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La realtà 2.0 sarà costruita dall’AI

Il futuro dell’umanità passa anche dalle tecnologie. Cose delle quali sopravvalutiamo l’impatto a breve termine ma sottovalutiamo quello a lungo termine. Prendete l’intelligenza artificiale, della quale abbiamo scritto già tantissimo, come tutti ovviamente. Abbiamo fatto un piccolo esperimento con la prima foto mai scattata al mondo, Vista dalla finestra a Le Gras di Joseph Nicéphore Niépce, che compie 200 anni proprio adesso. Ci sono voluti otto ore di esposizione per scattarla: oltre alla chimica, serviva una pazienza enorme.

Abbiamo chiesto di “rimetterla in forma” a ChatGPT con questo prompt, che è stato eseguito in 20 secondi circa:

Historical photo restoration, Nicéphore Niépce 1826 view from the window at Le Gras, photorealistic reconstruction, preserve composition, reconstruct textures, early 19th century French rural architecture, stone buildings, tiled roofs, soft sunlight, long exposure lighting, natural shadows, atmospheric haze, high detail but soft optics, analog grain, no modern artifacts, no HDR, no oversharpening, 2K resolution

Come vedete, il risultato è abbastanza incredibile. Cosa ci dice di quello che sta cambiando nel nostro mondo? È come parlare di televisione alla fine degli anni Trenta, quando i primi tubi catodici vennero mostrati al pubblico alla Esposizione Universale di New York del 1939. La tv arrivò solo negli anni Cinquanta nelle case di (poche) persone e solo oggi abbiamo più o meno capito l’impatto che ha avuto. Dello streaming e della CGI ancora non abbiamo pienamente contezza, figurarsi dell’AI.

Come possiamo ripensare il mondo grazie all’intelligenza artificiale, allora? Come possiamo reimmaginare l’intrattenimento, il cinema, la televisione, la radio, i podcast, i giornali e le riviste, tutto quanto insomma? Abbiamo provato a mettere in ordine un po’ di appunti al riguardo.

Il parallelo con la televisione non è casuale. Il 30 aprile 1939, a Flushing Meadows, la Rca presentò al pubblico quella che definì l’ultima meraviglia delle meraviglie: una telecamera primordiale inquadrò il presidente Franklin Delano Roosevelt mentre inaugurava l’Esposizione Universale. Il discorso venne visto da circa mille persone su apparecchi sparsi nell’area metropolitana.

Nessuno, quel giorno, immaginava che quella scatoletta luminosa avrebbe rimodellato la cultura di massa, i consumi, la politica e persino il concetto stesso di realtà condivisa. Ci vollero più di dieci anni prima che la televisione entrasse nelle case americane e quasi venti perché diventasse un fenomeno di massa in Europa. L’intelligenza artificiale generativa, a differenza del tubo catodico, non ha bisogno di infrastrutture fisiche per diffondersi: le basta una connessione a internet. L’impatto però è molto più devastante.

La caverna si è fatta algoritmo

Il problema, a ben guardare, è antico quanto la filosofia occidentale. Platone, nel settimo libro della Repubblica, descriveva prigionieri incatenati in una caverna, condannati a scambiare le ombre proiettate sul muro per la realtà. L’allegoria non ha mai smesso di funzionare e oggi acquista una pertinenza che il filosofo ateniese non avrebbe potuto sospettare. La mìmesis, concetto centrale tanto per Platone quanto per il suo allievo Aristotele, indicava il rapporto tra la rappresentazione artistica e il reale: per il primo, l’arte era copia degradata di una copia, lontana due gradi dalla verità delle idee; per il secondo, l’imitazione costituiva invece una forma legittima di conoscenza, capace di rivelare l’universale attraverso il verosimile.

L’intelligenza artificiale generativa fa saltare entrambe le posizioni. Non imita la realtà e non ne ricerca l’essenza: produce immagini, suoni e testi che non hanno un originale a cui riferirsi. Quando ChatGPT ricostruisce la veduta di Niépce, non restaura nulla. Inventa una scena plausibile a partire da miliardi di parametri statistici, confondendo un albero sullo sfondo con un campanile e aggiungendo dettagli architettonici mai esistiti. Come hanno notato vari esperti che hanno visto l’originale esposto al Harry Ransom Center dell’Università del Texas ad Austin, il risultato è suggestivo ma storicamente inattendibile.

È esattamente il meccanismo che Jean Baudrillard, nel suo Simulacres et simulation del 1981, aveva definito il quarto stadio del rapporto tra segno e realtà: il simulacro che non ha più alcuna relazione con qualsiasi realtà, eppure funziona come se fosse vero. La mappa, diceva Baudrillard riprendendo una favola di Jorge Luis Borges, ha preso il sopravvento sul territorio. Oggi la mappa non si limita a precedere il territorio: lo genera dal nulla.

 

L’industria del verosimile

Le conseguenze pratiche di questo slittamento epistemologico si misurano già in cifre concrete. Secondo un’analisi di EY (la vecchia Ernst Young), nel 2026 il settore dei media e dell’intrattenimento deve fare i conti con un dato che ha il sapore del paradosso: la fiducia nei confronti delle organizzazioni giornalistiche è precipitata al livello più basso mai registrato, il 28 per cento secondo un sondaggio Gallup del settembre 2025, proprio mentre i contenuti sintetici generati dall’intelligenza artificiale invadono ogni piattaforma. Il Merriam-Webster ha scelto come parola dell’anno 2025 il termine “slop”, che indica contenuti digitali di bassa qualità prodotti in massa da algoritmi generativi: un riconoscimento linguistico della spazzatura computazionale.

Disney ha investito un miliardo di dollari nel video generato da intelligenza artificiale, salvo poi uscire dalla partnership con OpenAI. L’Interactive Advertising Bureau stima che entro la fine del 2026 i contenuti pubblicitari prodotti dall’AI rappresenteranno il 40% di tutta la pubblicità video. Amazon ha lanciato su Prime Video i “Video Recaps”, riassunti delle serie televisive generati interamente dall’intelligenza artificiale, con tanto di voce narrante sintetica. Coca-Cola ha affidato per il secondo anno consecutivo il proprio spot natalizio a studi specializzati in AI generativa, con risultati che oscillano tra il meraviglioso e il perturbante: gli animali digitali si muovono ancora in modo innaturale, le ruote dei camion girano ma qualcosa nell’insieme stride.

Eco e il testo che mente

Umberto Eco, che della semiotica aveva fatto una lente per leggere il mondo, amava ricordare che la disciplina dei segni studia tutto ciò che può essere usato per mentire. Se qualcosa non può essere usato per mentire, scriveva nel Trattato di semiotica generale del 1975, allora non può neppure essere usato per dire la verità. La definizione calza alla perfezione sull’intelligenza artificiale generativa, che è essenzialmente una macchina di produzione segnica priva di qualsiasi rapporto necessario con un referente reale.

Il concetto di Eco di “opera aperta” trova qui una declinazione imprevista. Se l’opera d’arte tradizionale richiedeva l’intervento attivo del fruitore per completarsi attraverso l’interpretazione, il contenuto generato dall’AI non ha neppure bisogno di un autore che lo concepisca: basta un prompt di poche righe. La semiosi diventa così non soltanto illimitata, come voleva Eco, ma incontrollabile. Ogni segno rimanda ad altri segni, ogni interpretazione genera nuove catene di significato, ma l’origine prima del messaggio è un modello statistico che non conosce né verità né menzogna.

Samsung ha presentato la piattaforma Vision AI per i televisori, progettata per trasformare l’apparecchio in un hub capace di comprendere, suggerire e anticipare i bisogni dello spettatore. Apple sta ristrutturando Siri per trasformarlo in un agente conversazionale basato su modelli generativi. Tim Cook ha paragonato l’intelligenza artificiale ai grandi salti tecnologici della storia recente, ammettendo senza troppi giri di parole che Cupertino è arrivata in ritardo.

Il confine poroso

Michel Foucault, nel saggio dedicato al pittore Magritte Ceci n’est pas une pipe, aveva indagato lo scarto tra immagine e linguaggio, tra il segno dipinto e la cosa reale. Lo scarto, osservava, è costitutivo: la rappresentazione non coincide mai con l’oggetto rappresentato, e proprio in questa non-coincidenza si gioca la possibilità stessa del significato. Magritte dipingeva una pipa e scriveva che non era una pipa, costringendo lo spettatore a confrontarsi con il paradosso della rappresentazione.

L’intelligenza artificiale risolve il paradosso abolendolo. Non c’è più scarto perché non c’è più un oggetto reale da rappresentare. La “pipa” generata dall’AI non nega di essere una pipa e non afferma di esserlo: si presenta come un’aggregazione di pixel statisticamente coerente con l’idea di pipa che il modello ha estratto dal proprio dataset di addestramento. È il trionfo di quello che Baudrillard chiamava iperrealismo: una pretesa di realtà che risulta eccessiva proprio perché non ha più alcuna consapevolezza critica del rapporto tra segno e referente.

I consumatori, soprattutto le generazioni più giovani, stanno cominciando a reagire. Secondo un’analisi del Wrap e del National Research Group citata nel rapporto sulle tendenze dei media per il 2026, una parte crescente del pubblico cerca esperienze fisiche, concrete, dal vivo: una fuga consapevole dalla saturazione algoritmica. Il 43% della Generazione Z preferisce YouTube e TikTok alla televisione tradizionale e allo streaming, ma chiede al contempo autenticità e connessione emotiva. Come dire che l’appetito per le ombre sulla parete della caverna cresce, ma anche il disagio per la loro inconsistenza.

Il ritorno a Le Gras

Aristotele, nella Poetica, distingueva tre gradi della mìmesis: imitare le cose come sono, come sembrano essere, come dovrebbero essere. L’intelligenza artificiale ne aggiunge un quarto, che il filosofo di Stagira non aveva previsto: imitare le cose come non sono mai state e mai saranno. È un potere enorme, e come tutti i poteri enormi spaventa almeno quanto affascina.

Satya Nadella, l’amministratore delegato di Microsoft, ha cercato di delineare una via d’uscita dal dilemma dichiarando che il 2026 sarà l’anno della concretezza: basta retorica sulla rivoluzione imminente, bisogna costruire sistemi che funzionino davvero come impalcatura per il potenziale umano. La metrica del progresso, ha sostenuto, dovrebbe essere l’impatto reale sui singoli individui, non i benchmark astratti dei modelli. Una posizione ragionevole, che tuttavia presuppone una capacità di autoregolazione che l’industria tecnologica non ha mai dimostrato in passato.

La vera questione, alla fine, non è se l’intelligenza artificiale trasformerà i media e l’intrattenimento. Li sta già trasformando, con la stessa inesorabilità con cui la televisione rimodellò il Novecento. La questione è se sapremo distinguere la pipa dalla non-pipa, l’immagine dal simulacro, il territorio dalla mappa. Umberto Eco, nel suo secondo romanzo Pendolo di Foucault, metteva in guardia dai rischi dell’interpretazione senza freni: la tendenza a costruire complotti universali, a vedere significati nascosti ovunque, a trasformare la ricerca del senso in paranoia.

Viene da pensare a quel vecchio eliografo di Niépce, alla sua lastra di peltro spalmata di bitume di Giudea, esposta per ore alla luce del sole nella campagna borgognona. Duecento anni fa, la sfida era catturare la realtà: fermarla, fissarla, dimostrarla. Servivano ore di pazienza e una fiducia cieca nella chimica. Oggi la sfida si è rovesciata: la realtà si può generare in venti secondi, ma nessuno è più sicuro che sia davvero realtà. Niépce voleva provare che il mondo esisteva così com’era, là fuori dalla finestra. L’intelligenza artificiale sembra voler provare che il mondo può essere qualsiasi cosa si desideri. E forse la domanda che resta, la più scomoda di tutte, è quale delle due ambizioni sia più pericolosa.

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