Borges ha giocato tantissimo con l’idea di biblioteca, l’accumulo di libri, il susseguirsi di stanze, i cataloghi e gli schedari infiniti. E ha ragionato sulle biblioteche che conservano libri e le biblioteche che invece cambiano il modo in cui li guardiamo. Dopotutto, di lavoro lui faceva il bibliotecario cieco. Però qui c’è qualcosa di più.
Se non ne conoscete la storia, la Biblioteca di Babele è stata creata da Jorge Luis Borges per l’editore italiano di eccellenza Franco Maria Ricci. È una collana che nasce da un’idea apparentemente semplice e in realtà vertiginosa: raccogliere racconti fantastici, strani, inquieti e dimenticati, non seguendo la fama degli autori ma una precisa idea della letteratura.
Il lavoro di Borges va oltre la ricerca di capolavori da scoprire o riscoprire. In effetti, l’autore argentino cercava pagine capaci di aprire una porta verso l’impossibile: storie dove la realtà si incrina, dove l’identità diventa un enigma, dove il mondo ordinario lascia intravedere qualcosa di più oscuro e profondo.
La Biblioteca di Babele è un’opera editoriale unica: libri piccoli, curati con attenzione quasi antiquaria, accompagnati dalle introduzioni dello stesso Borges, che non si limita a presentare gli autori ma costruisce una conversazione tra epoche, lingue e ossessioni. Questa selezione raccoglie i primi volumi della collana, in altre edizioni più popolari disponibili su Amazon. E dimostrano che Borges non fu soltanto uno scrittore immenso, ma anche uno dei più grandi lettori del Novecento.
Qui trovate tutti gli articoli con i Migliori libri di Macity raccolti in un’unica pagina.
Le morti concentriche e altri racconti
Jack London non era uno scrittore da biblioteca. Era uno che aveva navigato l’Alaska, cercato oro nel Klondike, attraversato l’America sui vagoni merci e conosciuto la fame vera, quella che ti svuota dall’interno. Eppure proprio da quella vita vissuta ai margini del possibile nascono alcune delle prose più precise e spietate della letteratura americana.
Questo volume raccoglie racconti che girano attorno a un’ossessione ricorrente: la sopravvivenza come forma di conoscenza, il confine tra uomo e natura come luogo dove si capisce davvero chi si è. London osserva, scrive e fa male.
Lo specchio che fugge
Giovanni Papini è stato uno degli intellettuali più scomodi del Novecento italiano: cattolico convertito, futurista pentito, provocatore di professione.
Borges volle questa raccolta perché porta in superficie la sua ossessione più profonda: l’identità come problema irrisolvibile, l’io come qualcosa che si sottrae ogni volta che provi ad afferrarlo.
Papini soffre, graffia, combatte. Scrive con una violenza argomentativa che oggi si è quasi persa, una prosa che aggredisce il lettore invece di blandirlo, senza mai cercare il consenso. Papini voleva disturbare e ci riesce ancora.
Storie sgradevoli
Spesso nessuno li aveva sentiti anche solo nominare. Sono però scritti fantastici, perché tali erano gli autori selezionati da Borges. Come il francese Léon Bloy che nelle sue Storie sgradevoli mette alla berlina le ipocrisie e le miserie della borghesia di fine Ottocento con una ferocia verbale senza pari.
Non c’è traccia di consolazione in queste pagine: i racconti scorrono cupi, grotteschi e spietati, animati da un campionario di personaggi meschini. Eppure, dietro il cinismo e la provocazione, pulsa il cattolicesimo intransigente di Bloy, che usa la sgradevolezza come un bisturi per scarnificare la realtà e cercare l’assoluto. Una lettura folgorante, che disturba e affascina oggi come allora.
Il cardinale Napellus
Un’atmosfera claustrofobica e febbrile permea questi racconti visionari, dove la botanica si fonde con l’occultismo più nero. Tre escursioni conturbanti guidate da Meyrink lungo l’orlo d’ombra evanescente e infestato che divide per alcuni la realtà dall’irrealtà, il mondo dei vivi da quello dei morti, e li fa entrambi vani, irreali e atroci.
Al centro delle vicende raccontata da Gustav Meyrink c’è una pianta misteriosa, l’aconito, germogliata dal sangue di un antico prelato eretico e intrisa di un magnetismo letale, capace di infettare la psiche di chiunque le si avvicini. Tra allucinazioni e misticismo distorto, la trama trascina in un gorgo di pura ossessione esoterica.
La prosa evoca immagini deformate, specchio di un’ansia spirituale che rifiuta risposte facili e sprofonda nell’ignoto. Un gioiello della letteratura mitteleuropea che a distanza di un secolo continua a destabilizzare e ipnotizzare il lettore.
La piramide di fuoco
Arriva all’improvviso, imprevista. Nelle narrazioni di Arthur Machen la vittoria demoniaca non si limita alla depravazione dell’uomo soggiogato; assume anche le forme della corruzione e della pestilenza. Questo orrore fisico contrasta col rigore e con la severità della sua prosa, mai effusiva.
Le possibili definizioni di Machen sono assai meno importanti di certe singolarità presenti nella sua opera. Nella dilatata e quasi infinita letteratura d’Inghilterra, Arthur Machen è un poeta minore. Queste due parole non vogliono sminuirlo.
Poeta perché la sua opera, scritta in una prosa molto elaborata, possiede quell’intensità e quella solitudine che sono proprie della poesia. Minore, perché la poesia minore è una delle specie del genere. L’ambito che abbraccia è meno vasto, ma l’intonazione è sempre più intima.
Dei racconti scelti, i primi due appartengono all’opera più famosa di Machen, I tre impostori. Il tema generale è la corruzione spirituale e fisica di tre vittime immolate ai poteri demoniaci. Il lettore non potrà dimenticare facilmente questi ben tramati incubi che, con un minimo di immaginazione e di sfortuna, potranno popolare le sue notti.
Il diavolo in amore
Scritto in una prosa chiara, ha un intreccio che vira al fantastico. Lo stile, deliberatamente frivolo, gioca col terrore ma non si propone mai di allarmare il lettore.
Dividere in secoli la storia non è meno arbitrario, forse, che dividere in punti lo spazio e il tempo, ma queste unità sono archetipi che ci aiutano a immaginare, e ogni secolo ci propone un’immagine coerente. L’ammirevole secolo diciottesimo fu il secolo della ribellione.
Forse non è inutile ricordare che fu anche il secolo che inaugurò il vasto movimento romantico. Questo ambiguo carattere si riflette ne Il diavolo in amore di Cazotte.
L’argomento di Cazotte non si riduce a un artificio del Demonio che assume forma di donna per impadronirsi di Alvaro; il Demonio, irretito nel suo stesso gioco, si innamora di Alvaro, come se la fugace mascherata avesse trasformato la sua essenza, fino a mutarlo nella vera e appassionata eroina dell’opera.
Nulla rimane in Biondetta della mostruosa apparizione che risponde all’esorcismo di Alvaro tra le rovine dei Portici e gli dice in italiano: Che vuoi? La maschera è il volto; la satanica seduttrice è la sedotta, e continuerà a esserlo, ansiosa e lamentevole, nel corso della trama, così piena di episodi idilliaci.
Bartleby lo scrivano
Bartleby, che non solo opera in maniera illogica, ma costringe gli altri a farsi suoi complici, è più di un ozio dell’immaginazione onirica; è un libro triste e veritiero che ci mostra quell’inutilità essenziale che è una delle ironie dell’universo.
Bartleby è uno scrivano di Wall Street, che serve nell’ufficio di un avvocato, e che si rifiuta, con una sorta di umile caparbietà, di eseguire lavoro alcuno. Lo stile di Bartleby non è meno grigio del protagonista.
Si direbbe che lo scrittore abbia cercato deliberatamente le quattro pareti di un piccolo ufficio, perso nella città. Il protagonista è folle ed è incredibile che di tale follia contagi quanti lo circondano.
L’avvocato di Wall Street e gli altri copisti accettano con strana passività la decisione di Bartleby. Melville, scoperto dai critici verso il 1920 e, cosa forse più importante, da tutti i lettori, con Bartleby si inserisce in una specie famosa del genere fantastico; in queste indimenticabili pagine l’incredibile sta nel comportamento dei personaggi più che nei fatti.
Così, più di mezzo secolo prima del Processo di Kafka, in cui il protagonista viene giudicato e giustiziato da un tribunale che manca di qualsiasi autorità, e il cui rigore egli accetta senza la minima protesta, Melville elabora lo strano caso di Bartleby, che non solo opera in maniera contraria a ogni logica, ma costringe gli altri a farsi suoi sgomenti complici.
L’amico della morte
Chi era l’autore di questi racconti? Chi era veramente?
Della copiosa fatica letteraria di Alarcón sono qui presentati due racconti da Narraciones inverosìmiles: L’amico della morte e La donna alta, leggende che Alarcón udì dalle labbra dei caprai di Guadix.
Di famiglia nobile e decaduta, Pedro Antonio de Alarcón nacque a Guadix nel 1833. I suoi primi anni vacillano tra la teologia e il diritto, ma fu la letteratura ad attrarlo definitivamente. La sua educazione, come tutte le educazioni autentiche, fu quella appassionata e arbitraria dell’autodidatta; le liquidazioni delle biblioteche dei conventi saziavano la sua curiosità mai soddisfatta.
La Spagna, che ispirò tanti e famosi scrittori romantici, produsse poveri e tardivi riflessi di quel movimento: Pedro Antonio de Alarcón costituisce, insieme a pochi altri, un’onorevole eccezione.
L’immagine de La donna alta assediò, senza dubbio, la mente di Alarcón, e figura parimenti, nobilitata del suo carattere demoniaco nell’altro racconto L’amico della morte. Questo nella prima metà corre il rischio di sembrare una irresponsabile serie di improvvisazioni; man mano che trascorre, comproviamo che tutto, fino allo scioglimento dantesco, è deliberatamente prefigurato nelle pagine iniziali dell’opera.
L’avvoltoio
Tanto evocato che poi alla fine non poteva non esserci anche lui, Franz Kafka. Con un racconto sconosciuto ma indimenticabile, una volta scoperto.
L’avvoltoio, breve racconto pubblicato nel 1920, che descrive una vicenda surreale rivela, insieme agli altri racconti contenuti in questa raccolta, l’abilità di Kafka in questo tipo di narrazioni.
La più indiscutibile virtù di Kafka è l’invenzione di situazioni intollerabili. Per l’incisione perenne gli bastano poche righe. L’elaborazione, in Kafka, è meno ammirabile dell’invenzione. Di uomini non ce n’è che uno, nella sua opera: l’Homo domesticus, bramoso di un posto, sia pure umilissimo, in un Ordine qualsiasi dell’universo, in un ministero, in un manicomio, in carcere.
L’argomento e l’ambiente sono l’essenziale; non le evoluzioni della favola né la penetrazione psicologica. Di qui il primato dei suoi racconti sui suoi romanzi. Franz Kafka inaugurò una specie famosa del genere fantastico; in quelle indimenticabili pagine l’incredibile sta nel comportamento dei personaggi più che nei fatti.
Vathek
Breve romanzo di ambientazione orientale scritto nel 1785 da William Beckford, viaggiatore e scrittore inglese.
In questo romanzo, molto apprezzato da Lord Byron, domina il deserto come terra inospitale e luogo di inganni e perdizione: Vathek è infatti un giovane e potente Califfo, che vede giungere a palazzo, nella capitale Samarah, un terrificante straniero, il quale gli mostra oggetti unici e strabilianti a riprova del possesso di inquietanti poteri magici.
Vathek viene tentato dell’oscuro straniero, che gli promette un patto sacrilego e scellerato: entrerà in possesso dei tesori del Palazzo del Fuoco Sotteraneo e in particolare dei potentissimi talismani che donano a chi ne può disporre il controllo totale sui geni e demoni, ma dovrà rinnegare Maometto e assecondare le sue terribili richieste commettendo orrendi crimini.
Seguendo le sue istruzioni, il giovane califfo parte per trovare la strada che lo porterà al mitico Palazzo, dove lo aspetta la sua ricompensa.
Storia universale dell’infamia
Non poteva essere una lista dei migliori libri di Macity senza almeno un fuori sacco. Ed eccoci qui, infatti, con il maestro Jorge Luis Borges e la sua Storia universale dell’infamia.
Simile a un enciclopedista cinese, Borges volle accostare una sequenza di destini tenebrosi come altrettanti «esercizi di prosa narrativa». Il tono è quello, impassibile, di chi intende «raccontare con lo stesso scrupolo le esistenze degli uomini, siano stati divini, mediocri o criminali», e ritrovarle tutte in una pura «superficie di immagini». Ma chi cercasse in questi ritratti dati certi e attendibili si ingannerebbe.
Ispiratore occulto è qui Marcel Schwob, che nelle sue Vite immaginarie inventava le biografie di uomini «che erano realmente esistiti ma di cui non si sapeva pressoché nulla». Procedimento che in Borges si inverte: «leggevo la vita di un personaggio conosciuto e la deformavo e falsificavo deliberatamente secondo la mia fantasia».
Con la sua usuale sprezzatura, Borges definì una volta queste storie «l’irresponsabile gioco di un timido». Di fatto erano il primo gioiello di una nuova specie di letteratura.
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