendere marginale l’iPhone.

OpenAI è però un avversario diverso, perché non parte dalla necessità di costruire uno smartphone migliore. Parte dall’intelligenza artificiale e cerca il dispositivo più adatto a utilizzarla.

Il progetto sviluppato insieme a Jony Ive potrebbe puntare a ridurre la necessità di guardare continuamente uno schermo, spostando una parte delle attività oggi svolte attraverso le app verso un’interazione vocale, visiva e contestuale con un assistente sempre disponibile.

In sostanza, Apple non teme che OpenAI costruisca un iPhone migliore. Teme che possa trovare un modo per rendere l’iPhone meno necessario.

Il rischio è ancora più evidente in un momento nel quale Siri ha accumulato ritardi e Cupertino ha dovuto appoggiarsi a tecnologie sviluppate da altre aziende. Apple conserva però un vantaggio gigantesco nella distribuzione, nell’hardware e nell’integrazione tra prodotti e servizi.

Chi vuole distribuire un assistente AI su larga scala deve ancora passare, direttamente o indirettamente, attraverso iPhone, iPad e Mac. La causa può servire proprio a difendere questo vantaggio mentre Cupertino cerca di recuperare terreno nell’intelligenza artificiale.

La lezione lasciata dalla guerra contro Android

Il precedente Android mostra allo stesso tempo l’utilità e il limite della strategia.

Le cause contro Samsung produssero sentenze, risarcimenti e accordi. Costrinsero i concorrenti a modificare alcune soluzioni e tennero per anni sotto pressione i produttori di smartphone Android.

Non impedirono però ad Android di diventare il sistema operativo mobile più diffuso al mondo.

I tribunali possono punire il furto di un segreto, imporre un risarcimento e rallentare un progetto. Non possono fermare una piattaforma che ha trovato il proprio mercato.

È qui che la tesi del Wall Street Journal trova la sua conclusione. La causa può proteggere i segreti industriali, frenare il passaggio degli ingegneri e mettere sabbia negli ingranaggi di OpenAI. Ma il precedente Android ricorda che il futuro della tecnologia non viene deciso nei tribunali: viene deciso dal prodotto che gli utenti sceglieranno di usare.

Tim Cook può forse usare gli avvocati di Apple per guadagnare tempo e consegnare al successore John Ternus un concorrente meno libero di muoversi. Ma la battaglia per i dispositivi AI dovrà comunque essere vinta sviluppando prodotti migliori, non soltanto presentando denunce.

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