L’opinione pubblica si sta ricordando di Meta, quella stessa azienda che ha già dimostrato in passato di anteporre il profitto alla decenza. Stavolta al centro del caso ci sono i Ray-Ban Meta Glasses e i lavoratori kenioti assunti per guardare i video più intimi degli utenti. Legalmente, forse, tutto in regola. Moralmente, un disastro annunciato, vediamo com’è andata.
La tempesta all’orizzonte
Prima una considerazione generale: influencer, blogger e giornalisti stanno nuovamente cominciando a prestare attenzione a Meta, l’azienda fondata da Mark Zuckerberg con il nome di Facebook nel 2004 e rebrandizzata nel 2021 quando l’immagine del social network per eccellenza era stata “sporcata” dagli scandali legati alle intercettazioni e trattamento dei dati degli utenti di Cambridge Analityca.
Oggi lo scandalo è un altro e coinvolge i nuovi strumenti che l’azienda utilizza sempre con lo stesso modello di business, cioè la monetizzazione degli utenti. Questa volta però non sono le pagine web bensì i “Meta Ray-Ban Glasses”, gli occhiali smart, e l’esercito di contractor kenioti che rivedono le immagini registrate, come previsto dalle note sottoscritte automaticamente dagli utenti quando decidono di utilizzare lo strumento.
L’inchiesta svedese che ha acceso il fuoco
Tutto comincia a fine febbraio 2026 con un’inchiesta pubblicata congiuntamente dai quotidiani svedesi Svenska Dagbladet e Göteborgs-Posten, con il contributo della giornalista freelance keniota Naipanoi Lepapa. Il materiale è esplosivo: lavoratori di Sama, società di data annotation con sede a Nairobi, raccontano di aver visionato, nell’ambito del loro lavoro di addestramento dei modelli di intelligenza artificiale di Meta, filmati di natura profondamente privata. Persone che si spogliano, che fanno sesso, che usano il bagno, persino che gestiscono i propri dati bancari sullo schermo del computer.
Viene tutto ripreso inconsapevolmente attraverso gli occhiali smart che, secondo la pubblicità, dovrebbero restare “in mano all’utente” per quanto riguarda la privacy. I Ray-Ban Meta Glasses non registrano in continuo: si attivano con la pressione di un pulsante fisico oppure con il comando vocale “Hey Meta” e mostrano un LED di segnalazione quando registrano. Ma il punto non è questo.
Il punto è che i filmati, una volta catturati, non vengono visti solo dall’AI, cioè dal software, ma vengono inviati a terze parti per essere annotati manualmente da esseri umani in carne e ossa, che li guardano, li descrivono e li classificano per affinare i modelli AI. Questo passaggio, sottolineano i giornalisti svedesi, non è descritto esplicitamente nel marketing degli occhiali né comunicato in modo comprensibile nei punti vendita: i test condotti durante l’inchiesta hanno mostrato che il personale dei negozi forniva informazioni contraddittorie, e molti credevano che i dati restassero nell’app locale dello smartphone. Non è così.
La decenza che nessuna clausola contrattuale può coprire
È John Gruber, il blogger e giornalista tecnologico di Daring Fireball, la voce più nitida nell’analisi di questa vicenda. Gruber scrive, con la precisione chirurgica che lo contraddistingue da vent’anni, che Meta gestisce quella che lui definisce un’impresa criminale: non nel senso penale del termine, ma nel senso di un’azienda sistematicamente orientata a compiere azioni che la pubblica opinione, se ne fosse pienamente consapevole, giudicherebbe inaccettabili.
Il punto centrale non è la legalità, ma la decenza. Gruber osserva che, anche ammettendo, per ipotesi, che non vi sia nulla di illegale nel modo in cui Meta invia i filmati degli utenti a contractor kenioti per la revisione, la sola descrizione di questa prassi provoca in chiunque la ascolti una reazione viscerale di ripulsa. E questa reazione esiste solo se si sa cosa sta succedendo. Tutta l’architettura dell’operazione, scrive Gruber, è costruita sul presupposto che la maggior parte delle persone non lo sappia.
Non è una tesi peregrina. Meta cita, nella sua informativa sulla privacy, che i dati possono essere soggetti a revisione umana. Ma lo fa in un linguaggio legale denso e impenetrabile, sepolto sotto strati di clausole che quasi nessuno legge. Sono le famose note in piccolo, da decenni nel mirino delle associazioni dei consumatori, che vedono nel modo con il quale le aziende ottemperano alla legge, cioè informano i consumatori, il vero scandalo. Lo fanno in modo tale da risultare invisibili o incomprensibili a milioni di utenti, ma se qualcuno protesta affermano comunque di aver dato l’informativa, sostenendo che gli utenti informati sono quelli che hanno deciso di procedere, dando così implicitamente la colpa agli utenti stessi.
John Gruber è esplicito: se sulla confezione degli occhiali ci fosse scritto che i filmati potrebbero essere rivisti da contractor di terze parti senza che l’utente ne sia informato al momento della revisione, pochissimi li acquisterebbero. E se questa prassi diventasse di dominio pubblico, ci sarebbe uno stigma sociale intorno a chi li indossa. Questo è il vero motivo per cui l’intera catena operativa va tenuta nell’ombra.
Il licenziamento dei testimoni scomodi
Due mesi dopo la pubblicazione dell’inchiesta svedese, Meta ha rescisso il contratto con Sama. La notizia, riportata dalla BBC e poi ripresa da Ars Technica, ha colpito 1.108 lavoratori con un preavviso di sei giorni. Meta ha dichiarato che Sama “non soddisfaceva i propri standard”. Sama ha respinto la critica, affermando di aver sempre rispettato i requisiti operativi, di sicurezza e di qualità richiesti. Un’organizzazione keniota a tutela dei lavoratori ha invece sostenuto apertamente che il contratto è stato terminato per ritorsione nei confronti di chi aveva parlato con i giornalisti.
Gruber è ancora più diretto: il “problema” che Meta ha risolto licenziando Sama non era la qualità del lavoro, ma il fatto che i lavoratori avevano aperto la bocca. Lo “standard” che Sama non avrebbe rispettato era il silenzio. Il blogger cita a questo proposito Benjamin Franklin: “Un segreto lo possono mantenere in tre, se due di loro sono morti.” La citazione è ironica, ma la sostanza no. Meta, con ogni probabilità, ha semplicemente spostato l’operazione altrove, con un diverso appaltatore, in un diverso Paese a basso reddito, dove la filiera è più difficile da tracciare e le testimonianze più difficili da raccogliere. L’inchiesta svedese è già straordinaria per il solo fatto di essere riuscita a trovare questi lavoratori.
Scandalo senza scandalo
Nel frattempo, le reazioni istituzionali si moltiplicano. L’Information Commissioner’s Office britannico ha definito “preoccupanti” le rivelazioni e ha annunciato un’interlocuzione formale con Meta. Il Data Protection Commissioner del Kenya ha avviato una propria indagine. Negli Stati Uniti è stata depositata una class action presso il tribunale federale del distretto settentrionale della California contro Meta e Luxottica America, filiale della società italiana madre di Ray-Ban: i querelanti chiedono danni per violazioni delle normative a tutela dei consumatori. In Italia la storia non circola molto sui giornali o sui blog di informazione, soprattutto nella parte che coinvolge Luxottica nella class action e nelle ragioni per cui questo avviene (la violazione delle norme più elementari di decenza).
Nonostante il regolamento europeo sulla protezione dei dati personali (GDPR) ponga requisiti stringenti sui trasferimenti di dati verso Paesi terzi, il Kenya non figura tra i Paesi riconosciuti dall’Unione Europea come equivalenti per livello di protezione, anche se un dialogo formale è stato avviato nel maggio 2024.
Eppure, nota Gruber con una punta di amarezza, la storia non ha fatto lo scandalo che avrebbe meritato. L’inchiesta originale è stata pubblicata in svedese, da testate non anglofone, senza immagini o video a corroborare le testimonianze dei lavoratori. Se lo stesso materiale fosse uscito sul New York Times o fosse stato trasmesso da 60 Minutes, scrive Gruber, il caso avrebbe probabilmente assunto le proporzioni di un disastro reputazionale di prima grandezza per Meta. Invece è svanito dopo qualche giorno di circolazione. È la regola non scritta del giornalismo globale: le storie che nascono fuori dall’anglosfera faticano ad attraversare l’oceano, anche nell’epoca della traduzione automatica.
L’“AI” che ha bisogno di occhi umani
C’è poi una questione di fondo, che lo scandalo ha portato in primo piano e che riguarda l’intera industria dell’intelligenza artificiale. Buona parte di ciò che viene venduto come “AI” dipende in realtà da una componente umana invisibile: i lavoratori che annotano immagini, classificano video, descrivono scene, e con il loro lavoro permettono ai modelli di imparare a interpretare il mondo. Meta non è la sola azienda a ricorrere a questa pratica, ma è quella che in questo momento si trova sotto i riflettori. Sama, la società coinvolta, era già stata licenziata da OpenAI nel 2022 dopo che i suoi dipendenti erano stati esposti a materiale pedopornografico durante il lavoro di classificazione per ChatGPT.
Il modello di business è identico: esternalizzare il lavoro più sporco e psicologicamente gravoso della filiera AI a forza lavoro economica in paesi lontani, nascondere l’intera operazione dietro clausole contrattuali scritte in legalese, e confidare nel fatto che nessuno andrà a cercare cosa succede dall’altra parte del pianeta.
Negli occhiali smart, la dimensione è ancora più invasiva: non si tratta di contenuti che gli utenti inviano deliberatamente a un servizio, ma di momenti della vita privata catturati da un dispositivo indossabile che molti non percepiscono ancora pienamente come una telecamera sempre pronta.
Il prezzo del progresso, pagato da altri
Fino a non molti anni fa un paio di occhiali erano semplicemente occhiali: correggevano la vista, proteggevano dal sole, tutt’al più definivano uno stile. Nessun lavoratore malpagato era costretto a guardare video intimi di sconosciuti europei per far sì che la montatura restituisse la risposta giusta a “Hey Meta, dove posso comprare questa pentola?”.
Meta continua a rispondere a tutte le domande rimandando alla propria informativa sulla privacy, che come abbiamo visto ammette i trasferimenti globali di dati e la revisione umana dei contenuti. Gli occhiali Ray-Ban Meta si stanno evolvendo rapidamente, con la seconda generazione già sul mercato e una terza annunciata, dotata di fotocamera da dodici megapixel e risoluzione 3K.
Il tema più scottante è la nuova funzione di riconoscimento facciale in tempo reale, denominata internamente “Name Tag” e già oggetto di forti proteste da parte di oltre settanta organizzazioni per i diritti civili, è in attesa di lancio. Il mercato degli smart glasses ha segnato una crescita del 139% nel 2025 e le previsioni per il 2026 parlano di tredici milioni di unità spedite. Il treno del progresso, se vogliamo proprio chiamarlo così, non si ferma.
Il senso profondo della storia, che Gruber coglie con precisione, è che Meta non sta facendo nulla di diverso da quello che ha sempre fatto: monetizzare i propri utenti nel modo più efficiente possibile, assicurandosi che non capiscano fino in fondo come funziona il meccanismo. La differenza, stavolta, è che il meccanismo indossa un paio di occhiali da sole e va in giro per le strade, le case, i bagni della gente. E dall’altra parte c’è qualcuno, a Nairobi, che guarda.
Cosa cambierà adesso? Se l’indignazione supererà una certa soglia, cambierà solo il nome di Facebook/Meta, tutto il resto purtroppo no.












