Venti anni di iMac, il computer da cui è ripartito tutto

Senza il piccolo uovo colorato probabilmente non ci sarebbe una Apple di cui parlare. Storia e passione della piccola bomba che ha rimesso in pista l’azienda guidata da Steve Jobs

venti anni di imac

All’epoca fu divisivo, creò grande dibattito, fu quasi osteggiato. Alcuni ne videro l’enorme potenziale, altri invece pensarono a un prodotto sbagliato, inutile.

Esattamente venti anni fa Steve Jobs presentò alla stampa il nuovo computer di Apple: l’iMac. Era ovviamente un computer profondamente diverso da quello che conosciamo oggi, ma la filosiofia è la stessa: tutto integrato, monitor a tubo catodico, scocca trasparente che nel tempo è diventata sempre più colorata, niente floppy, niente porte di connessione “vecchie”, CD/Dvd, benvenuta USB, benvenuto AirPort e quindi benvenuto Wi-Fi.

Dal ritorno di Steve Jobs nel 1997 l’unica cosa che Apple aveva fatto era stata la campagna Think Different. Un sistema per attirare l’attenzione, per ribadire sia verso l’esterno che verso l’interno l’identità dell’azienda. E poi? Con le parole, nel business dei computer non si campa, soprattutto se la bottom line è vendere hardware. E invece Apple aveva messo le cose in maniera tale che ci fosse spazio per un cambiamento.

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La strategia nel 1998 stava già prendendo forma: nuovi prodotti, un nuovo approccio, una radicale semplificazione, la valorizzazione dei talenti interni (Jony Ive ma non solo), la ricerca di un processo differente. La “i” di iMac stava per Internet ed era stata pensata dal pubblicitario Ken Segall, che la vedeva anche come una allusione a “individuality” e “innovation”: Steve Jobs avrebbe voluto chiamarlo “MacMan”, ma posto di fronte a una alternativa migliore l’uomo aveva il grandissimo pregio di cambiare idea senza tentennamenti.

Sarebbe diventata la “i”, sempre minuscola, di tantissimi prodotti, un prefisso che è un marchio di fabbrica: iMac e poi iBook, iPod, iPhone, iPad, ma anche iWork e iLife e poi ovviamente iTunes. Solo adesso Apple sta cominciando a ridurne l’esposizione, usando altre strategie di nomenclatura, da Apple TV ad AirPods.

La grande innovazione dell’iMac era la sua dimensione personale, un ritorno al Macintosh originale insomma, e l’esperienza completa “out of the box”: basta tirarlo fuori, accenderlo, si connette a Internet in un attimo, servono due fili in tutto (corrente e tastiera a cui attaccare poi il mouse), su internet si va con la scheda AirPort opzionale che si connette alla base senza fili AirPort, un Ufo il cui primo modello era color argento e che poi diventa bianco.

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Il primo iMac è un prodotto meno imperfetto di altri: fin da subito manifesta di avere le caratteristiche giuste, una buona longevità, la capacità di diventare un oggetto di casa, che sta in soggiorno, nella stanza dei ragazzi, nello studio. È relativamente poco costoso e soprattutto non ha praticamente costi nascosti, lo si può trasformare in qualcosa di molto ricco e complesso.

Apple lo porta avanti con passione e determinazione, lavorando non solo sulla parte hardware ma anche sulla scocca, che diventa colorata, floreale, appassionante e dà spazio al primo giro di campagne pubblicitarie dell’azienda, basate su animazioni del prodotto e musiche allegre. È una prova generale per quello che succederà tre anni dopo con iPod e con le pubblicità di iPod, a partire da quella mitica delle silhouette danzanti. Apple sta cominciando rapidamente a fare sistema perché la mente organizzatrice di Steve Jobs ha fin da subito una visione d’insieme e riorganizza tutti i pezzi.

Non dimentichiamoci che in quel periodo Apple sta completando la transizione del suo sistema operativo dal tradizionale System 9 a Mac OS X, sta lavorando al progetto degli Apple Store, sta lavorando agli iPod (e presto comincerà a lavorare anche agli iPad e poi agli iPhone, anticipando l’uscita di questi ultimi al 2007 e dei primi al 2010), sta sviluppando nuove tecnologie, sta ripensando completamente non solo il processo di design ma anche di produzione, con materiali finora inediti nel settore dei computer e degli accessori digitali (computer in policarbonato bianco, titanio, alluminio in varie gradazioni e purezze: merito di Jony Ive), sta reimmaginando completamente tutta la sua filiera produttiva e implementando un sistema just in time che azzererà il magazzino, permetterà risparmi enormi per un’azienda in crisi di liquidità, e porterà in Cina buonissima parte della produzione (merito di Tim Cook). Chi fa software e chi fa hardware, la parte elettronica, lavorerà in Apple a velocità sempre maggiori, cercando di creare prodotti sempre più sofisticati e semplici da usare ma assolutamente non semplici da pensare e realizzare.

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E in tutto questo il Gran Maestro Steve Jobs, una sorta di capitano sulla tolda di una nave che si muove nel buio della notte del business, indica una direzione che solo la fede del suo equipaggio e del suo carico umano di clienti è capace di credere. Una direzione che è si rivelata il più clamoroso secondo atto nella storia del business mondiale. Noi oggi diamo per scontato che questa rimonta, questa epocale ripresa che ha trasformato Apple in un’azienda che vale come il Belgio e domina interi settori del business digitale che ha inventato da zero, sia legata a iPhone, iPod, e chissà cos’altro. Certo, è vero. Ma è anche vero che comincia tutto con molti no (la chiusura di un sistema di prodotti emorragico e inutile, Newton compreso) e pochi sì molto sentiti. E con un unico prodotto che vale la ripartenza di un’azienda. Grazie iMac.